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Monitor Festival: da Torino al resto del Mondo

Articolo di Umberto Scaramozzino

Il tentativo del Monitor di Torino e del suo direttore Gianluca Gozzi è lodevole: portare un nuovo festival cittadino, che potremmo definire boutique nella dimensione e nel contenuto, anche se per ora non ancora nella forma, con un triplo raggio d’azione. “Monitor” è infatti la crasi di Mondo-Italia-Torino e simboleggia la provenienza cittadina, nazionale e internazionale (Francia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti e Sud Est Asiatico) degli artisti in lineup. Due giornate con 8 act, per un totale di 30 musicisti nazionali e internazionali, equamente ripartiti tra uomini e donne. Tre esclusive nazionali, sei artisti al loro debutto nella città di Torino. Ma soprattutto: una vera direzione artistica.

Spacchettiamo le tre anime del festival e invertiamole, partendo da casa per poi espatriare.

Torino

Per chi vive nel capoluogo piemontese è una piccola rinascita ma anche l’ennessima investitura di sPAZIO211 a isola felice per i musicofili, in una città dalle tante difficoltà e contraddizioni, soprattutto quando si parla di musica dal vivo. Una città che ospita uno degli eventi di musica elettronica più importanti al mondo – il Kappa FuturFestival – e il festival musicale indoor più grande d’Italia, nonché uno dei punti di riferimento globali per l’avant-pop – il C2C, eppure si ritrova a lottare quotidianamente con l’ombra di Milano e delle tante, troppe occasioni sprecate.

Il Monitor riparte dal territorio, portando sul palco i The Cherry Pies, presentati come “la bittersweet band di Torino”. Il loro garage punk dalle tinte folk è un ottimo modo per dare il benvenuto al pubblico, nel primo slot della prima giornata, e inaugurare il festival facendo gli onori di casa.

Italia

Paradossalmente, dei tre totem geografici, l’Italia è quello più complicato da inquadrare per il Monitor. Troppo piccolo per essere un coraggioso richiamo nazionale, per ora. Perché le intenzioni sono talmente buone e la situazione della musica dal vivo nel nostro Paese è talmente disastrosa che le possibilità di crescere e raggiungere o superare il fantasma del vecchio Todays ci sono tutte. Per adesso la risposta del pubblico è esigua, tanto da non ripagare adeguatamente lo sforzo di mettere in piedi qualcosa di valore, di trasversale.

Passando alla musica, l’unico artista italiano non torinese è Maria Chiara Argirò, romana trapiantata a Londra che in carriera ha raccolto elogi da Four Tet a Gilles Peterson. Il suo set è ipnotico e avvicina il Monitor a quella ricerca di avanguardia di cui la città di Torino si è sempre circondata. Una comfort zone che eleva la proposta e che individua in Maria Chiara Argirò la più bella sorpresa del festival.

Mondo

Qui le cose si fanno decisamente interessanti. Non perché il Monitor abbia la possibilità o l’ambizione di farsi notare fuori dai propri confini, ma perché quei confini vengono abbattuti portando nella periferia torinese artisti di ogni provenienza. Con le opportune proporzioni, torna alla mente quel piccolo miracolo che fu il Todays del 2021, quando in piena pandemia Torino ospitò un festival che per varietà e qualità sfidava senza paura una pandemia e le sue tremende implicazioni con un cartellone brillante e internazionale. Ironia della sorte – o volontà ferrea, a seconda dei punti di vista – anche questa volta a guidare la carica sono gli Shame, insperato headliner del Todays 2021 e vivido headliner del Monitor 2025. Un fil rouge impossibile da ignorare.

YĪN YĪN in concerto a Milano – 2024 – foto di Federico Buonanno

Non solo il post-punk inglese. L’altro headliner è la cantautrice pakistana Arooj Aftab, che pur avendo meno risonanza della band londinese riesce a conquistare il pubblico con una voce indimenticabile, una discreta dose di autoironia e un’atmosfera perfetta per una serata estiva dal cielo incerto. Troviamo anche il cantautorato britannico di Gia Ford, autenticamente emozionata per il suo primo concerto italiano di sempre, e il commovente Rich(ard) Dawson, costretto a stare seduto da un inforturnio, almeno finché non decide di buttarsi a terra e suonare come se fosse una rockstar degli Anni Settanta. E poi ancora Luvcat, gotica e sensuale, con un pop glamour che la colloca un po’ fuori contesto e proprio per questo la rende ancora più magnetica.

Ma i veri mattatori di questa edizione sono gli Yin Yin da Maastricht, profondo sud dell’Olanda. Con le loro tutine, il loro psychrock e quel guzheng – uno strumento a corde tradizionale cinese che porta il pubblico in territori inesplorati – riescono far ballare il Monitor come se fosse in un club di punta nel più vorace dei sabati sera.

E adesso?

La speranza è che non resti un tentativo isolato, ma che possa riproporsi con maggiore decisione, con una formula ancora più attrattiva (magari sfruttando il weekend?) ma con la stessa volontà di aiutarci a fuggire dall’ordinario.

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