Articolo di Umberto Scaramozzino
La seconda giornata del secondo weekend del festival La Prima Estate, forse il più ricco di tutto il cartellone, vanta uno degli headliner più ambiti dell’anno, ovvero i Gorillaz. Il laboratorio artistico di Damon Albarn e Jamie Hewlett è attualmente in giro per il mondo con il tour in supporto del nono album in studio, “The Mountain”, e approda al Parco BussolaDomani di Lido di Camaiore per la prima di due date italiane.
Assistere a un concerto di Damon Albarn con i Gorillaz offre un’esperienza totalmente differente rispetto a quella di chi ha avuto il privilegio di ammirarlo con i Blur. Soprattutto in questa nuova sorprendente fase, nella quale il progetto si è trasformato in una celebrazione della morte e quindi della vita, con fortissime influenze della cultura indiana, sia nelle sonorità tradizionali, sia nella spiritualità. La scomparsa dei rispettivi padri di Damon Albarn e Jamie Hewlett, così come la scelta di registrare l’album a Varanasi, la città più sacra dell’India, hanno fatto sì che da un album sia nato quasi un progetto parallelo, di cui questo tour è la sua più compiuta espressione. Motivo per cui chi apprezza The Mountain deve necessariamente ascoltarlo dal vivo.
Una cosa che può accadere solo a un concerto dei Gorillaz è la reazione scomposta ed entusiasta del pubblico alla comparsa sui megaschermi dei personaggi animati. Quando appaiono 2-D, Murdoc Niccals, Noodle e Russel Hobbs, i membri virtuali dei Gorillaz, la platea esplode in un boato che normalmente si riserverebbe a una rockstar o una popstar in carne e ossa. Ma non c’è da stupirsi, perché quei tratti e quei colori delineano un mondo narrativo che nel corso degli ultimi decenni ha saputo intercettare sia il gusto che la sensibilità di milioni di persone in tutto il mondo. Da ormai tanto tempo questi antieroi sono sfuggiti anche un po’ al controllo dei loro autori, come in ogni grande opera che si rispetti.

Sono però le contaminazioni sonore indiane lo scheletro che sorregge l’intero spettacolo. Sul palco, tra i quattordici musicisti che lo affollano e lo riempiono di colori e suggestioni, troviamo infatti anche i flauti di Ajay Prasanna e il sitar (che nella versione in studio è suonato da Anoushka Shankar, figlia del leggendario Ravi Shankar), come splendida integrazione del già ricchissimo armamentario che compone la monumentale band. A dirigere questo caos c’è sempre lui, Damon Albarn, che dismette le vesti del frontman esuberante ed esplosivo con cui lo abbiamo visto con i Blur, per diventare l’imprevedibile ma pacato direttore del circo dei Gorillaz.
I momenti di raccoglimento quasi meditativo di Albarn si alternano a piccoli momenti di follia, stimolati dal continuo susseguirsi degli ospiti della serata. A turno Kara Jackson, Pauline Black, Yasiin Bey e Bootie Brown si prendono il palco, arrivando con l’euforia dei lottatori di wrestling che incitano la folla mentre corrono sul ring per suscitare scompiglio e meraviglia. È uno spettacolo irresistibile, che restituisce la misura di quanto sia effettivamente imponente la creazione dei due artisti britannici.
Bisognerebbe chiudere gli occhi e provare a dimenticarsi della vita circostante per lasciarsi trasportare in questo impareggiabile viaggio sensoriale. E invece no: gli occhi devono restare ben aperti, perché altrettanto fondamentale è l’evoluzione visiva, riprodotta sui megaschermi durante il concerto. Il fulcro è “The Mountain, the Moon Cave and the Sad God”, un cortometraggio animato di circa 8 minuti diretto da Jamie Hewlett e rilasciato in concomitanza con l’uscita dell’album.

In questa chicca dell’animazione contemporanea vediamo i membri della cartoon band più celebre di sempre che scalano una montagna sacra, affrontando giungle ostili e visioni psichedeliche. Un concept talmente solido e ben riuscito da non creare quasi alcun divario con il meglio del repertorio passato, scongiurando così l’effetto “greatest hits” che penalizza le band di lunga durata che intendono restare rilevanti.
A onor del vero un segmento difficile da comparare col resto della scaletta c’è, e Damon Albarn e i suoi musicisti lo affrontano a pochi minuti dalla fine, quando suonano uno dopo l’altro due pezzi che da soli potrebbero valere un’intera discografia. Due hit mondiali che non sono invecchiate di un singolo giorno: “Feel Good Inc.” e “Clint Eastwood”, entrambe arricchite da questa ulteriore reincarnazione multietnica dei Gorillaz.
Forse bastava già il lavoro in studio per decretarlo, ma questo tour rende l’affermazione ancora più perentoria: i Gorillaz, a quasi trent’anni dalla fondazione, sono ancora uno dei progetti musicali più interessanti, eclettici e freschi del panorama mondiale.












![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)















