Foto di Matteo Scalet | Articolo di Alessandro Paris
Un proiettile, sparato nel cuore dell’Arena, scala di corsa i gradoni dell’anfiteatro augusteo sino all’ultimo anello, cantando senza cedimenti ben oltre metà concerto. È Marcus Mumford che accende il travolgente ritorno, dopo dieci anni, dei Mumford and Sons all’Arena di Verona per i dodicimila che si sono accaparrati i biglietti per il 7 luglio 2025.
I varchi vengono aperti poco dopo le 20.30 e le prime coppie di cuscini si adagiano sulle pietre molto presto in attesa del buio. Si parla italiano, ma anche molto tedesco e soprattutto inglese. Tutti – compresi alcuni ragazzi e ragazze olandesi – hanno pianificato con così largo anticipo le loro vacanze sul Garda da abbinarle al concerto degli ex ragazzi del King’s College di Londra, tornati ora nel parco e nel laghetto da cui tutto è iniziato (di nome Rushmere per l’appunto, l’ultimo album).
Tra le gradinate e in platea spuntano impermeabili giallo canarino, presto dismessi vista la serata fresca e asciutta della città scaligera.
Questa è la serata dei trentenni che aspettano i Mumford: quelli che lo sono oggi (la maggior parte); quelli che lo erano dieci anni fa; quelli -non pochi- che lo saranno tra dieci anni, quando i proiettili di suoni e di voci in coro si lanceranno ancora tra le gradinate del I° secolo dopo Cristo. Ma è naturalmente anche la serata di tutte le età e i loro amori: di quelli solidi, spensierati, appena sbocciati; quelli naufragati e straziati; quelli sempre in costruzione e quelli ricordati, pretesi, sognati. Tutti uniti in un canto di conferma, di attesa, di speranza.
La grande cavea dell’Arena non è griffata dalle magliette Mumford. Ne spuntano alcune verdi dell’ultimo Delta Tour e una del 2016 che si fa strada tra turisti inglesi di mezza età che sulle gradinate si aggirano pericolosamente con bottiglioni d’acqua senza tappo.

Alle 21.15 salgono sul palco i Divorce: il loro indie rock con venature country, muscolare e dalla ritmica potente direttamente da Nottingham, non tradisce l’emozione della loro prima volta in Italia.
Attorno alle 22.10, Fortunate Son dei Creedence Clearwater Revival viene sparata nell’impianto e annuncia l’imbracciata di strumenti dei Mumford and Sons. I re del folk rock (dal 2021 orfani dal banjsta Winston Marshall) si sono affacciati sul palco con ritardo annunciato, dopo un violento acquazzone che la sera precedente ha ritardato la conclusione dell’Aida.
L’avvio del concerto pare in linea con le scalette già sentite in questo tour, che a novembre calcherà anche i palazzetti italiani di Bologna e di Milano – biglietti in vendita > https://tidd.ly/4kLCVi3
In ordine, si parte con Rushmere, Babel e Caroline, accompagnate da fiati potenti (un gran bel trombone in Caroline) e da un palco colorato di rosso fuoco. Ecco qundi Little Lion man. I dodicimila iniziano a saltellare, un’eplosione di mani al cielo e ondate di luci sopra la platea iniziano a scaldare di giallo l’Arena. Il tappeto di luci disteso dal palco prelude a uno dei tanti saluti di Marcus Mumford in italiano (“Come state ragazzi?”) e alla celebrazione in inglese dell’Arena (“We fucking love this place”).
Le canzoni successive costituiscono la cavalcata minima e imprescindibile tra i cinque album della band. Ecco White Blank Page, Lover of the Light (l’Arena si dipinge di intense luci blu) e Ghosts That We Knew. Marcus Mumford chiama quindi sul palco i Divorce con i quali canta una struggente versione di Awake My Soul, a cui partecipa anche la cantante e produttrice Maggie Rogers. Tutta l’Arena si lancia per rincorrere il suono del banjo, prima di una prima incursione nell’album Rushmere con la ballatona, piano e chitarra, Where It Belongs.
Poi arriva Hopeless Wanderer. Si torna a cavalcare nel cielo di Verona, ognuno a modo suo. Il crescendo atmosferico e rarefatto di Believe riallinea i canti e gli animi. Il ritmo cadenzato della new song proposta in questo tour (Icarus) e il roccheggiare solido di Truth da Rushmere preludono al lancio di Marcus tra la folla: il proiettile inseguito dalle luci si insinua nel cuore della platea e senza cedimenti canta Ditmas raggiungendo l’Ala dell’Arena con i suoi quattro archi. – Don’t tell me that I’ve changed, because that’s not the truth / And now I’m losing you. – Un’onda di mani al cielo dall’alto delle gradinate sembra disegnare un campo di grano sferzato da un vento caldo, primaverile, quasi rassicurante.

Finalmente, ecco The Cave: una voce sola, un ballo unico per tutti i dodicimila, inseguendo i balzelli del banjo. Poi, sempre da Sigh no more del 2009, Marcus esegue al piano Dust Bowl Dance. L’Arena si abbraccia, ma la cantano in pochi.
Così si chiude il set principale e inizia l’Encore, che prevede l’ascesa del trio in acustico sul B stage, che a Verona è costituito dal palchetto in pietra posto sul fronte opposto del palco principale. Rispetto a dieci anni fa, nessun siparietto improvvisato con il pubblico per cercare di far rispettare il silenzio. La corale Timshel da Sigh no More e il grido straziante di un cuore sanguinante di Reminder da Babel, coccolano tutta la cavea e la platea che si è voltata di spalle. The Boxer di Simon & Garfunkel, tradizionale cover mumfordiana, lascia il pubblico lalleggiante al buio, mentre il trio raggiunge il palco per il gran finale.
Un cenno alle atmosfere elettriche e rarefatte di Delta, quindi Malibu, e poi The Wolf, con l’auspicio gridato dai dodicimila di lasciarsi inseguire da occhi come proiettili nella notte (“Your eyes follow like tracers in the night”). Infine, a chiudere, le speranze inscritte in I Will Wait. Migliaia di lucciole impazzite si scatenano nell’Arena, promettendosi di rincontrarsi ancora qui tra dieci anni (o meglio prima) in una nuova grande festa di rinascita.
Perché anche noi dodicimila “we fucking love this place”.
Clicca qui per vedere le foto dei Mumford and Sons in concerto all’Arena di Verona o sfoglia la gallery qui sotto
MUMFORD AND SONS – la scaletta del concerto di Verona
Rushmere
Little Lion Man
Babel
White Blank Page
Lover of the Light
Caroline
Ghosts That We Knew
Awake My Soul (with Divorce and Maggie Rogers)
Hopeless Wanderer
Where It Belongs
Believe
Icarus
Truth
Ditmas
The Cave
Dust Bowl Dance
Encore:
B-Stage – acoustic
Timshel
Reminder
The Boxer (Simon & Garfunkel cover)
Malibu
Delta
The Wolf
I Will Wait





























