Articolo di Giuseppe Guidotti
Parto dal fondo e quindi dal giudizio, dalla sintesi. Lorde è di una bellezza salvifica.
Ieri sera, un freddo pungente nella periferia di Bologna, entro per la prima volta alla Unipol Arena. Uno degli indoor più capiente per concerti in Italia. Un luogo ottimamente organizzato e servito e, cosa non scontata, pensato per la musica live.
Entro con le aspettative decisamente alte. Ma lo dico subito. Non sono il primo fan italiano di Lorde, anzi. Delle oltre 18.000 persone presenti ieri sera a Bologna (soldout quasi immediato) forse ero uno dei pochi che non conosceva a memoria ogni singola parola di tutte le canzoni. E questo è un primo fatto: il calore e l’amore che i suoi fan le restituiscono. Fan coi quali, durante il concerto, Lorde instaura un dialogo continuo. Un’attenzione e una cura rara. Fan verso i quali si dona completamente concludendo il concerto in mezzo a loro per ben tre canzoni (Tra cui Hard Feelings, secondo encore al debutto per questo tour).
Comunque dicevo, le aspettative erano elevate pur non essendo un fan incallito. Da Lorde mi sono lasciato ammaliare, come molti, al suo debutto. La percezione di un talento cristallino e puro che avrebbe potuto lasciare il segno nel pop degli anni a venire era piuttosto netta e condivisa. Come spesso accade poi il percorso di maturazione è meno dirompente. Così l’ho continuata a seguire ma con più distacco e meno affezione. Pur scandendo ogni suo nuovo album con ascolti interessati e attenti.

Dal debutto al nuovo inizio: la maturità di “Virgin”
Virgin, il disco del 2025, fin dal lancio, dal primo singolo e dal video esprime in maniera chiara una nuova fase della sua vita.
Oggi Lorde, da poco 29enne, è una donna. Ed è una donna nella complessità di ciò che significa. Il suo corpo, la sua sessualità, il suo essere un corpo in uno spazio e in un tempo. In questo tempo. Sono elementi che mi hanno immediatamente catturato, come per un nuovo inizio.
E quindi, per tornare alle conclusioni dell’inizio. Le aspettative, alte, sono state ampiamente superate.
Lorde entra alle 21.00 spaccate, accompagnata da una fascia di luce verticale che sembra una fenditura chirurgica: un invito a entrare dentro il suo nuovo mondo.
“Hammer” apre lo show.
Il palco è minimale ma per nulla povero. I musicisti sono disposti in linea verso il fondo. Lo spazio per lo più è vuoto come se stessimo per assistere ad uno spettacolo di prosa teatrale. E infatti c’è molto teatro nello show. I ballerini quasi sempre presenti si muovono sul palco con gesti e ritualità a volte decontestualizzate. Non come corpo di ballo ma più come attori. Durante il live si susseguono momenti iconici (i classici che poi in questi mesi sono stati ripresi sui social) in cui Lorde si sdraia su una piattaforma che si solleva da terra, in cui si spoglia e rimane con dei boxer da uomo o in cui corre su un tapis roulant.
Il corpo è un elemento centrale dello show. Lo racconta lei stessa prima di Liability. Racconta la difficoltà nel donare parti così grandi di se stessa, della sua anima al pubblico. Così il live è una sorta di esorcismo. In cui il suo corpo è l’elemento sacrificale attraverso cui tutto passa. Il live, riprende un po’ lo stile del Tour Motomami di Rosalia in cui il video è un elemento essenziale e partecipe del live. Ci sono momenti in cui Lorde guarda in camera costantemente, in cui si riprende. Una unione tra mondo reale e mondo dei social in cui l’immagine è tutto. Lorde lo fa sempre con il suo sguardo tagliante, con dei primi piano espressivi che trasudano la sua emotività.

Il cuore pulsante del live: vulnerabilità e forza
Nel secondo atto, quello più interno e vulnerabile, il corpo diventa una superficie di proiezione emotiva. “Shapeshifter”, “Clearblue”, “Current Affairs”: Lorde si muove, cammina a piedi nudi, si contorce, si ferma di colpo. Non è danza, non è teatro: è un linguaggio. Un modo di abitare la propria identità senza fissarla. C’è la sensazione di assistere a un processo di evoluzione in tempo reale, come se Lorde stesse usando l’arena come una stanza di decompressione dopo anni di confusione, pressioni, ridefinizioni.
Lorde è oggi una pop star unica. Un esempio meraviglioso per tanti punti di vista. Dal come riesce a trasmettere forza e fragilità. Del processo di maturazione che ha portato una ragazza prodigio ad essere una donna e della complessità di cosa voglia dire tutto questo, nella gestione dei propri sentimenti, della propria sessualità e della propria vita.
Arriva da una terra distantissima con quegli occhi enormi e un talento raro come se fosse un alieno eppure Lorde sembra davvero possa stare in mezzo a noi con la naturalezza di una persona che conosciamo da sempre. È energia pura. È una voce perfetta e potente che non scompare mai sotto la musica neanche quando corre o si dimena. Musicalmente poi, bisogna sottolinearlo, il live è quasi tutto suonato da un comparto di musicisti che usa sapientemente l’elettronica facendo un uso limitato di sequenze.

L’esplosione finale: pop maturo e viscerale
Il terzo atto è quello più sorprendente. Dove ci si aspetterebbe un momento più statico, Lorde sceglie invece di alzare la temperatura: “Man of the Year” e “Broken Glass” arrivano come pugni ritmati, sorretti da un lavoro della band impeccabile nel non oscurare la voce, ma nel lasciarla emergere come un suono primario. Il basso vibra basso, quasi viscerale; la batteria è essenziale ma densa; i synth sono tagliati con cura chirurgica. Nessuna sbavatura, nessun eccesso: è un pop maturo, elegante nella sua rudezza.
Il finale è un’onda lunga. “Green Light” è liberatoria ma non festosa. È una liberazione più adulta, più sofferta, un abbandono consapevole. Fino al finale in cui Lorde termina il sui rito e si fa letteralmente travolgere dal pubblico attraversandolo cantando per tutta la platea fino ad ergersi sopra tutti per gli encore.
Oggi Lorde non è solo una popstar. È una donna che ha imparato a mettere il suo corpo e tutto ciò che quel corpo contiene al centro della narrazione. E, così facendo, ha trasformato un concerto in un rito.
Quello penso, facendo travolgere da un vento gelido all’uscita, è la sensazione di aver visto un’artista nel momento più fertile della sua vita. Una Lorde che non è più prigioniera dell’immagine, né della giovinezza, né delle aspettative del pop. Una Lorde che usa la musica come un atto di rivelazione, e il palco come un organo vivo, pulsante.
E che tutta questa consapevolezza è di una bellezza che ci fa un gran bene.

LORDE – la scaletta del concerto di Bologna
Act I
- Hammer
- Royals
- Broken Glass
- Buzzcut Season
- Favourite Daughter
- Perfect Places
Act II
- Shapeshifter
- Current Affairs
- Supercut
- GRWM
- 400 Lux
- The Louvre
Act III
- Oceanic Feeling
- Big Star
- Liability (Preceded by speech)
- Clearblue
- Man of the Year
Act IV
- If She Could See Me Now
- Team
- What Was That
- Green Light (Started two times, because of some people needing help)
- David (Performed whilst walking through crowd to b-stage)
Encore:
- Hard Feelings (Tour debut, performed on B stage)
- Ribs (Performed on B stage)





























