Articolo di Matteo Pirovano | Foto di Roberto Finizio
Se c’è una cosa che proprio non manca a Mark Tremonti è l’impegno che, unitamente a un innegabile talento e un’inesauribile vena creativa, lo ha portato in un ventennio a sfornare ben tredici dischi in studio vendendo milioni di copie dapprima con i Creed e successivamente con gli Alter Bridge.
Non pago del successo ottenuto con le sue due creature più famose a fine 2011, al termine del tour mondiale di reunion con Scott Stapp, formò un side project per dare sfogo alla propria, inespressa, sete di speed/thrash metal, contribuendo al neonato progetto con tutti quei pezzi che, per evidenti motivi, non potevano trovare spazio né nella discografia dei Creed né in quella degli Alter Bridge. È così che nel 2012 quello che sembrava essere un divertissement del chitarrista di Detroit prese concretamente forma diventando una band vera e propria composta da musicisti di assoluto spessore.
Dall’esordio All I was al recente A Dying Machine, uscito per Napalm records a giugno di quest’anno, sono passati solo sei anni ma ben quattro album, una cinquantina di canzoni e diversi tour.
Tutta questa prolificità non è sempre stata tuttavia sinonimo di qualità. I dischi dei Tremonti (così come quelli degli Alter Bridge) sono tutti dischi più che buoni ma si ha in più di un passaggio la sensazione che alcune tracce siano palesi riempitivi ai quali si poteva rinunciare realizzando così lavori sicuramente più corti ma compatti.
Il tour autunnale di supporto al nuovo lavoro in studio è partito con i peggiori auspici. Alcune delle date della leg americana di supporto ai Seether sono state annullate a causa dei danni perpetrati dall’uragano Florence e negli stessi giorni si è registrato il forfait del funambolico drummer Garrett Whitlock a causa di non meglio specificati problemi famigliari. Nell’unica data italiana di questo tour la formazione dei Tremonti è così composta dall’immancabile Eric Friedman alla chitarra, Tannen Keegan al basso e dal turnista Ryan Bennett, talentuoso drummer che non farà rimpiangere più di tanto l’assente Whitlock.
Ad aprire il concerto milanese sono stati chiamati il gruppo francese Discconnected e gli inglesi The Raven Age, band capitanata da George Harris, figlio del bassista degli Iron Maiden.
Puntuali come un orologio svizzero Mark e soci si sono presentati sul palco alle 21 precise. Mark ha sfoggiato una t-shirt dei Maiden, retaggio del recente tour estivo che ha visto i Tremonti esibirsi come gruppo spalla degli Iron in più di una data. Senza falsi indugi il concerto è partito a mille con la sanguinosa Cauterize, un calcio nelle gengive arrivato come un fulmine a ciel sereno. Mark, vera e propria macchina sforna riff, dimostra qualità canore di tutto rispetto esibendo già dal primo pezzo una voce calda e avvolgente, sapientemente supportato dalle backing vocals di Eric che hanno contribuito a impreziosire l’inserto melodico del pezzo . Con le successive You Waste Your Time e Another Heart il ritmo rimane forsennato sottolineando l’enorme compattezza della granitica sessione ritmica composta da Keegan e Bennett che, sebbene suonino insieme da poco tempo, dimostrano di intendersi alla grande.
L’occasione per tirare un po’ il fiato arriva con la quarta traccia, Take You With Me, primo estratto da A Dying Machine, bellissimo pezzo che purtroppo paga suoni non all’altezza risultando alla fine un po’ pasticciato e confuso.
Con The Things I’ve Seen (continua a ricordarmi qualcosa degli WASP che non riesco a mettere a fuoco) Mark lascia spazio e gloria a Eric che si diverte in un paio di assoli di tutto rispetto.
La nuova Traipse viene tagliata dalla scaletta (così come già accaduto in precedenti date) per fare spazio a un curioso intermezzo blues per il quale Mark lascia chitarra e microfono a Keegan che insieme a Friedman e a un elemento dal volto coperto da un passamontagna (a chi è venuta in mente quella puntata dei Simpsons?) ci proiettano per qualche minuto con la mente in un fumoso club di New Orleans.
Il sacrificio di Traipse ha regalato però una sorpresa al pubblico italiano nell’esecuzione della successiva Desolation, al suo debutto assoluto in sede live.
Trust è probabilmente la canzone del nuovo disco a rendere meglio dal vivo, preludio alla bellissima Catching Fire che rialza vertiginosamente i ritmi dello show che vedrà nella pesantissima Flying Monkeys, nel pogo furioso della rocciosa Radical Change (questa sera in versione iper veloce) e nella maestosità dell’intro della nuova Bringer Of War gli episodi migliori di uno show che, sebbene con qualche sbavatura, non può che confermare e rafforzare l’opinione positiva che si ha di Mark, un artista a tutto tondo che non riesce a stare con le mani in mano (il nuovo disco è di fatto un concept album realizzato a supporto di un romanzo co scritto con lo sceneggiatore John Shirley).
Con l’implicito augurio contenuto tra le note della conclusiva Wish You Well i Tremonti si congedano dal pubblico italiano con la scontata promessa di ritornare a breve, promessa che, vista l’iperattività di Mark, non abbiamo dubbi verrà a breve onorata.
TREMONTI – La scaletta del concerto di Milano
Cauterize
You Waste Your Time
Another Heart
Take You With Me
My Last Mistake
The Things I’ve Seen
Tanner Keegan Trio (Blues)
Desolation
Trust
Catching Fire
So You’re Afraid
Flying Monkeys
Radical Change
Bringer Of War
Dust
Throw Them to the Lions
A Dying Machine
Wish You Well











![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)
















