Articolo di Philip Grasselli | Foto di Katarina Dzolic
Quando l’autunno arriva, con le giornate che si accorciano e le sere sempre più fresche, i Dropkick Murphys creano l’atmosfera perfetta per accompagnarci verso tutto questo: un mercoledì di metà ottobre, in cui via Valtellina sembra più un luogo dove tradizione e folklore si riversa già sui marciapiedi. Ritornano, a un anno dal memorabile concerto al Carroponte, più carichi che mai.
Difatti è assolutamente distinguibile lo stile dei fan: alcuni con abiti tradizionali scozzesi o irlandesi, altri con maglie di altre band rock, hard rock o sempre nell’ambito del celtic punk (primi fra tutti, i capostipiti: i The Pogues), altri ancora vestiti così leggeri perché non vedono l’ora di lanciarsi nei numerosi e infiniti moshpit della serata.
Prima di loro, due opening act di spessore: Haywire e Frank Turner, che hanno scaldato la sala in perfetto equilibrio tra rabbia punk e intensità cantautorale.
Haywire 617 e Frank Turner: due modi diversi di accendere la miccia

Gli Haywire 617 hanno aperto le danze, anzi, i poghi, con un set diretto e aggressivo, a metà tra hardcore e punk rock, riportando per un attimo l’Alcatraz agli anni delle jam underground e dei club fumosi. Brevi, taglienti, rumorosi quanto basta: il pubblico, ancora in fase di riscaldamento, ha iniziato a muoversi e a urlare già sui primi ritornelli: sono freschi di EP, uscito ad aprile, “Shirts vs. Skins” in collaborazione con i No Guard.

Poi è stato il turno del britannico Frank Turner, che ormai gioca in casa con i fan italiani, visto che lo scorso anno, sempre all’Alcatraz, suonò da headliner. Con il suo mix di folk punk e storytelling, Turner ha tenuto il palco con il carisma di un veterano. “Recovery”, “The Next Storm” e “I Still Believe” sono stati cantati all’unisono da centinaia di voci, in un crescendo di empatia e sudore. Turner ha ricordato il suo legame con i Dropkick Murphys — old friends, come li ha definiti in diversi contesti, sia durante il live, sia sui social.
Dropkick Murphys: il grande ritorno dei pirati di Boston
Scoccano le 21:55 e si spengono le luci nella sala dell’Alcatraz praticament gremito: Ken Casey e soci fanno il loro ingresso con il quasi solo strumentale “The Lonesome Boatman”, subito dopo, attaccato, “Workers Song” e da lì in poi è un’ora e mezza di battaglie folk-punk senza tregua.

Una scaletta da bolgia assicurata
La setlist promuove l’ultimo freschissimo disco, “For the People”, uscito il 4 luglio scorso, alterna classici immortali da “Signed and Sealed in Blood” o “The Warrior’s Code” a nuove scariche di adrenalina.
Quando Ken Casey e soci entrano in scena, l’impatto è immediato. “Worker’s Song” è la prima bordata, un grido di appartenenza che trasforma subito l’Alcatraz in una bolgia: centinaia di voci si fondono in un unico coro, “This one’s for the workers who toil night and day…”.

Segue “Middle Finger”, e qui l’energia diventa pura liberazione: i fan saltano, spingono, si abbracciano. È il classico spirito da veri Murphys: arrabbiato ma allegro, politico ma umano.
La grande forza del racconto popolare
Uno dei tratti più affascinanti del concerto è la capacità dei Dropkick Murphys di conciliare sentimenti diametralmente opposti in questo calderone tra la band e il pubblico a suon di crowd surfing di persone nelle prime file.
“Johnny, I Hardly Knew Ya” e “Fiending for the Lies” mostrano il volto più narrativo del gruppo, dove il folk irlandese diventa strumento di memoria collettiva, ma anche di monito alla grande disinformazione che pervade la società odierna.
Don’t be fooled by the distraction, it’s all been manufactured
Fact is fiction, we’re all so full of wisdom
We’re drowning in a wave of misinformation
Designed to divide, man, we gotta pay attention
Hard times, headlines
Send in the storms, what happened to the norms?
They got blinders on our eyes, they’re distorting our minds
No one seems to recognize we’re living in a world of lies, lies, lies
Dropkick Murphys – Fiending for the Lies (2025)

Tra le visual che colpiscono di più, sicuramente, il collage dei video contro le politiche anti-immigrazione di Donald Trump, specie con gli arresti della ICE e le deportazioni fuori dagli Stati Uniti, oltre che gli spezzoni di telegiornali filo-repubblicani.
In “Longshot” e “Citizen C.I.A.” torna invece il lato più abrasivo, con riff taglienti e un pubblico che risponde in coro a ogni ritornello. Poi arriva “School Days Over”, omaggio a Ewan MacColl, che scorre come una dedica alle generazioni di operai e marinai, oltre che cover della terza traccia di “Revolution” dei The Dubliners.
I Dropkick Murphys non dimenticano mai le proprie radici, e infatti piazzano tre grandi classici dal repertorio tradizionale: “Finnegan’s Wake”, “The Green Fields of France” e la conclusiva “The Big Man”, che chiude il set in un misto di malinconia e orgoglio.

Il gran finale
In a rose tattoo
Dropkick Murphys – Rose Tattoo (2013)
Signed and sealed in blood I would die for you
“Rose Tattoo” è pura emozione: la canzone, dedicata ai legami familiari e alla memoria, viene cantata da tutti come una preghiera laica. “Going Out in Style” alza ancora i toni, con cornamuse e chitarre in piena corsa. E poi, ovviamente, “I’m Shipping Up to Boston”: il pezzo che ha reso immortali i Dropkick Murphys anche grazie al film – vincitore di quattro Premi Oscar – “The Departed” di Martin Scorsese. Il pubblico esplode e i bicchieri colmi di birra volano in aria.
La chiusura, come già anticipato in precedenza, con “The Big Man” è un momento sospeso tra festa e commozione: Casey ringrazia di nuovo Milano, promettendo di tornare presto.

Un concerto per chi non si arrende
Dopo più di un’ora e mezza di musica, è chiaro che i Dropkick Murphys non abbiano perso un grammo della loro forza. In un’epoca in cui il punk sembra sempre più rarefatto, essi restano coerenti e vivi, capaci di parlare al cuore e al sudore del pubblico.
All’Alcatraz non c’erano superstar né artifizi: solo una band che da trent’anni suona per e con la propria gente, senza distinzione alcuna. For the People, per l’appunto.
Clicca qui per vedere le foto dei Dropkick Murphys all’Alcatraz di Milano (o scorri la gallery qui sotto).
DROPKICK MURPHYS – La scaletta del concerto all’Alcatraz di Milano
The Lonesone Boatman
Worker’s Song
Middle Finger
The Boys Are Back
Johnny, I Hardly Knew Ya
Fiending for the Lies
Longshot
Citizen C.I.A.
School Days Over
Finnegan’s Wake
Good Rats
Chesterfields & Aftershave
Boys on the Docks
Skinhead on the MBTA
The Green Fields of France
Bury the Bones
Out of Our Heads
Who’ll Stand With Us?
The State of Massachusetts
Walk Away
Rose Tattoo
Going Out in Style
I’m Shipping Up to Boston
The Big Man











![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)
















