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Reportage Live

E’ arrivato l’inverno, BON IVER Milano.

Il 6 novembre, il profeta dell’indie del Wisconsin Justin Vernon ha celebrato con noi il suo personale solstizio verso la stagione dal candore della ricerca di sè al Medionalum Forum di Assago e ci dimostra il vero scopo dell’arte: predicare bellezza per tutti.

Iniziamo con uno statement semplice e chiaro: il concerto dei Bon Iver, ovvero della band guidata dal geniale re dell’indie americano vincitore di due Grammy (e real game player dietro la vincente narrativa dell’uomo hipster tutto barba, zuccotti e flanelloni a quadretti) Justin Vernon, a Milano al Mediolanum Forum di Assago (a opera di DNA Concerti), è stato bellissimo. Non ci sarebbe da aggiungere altro, sarebbe oltremodo eccessivo. Sono uscita con la sensazione, rarissima oggi, di aver visto qualcosa di unico. O forse si: mi sono commossa.

L’inverno è ufficialmente arrivato, almeno qui nel brulicante industrioso Nord Ovest del Bel Paese, dopo una partenza rallentata, schiavi anche qui di un’amena, infinita ottobrata romana, insieme all’umido nebbioso e i primi nasi a punta rossa, e i Bon Iver lo hanno celebrato in un intimo, maestoso solstizio aperto con il criptico gospel al ripetitore di 22 (OVER SOON) e poi sfociato nella tenerezza subito dopo con Heavenly Father. Hanno alternato da lì sessioni di chitarre dall’incommensurabile delicatezza e sperimentazioni dub più casiniste, il tutto accompagnato da un impianto luci che altro non era che uno stormo di poligoni mobili, docili come un’orchestra al servizio del proprio direttore e pronti a scomporsi e ricomporsi tra un pezzo e l’altro. L’allestimento del palco ha giocato un ruolo fondamentale nell’accrescere il pathos della situazione e fare la differenza. Chiusi ciascuno in nidi geometrici al neon, i sei americani così atomizzati in trincea davanti al pubblico sono stati capaci di generare la stessa potenza di una scissione nucleare, producendo contenute ma intensissime onde d’urto nell’affrontare, traccia dopo traccia, l’incredibilmente vario repertorio della band.

Foto Credits Francesco Prandoni

Pochi, ma davvero pochi gruppi hanno avuto la capacità di Vernon e soci di trasformare nel tempo, in maniera così decisa, la propria cifra musicale, creandone una propria (perchè catalogare 22, A Million come una svolta verso l’elettrofolk è riduttivo) fino a chiudersi in quel concentrato di sperimentazione virtuosa ma non classista di I,I. Il tutto senza stravolgere il pubblico, spiazzandolo si, ma lanciando un messaggio che trascende la forma, anzi è la forma che è canale eccelso per dare sostanza al contenuto – insomma qui si entra in valutazioni quasi metafisiche e potremmo tranquillamente concludere che Vernon è un filosofo delle fluidità del nostro tempo che riempe palazzetti e divulga la sua ermeneutica parola somministrandola con musica bellissima e falsetti in autotune.

Però è questo l’effetto, perchè passando dai toccanti movimenti eroici di Bon Iver, Bon Iver alle tastiere più r’n’b di 33 “GOD” all’elettronica aperta di iMi (che poteva essere benissimo di James Blake) e al momento topico di Skinny Love non ci sono state discontinuità, era tutto perfettamente fuso nel proprio elemento, tutto esattamente al suo posto. Anzi.

Ieri i Bon Iver hanno dato prova che alcuni pezzi sono ancora meglio dal vivo, anzi sono proprio un’altra cosa: Blood Bank non era la stessa che ci siamo sentiti in cuffietta in questi mesi, è stato un Vajont di sangue solo a sentire la batteria dell’attacco, l’ambient di 8 (circle) è venuto meno lasciando spazio alla grandiosità di scenari del nostro subconscio. Il sassofono accentuatissimo di ____45_____ su quell’assillante “I’ve been carved out in fire”, una predica a se stesso in sintetizzatore, ha ridotto notevolmente l’assonanza con Blake, e l’assolo di chitarra dai toni più blues in apertura Salem ci ha confermato che non eravamo nella semplice riproduzione di un greatest hits (la band non presenta nulla di nuovo in questo tour, e va benissimo così) ma nell’esecuzione di una wagneriana opera totale che mette insieme distillati di generi per creare un contenuto che è un “re” magnanimo e estremamente comprensivo della natura umana.

Foto Credits Francesco Prandoni

Ecco, questo è il punto. Siamo davanti a un prodotto fatto con una cura e dedizione maniacale quasi. Dietro c’è l’alacre smania laboriosa dei maestri di Murano che soffiano il vetro nei loro scantinati colorati, per dare un’idea più “artigiana”, perchè alla fine Vernon è questo, un poliedrico artigiano del Wisconsin del nostro secolo che è andato oltre le etichette per plasmare la sua grezza fluida silicea senza mai abbandonarne la dimensione emotiva ed emozionale. Del resto parliamo di una band che come nome si è data l’accattivante storpiatura di un tradizionale buon auspicio francofono: eclettismo su base di tovaglie a scacchi e castagnate, Hokusai che traccia i bordi delle sue impossibili onde a Central Park mentre stringe un caffè nero.

Non è musica per pochi, il suo è un prodotto universale, tutti lo possono ascoltare, tutti possono farsi un bel piantino (ce lo siamo tutti fatti) su Skinny Love, e tutti possono comprendere la magnificenza del motivo del piano che suona come un orologio dagli scatti eterni di Holocene, a cui ha risposto unanimamente il pubblico con la più classica, eppur sempre stupefacente, delle modalità di interazione corale, accendendo una costellazione di flash (commuovendo non solo me, che ho la lacrimuccia facile, ma anche il gruppo). Vernon, anche quando assume la stessa cripticità di Kanye West abbandona i costrutti teocratici a favore di un linguaggio fatto di frammenti di esistenza e prese di coscienza in cui siamo tutti personaggi proustiani alla ricerca del nostro tempo perduto.

Tutti possono dire: mi sono emozionato. Per cosa poi, se non per questa sovraesposizione improvvisa a qualcosa di bello, come quando è dicembre, non ci siamo accorti dove è finito novembre se l’altro ieri era ottobre e di punto in bianco alziamo gli occhi sulle luci di Natale e sentiamo quella carezza infinitamente materna e sappiamo di essere al sicuro, in un punto del mondo illuminato da fonti di bellezza. E’ il momento in cui ci chiudiamo per resistere alle intemperie . E’ la stagione della morte, ma ci ricorda Bon Iver, destinata a ritornare a essere: “still alive, who you love” è il ritornello martellante di Perth che accompagna i tasti di un piano che scorre luminoso come vita tra l’esitazione contrita di una strofa e l’altra. Qui, in queste pause, ponderiamo la nostra rinascita qualche mese dopo. C’è luce anche al buio. Sono momenti così rari, dovremmo goderne, farci coraggio e uscire dal confortevolissimo spleen che ci inonda non appena iniziano i primi freddi, affacciarci e rubarci quale raggio di sole dicembrino. Dai che finalmente è arrivato l’inverno, e l’inverno è bellissimo.  

Foto Credits Francesco Prandoni

BON IVER – la scaletta del concerto di Milano

 22 (OVER S∞∞N)
Heavenly Father
666 ʇ
Towers
Jelmore
Faith
Blood Bank
iMi
Hey, Ma
____45_____
10 d E A T h b R E a s T
Salem (with long outro jam)
Flume
Wash.
33 “GOD”
8 (circle)
Skinny Love
Holocene
Naeem

Encore
Perth
RABi
Everywhere Everywhere (D.K. cover)

Foto Credits Francesco Prandoni

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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