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Reportage Live

KING GIZZARD and the Lizard Wizard a Milano: quando il weekend inizia dal mercoledì (aiuto)

I King Gizzard invadono l’Alcatraz di Milano con il loro caos – non solo sonoro – trasformando quello che dovrebbe essere un normale concerto in una incredibile festa sbronza.

Articolo di Chiara Amendola | Foto di Andrea Ripamonti

È mercoledì, il mio oroscopo decide che avrò una giornata pessima, e in effetti le prime 12 ore confermano le previsioni degli astri. Arrivo all’Alcatraz in prima serata non proprio nel mood giusto, anzi detesto il mondo un pochino più di ieri. Per fortuna in pochi minuti mi servono una birra ghiacciata e osservo il parterre di gente accorsa qui, che sfoggia look volontariamente sciatti e barbe ricciute, estremamente incolte, che gocciolano liquidi ad ogni bevuta. La venue non ha mai avuto un cattivo odore cosi acuto.

Provo a maledirmi per aver lasciato il mio piumone insieme all’ottavo rewatch di The Office, ma poi succede qualcosa, le luci si spengono e con mia sorpresa, scopro che le mie pessime aspettative a breve saranno demolite.

A quanto pare i live set dei King Gizzard and the Lizard Wizard sono selvaggi e scatenati proprio come il nome della loro band. 

Gli scalmanati ragazzi di Melbourne – che conosco ma a cui non riesco a star dietro – sanno davvero come spremere i loro strumenti per creare un suono funky unico, stacanovisti non solo sul palco. 

Solo durante l’era della pandemia, la band ha pubblicato sette album. Definirli prolifici sarebbe un eufemismo al limite del controfattuale. Hanno infatti accumulato un catalogo sterminato pubblicando ben 23 dischi in un decennio. Non avrei mai pensato che dei maschi eterosessuali fossero capaci di lavorare cosi tanto.

Dai concetti di spaghetti western agli esperimenti jazz e folk con varie collaborazioni lungo il percorso, questa macchina rinfrescante ed estremamente feconda ha dimostrato un’impressionante capacità non solo di intraprendere e realizzare progetti in modo rapido, ma, cosa forse ancora più importante, l’attitudine a eseguire il tutto con uno stile che continua a costruire l’equità del suo marchio.

King Gizzard and the Lizard Wizard | foto di Andrea Ripamonti

Non appena i King Gizzard mettono piede sul palco invadono gli spazi dell’Alcatraz con un caos di suoni in una serie di brani metal-forward. La band è nota per cambiare scaletta ad ogni show e nessuno, compresa me, sa da dove iniziare o quale brano, nel mare magnum di testi concepiti, aspettarsi. L’overture è lasciata a “Robot Stop” dove gli assoli iperveloci e i ritmi feroci trascinano la folla in un mosh pit euforico.

Più il concerto procede più mi rendo conto di quanto sia sbalorditivo il numero di generi in cui la band si cimenta: dal solare sound garage rock di “Hot Water” al rock psichedelico di “Gamma knife” fino ad esplorare le odissee prog rock di alto livello e il thrash metal di “People – Vultures”, il loro spettacolo dal vivo si evolve con così tanto materiale da cui attingere da diventare un buffet uditivo che attira fan da ogni angolo della musica rock.

Uno dei maggiori punti di forza della band è la versatilità, che è stata messa in mostra nelle canzoni successive. “Iron Lung” è caratterizzata da un groove esteso che si trasforma durante l’esecuzione fino a serpeggiare, i fan occasionali sono confusi ma affascinati, gli irriducibili entusiasti.

Forse il fiore all’occhiello dei King Gizzard è il modo in cui hanno reintrodotto il concetto di “divertimento” in un panorama indie-rock a volte troppo autocelebrativo e serio. Sebbene le loro capacità musicali siano inattaccabili e gran parte dei loro contenuti lirici ruotino intorno agli orrori attuali e imminenti del cambiamento climatico, Stu McKenzie e la sua coorte di prodigi dai capelli crespi, portano una gradita leggerezza nei loro spettacoli dal vivo, sarà per l’aspetto trasandato da studenti in Erasmus, per la cannabis che fumano in maniera disinvolta quando entrano in scena, o forse per il furore con cui fingono al termine di ogni canzone di spaccare costosissime chitarre solo per beffare i presenti. 

King Gizzard and the Lizard Wizard | foto di Andrea Ripamonti

Uno dei momenti salienti del set è stato “Shangai” introdotta da un ipnotico groove di Cavinet Aja mentre Mackenzie dimostra che Kevin Parker non è l’unico psych-rocker australiano a nascondere un falsetto micidiale. La scaletta, composta “solo” da 16 pezzi, dalla durata media 8 minuti, è ricca di colpi di scena e procede come un inaspettato giro sulle montagne russe. La labirintica “Magenta Mountain“, in un tripudio di microtoni, ci riporta sul pianeta terra placando il caos e introducendo ritmi lenti e inebrianti.  A questo punto la folla è in piena estasi, in un climax fragoroso che arriva al termine con il finale doomsday-metal di “Gaia”.

Forse non c’è modo migliore, per comprendere una band, di osservare l’accoglienza che riceve dal suo pubblico.

A fine concerto vedo ragazzi stremati, sudaticci e anche abbastanza luridi, che però sorridono chiaramente divertiti ed eccitati.

Non sono stata solo a un concerto ma una festa, di quelle un po’ borderline in cui bevi fino a dare di matto, fumi senza sosta qualsiasi cosa ti venga offerta e ti succedono cose paradossali, magari anche incontrare un gran figo, non propriamente amante dell’igiene, con cui passare insieme tutta la serata.

Ovviamente a me non è successo, ma ho gradito lo stesso.

Clicca qui per vedere le foto dei King Gizzard in concerto a Milano oppure sfoglia la gallery qui sotto

King Gizzard & the Lizard Wizard

KING GIZZARD and the Lizard Wizard – La scaletta del concerto all’Alcatraz di Milano

Robot Stop
Hot Water
Big Fig Wasp
Gamma knife
People – Vultures
Persistence
Hypertension
Iron Lung
Sadle Sourceress
Shanghai
Magenta Mountain
Hot Wax
Planet B
Mars for the rich
Gila Monster
Gaia

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