Articolo di Marzia Picciano | Foto di Giulia Troncon (data di Bologna)
Se potessi, davvero, scrivere liberamente il resoconto del concerto di Niccolò Fabi di ieri sera, 26 ottobre, a Pescara, inizierei banalmente così: “Ciao Niccolò. Grazie per avermi fatto piangere per due ore e mezzo di fila. Non ci riuscivo da troppi mesi.” Sarebbe anche un modo per giustificarmi agli occhi dei miei vicini di fila, ma direi che questo è l’ultimo dei miei problemi.
Ora, Fabi ci scherza sempre, come anche ieri del resto, sul suo official trademark di cantautore dedito all’antica arte della tristezza catartica e liberatoria, eppure lo sa, ne è cosciente, davvero, di essere uno dei pochi cantautori uomini (che è un aspetto importante, eh) a parlarci metaforicamente dritto negli occhi mettendo insieme un sacco di parole, immagini, pensieri, insomma per dirci un sacco di cose che abbiamo magari sfiorato per un momento col pensiero, e accortici che facevano parecchio male, abbiamo spostato spinto indietro nell’anticamera della coscienza, sotto il tappeto come polvere?
Aggiungendo, poi, un arrangiamento non da poco, questo giro accompagnato dai sempiterni curatori delle sue canzoni (come se fossero le proprie, dice), Roberto Angelini e Alberto Bianco (che un paio di anni fa ha fatto un bel disco, ne avevamo parlato qui), Filippo Cornaglia, Giulio Cannavale, Cesare Augusto Giorgini e il tecnico del suono Riccardo Parravicini.

Secondo me sì. Allora vale la pena dirlo con grande onestà intellettuale. Io da Fabi, ieri, ci sono andata per farmi un bel pianto. E non sto ironizzando, lungi da me. Piangere fa bene, ma non tutti sanno farlo. Per questo ho deciso di farlo a casa mia, al Teatro Massimo, a Pescara. E per chiudere un cerchio.
Che poi Pescara è anche una città che Fabi conosce dai primi esordi, la prima fuori da Roma dove si è esibito, agli inizi, e soprattutto è casa mia. Ok, dovunque vada non manca di colpire nel segno, l’ho visto al Carroponte anni fa (e anche sulle montagne di Torninparte per Paesaggi Sonori, qualche anno dopo), l’effetto è sempre stato quello, un pò epifania, un pò schiaffo in faccia, chiuso sempre con questo rito collettivo semi-euforico di Lasciarsi Un Giorno A Roma. Che tu sia a teatro o in uno spazio aperto cominci a saltare e basta.
Per Libertà Negli Occhi, ultima fatica partorita in sei settimane chiusi in una baita nella Val Di Sole, a mettere giù disco e sentimenti, si entra in una dimensione ancora più essenziale. Protagoniste essenziali sono le luci. Un esercito di bulbi di un ipotetico cielo stellato, che ora ti illumina, ora no, insomma, del resto nella vita a volte sei sotto la stella buona, a volte te la devi cercare. Poi visual che strisciano veloci sul soffitto del teatro come torrenti conradiani. Sotto, sul palco, solo le persone.
O meglio, gli artisti, che ancor più con questo tour dimostrano che oltre a saper parlare chiaro senza troppi fronzoli al cuore gentile (semi-cit) bisogna anche saperlo tenere immerso in un’acquario sonoro adatto, molto più elettronico, molto più audace, tanto da aver avuto una visione quasi à la Sigur Ros durante un duetto di basso e tastiera tra Bianco e Fabi.

Quindi anche se la scaletta del concerto non ignora i pezzi storici di Fabi, comunque seleziona quelli che più si allineano al mood dietro Libertà Negli Occhi, sono quelli che più sembrano andare in continuità con il messaggio che Fabi e il suo team hanno voluto mandare con questo disco (Andare Oltre, Vince Chi Molla, Lontano Da Me, Una Somma di Piccole Cose, Scotta, Facciamo Finta) che alla fine per me e quello che è racchiuso in due versi di Nessuna Battaglia: “C’è sempre un’edera/Che cresce sulle rovine”.
E qui torniamo alla chiusura del cerchio. Tutta la scaletta di questo tour è un cerchio, che inizia dalla presa di coscienza di me che sto nella pausa che c’è tra capire e cambiare (Alba) fino allo stare solo nel presente di Libertà Negli Occhi. La cura della sofferenza per ogni cosa bella che inevitabilmente finisce sta nell’entrare in sè stessi, affrontarsi e rivoltarsi come un calzino. È un percorso che si fa da soli, anche se spesso ci pare di continuare a interloquire costantemente con un altro, con l’altro, con quello che ci mette costantemente in crisi, anche quando non c’è più.
E alla fine magari serve anche dello spazio da prendersi per allontanarsi da sè, perché certo, stare con noi stessi messi cosi, può essere soffocante, e soprattutto non ci rende lucidi osservatori del mondo che ci circonda. Risponde intelligentemente Fabi alla domanda che tutti noi, non solo gli artisti che scrutano costantemente la propria interiorità, ci facciamo quando vediamo che in un altro mondo, eppur sempre lo stesso nostro, i diritti essenziali quasi banali (mai) di cui godiamo vengono calpestati senza senso: “e noi che facciamo?”. La risposta forse è dentro, come ci educhiamo a vederla, a vederci.

Allora piangere non è così scontato, e no, non c’è nessuna ironia nel farlo.
Avevo bisogno di vedere Niccolo Fabi, perché a me è stata negata la possibilità di costruire silenziosamente, forse perché ero troppo silenziosa, e dovevo fare questo giro dentro e fuori di me. A casa mia, per portare a casa tutto.
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NICCOLO FABI – La Scaletta del concerto di Pescara
- Alba
- Andare oltre
- È non è
- Una somma di piccole cose
- L’amore capita
- Nessuna battaglia
- Casa di Gemma
- Chi mi conosce meglio di te (feat. Roberto Angelini)
- I cerchi di gesso
- Io sono l’altro
- Scotta
- Ecco
- Vince chi molla
- Una mano sugli occhi
- Una buona idea
- Costruire
- Libertà negli occhi
- Encore:
- Facciamo finta
- Lontano da me
- Lasciarsi un giorno a Roma




























