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Reportage Live

I VIAGRA BOYS e la festa dei perdenti

Articolo di Serena Lotti | Foto di Giulia Manfieri

La rivincita del punk è decisamente un fatto nel 2021. Sono circa 15 anni che assistiamo ad una netta crescita del fenomeno in Europa che si allontana decisamente da quella che può sembrare un’operazione revival volta a macinare ascolti su Spotify. Si tratta di band che sembrano avere esigenze diverse da quelle di portare avanti mere strategiche operazioni di marketing, ma che stanno invece creando un fenomeno disruptive nel panorama europeo e si propongono di promuovere un linguaggio rabbioso, intransigente e asprissimo, nel solco della tradizione.

Non saprei definire con certezza quanto gli svedesi V****a Boys possano essere ascrivibili all’interno di questo genere in ascesa, fatto sta che con la loro proposta musicale originale (ma non originalissima), urticante (ma non mortale) e dannatamente ironica, e grazie anche alla presenza di un frontman, Sebastian Murphy, che si propone come un anti-leader e un perdente, si sono guadagnati una dignitosissima quota nel mercato musicale e sono seguitissimi.

La location dei Magazzini Generali è al massimo della capienza. Gente senza mascherina quasi nella totalità dei presenti. Viene voglia di pensare che forse stasera non tutti sono qui per i VB ma solo per andare a vedere uno dei pochissimi concerti in cartellone in questo timido momento di ripresa della musica live. E questo non lo dico per fare torto alla band.

Di fatto accaparrarsi un posto con una visibilità decente è quasi impossibile, tentiamo varie strade, lato palco, balconata, fondo parterre. Alla fine vedremo il concerto dagli schermi dei telefoni di quelli avanti a noi e questo inficerà notevolmente sulla componente di coinvolgimento che con un live come questo conta per il 90%. Insomma bene ma non benissimo.

I VB salgono sul palco con un accademico ritardo di 15 minuti e dopo una badilata di suoni distorti, sintetizzatori sparati al massimo e riverberi cupissimi, attaccano una sequela di incendiari pezzi ben costruiti ed eseguiti, egualmente tratti da Street Worms e Welfare Jazz. Mentre sentiamo partire le rasoiate distorte di Research Chemicals tratto dall’EP di Consistency of Energy, oltre la marmaglia disordinata di teste nel parterre non vediamo che ogni tanto un pezzo di braccio tautato, talvolta una gamba all’aria di Sebastian. Con una sequenza già entrata in loop dopo i primissimi secondi, i VB iniziano a scaldare bene l’aria già carica di ossitocina. E anche noi proviamo a convincerci che ascoltare è meglio che vedere, nonostante alla fine torneremo a casa coi piedi asfaltati a furia di stare sulle punte come Carla Fracci.

L’ incubo comico di disavventure dei VB è senza via d’uscita e si può dire essere partito benissimo. E cosi’ i VB virano veloci sulla catchyssima Ain’t Nice regalandoci sequenze sonore che ci fanno saltare per aria con le gambe al contrario tanto risultano ficcanti ed irresistibili, grazie anche ad un un synth che crea dipendenza ed un sassofono in stato di grazia.

Se pensiamo a quanto l’anima più recondita del jazz sia l’improvvisazione, non viene difficile intuire quanto durante questo live (e ce lo aspettavamo) i VB abbiano adottato questa best practice regalandoci le lunghissime sezioni strumentali di Shooter e Toad (aperta dallo spoken biascicato di Murphy) costruendo tappeti di blues nocivo e acidissimo. Durante le esecuzioni urticanti fatichiamo a capire se Sebastian si sia allontanato dal palco o se si stia rotolando tra gli amplificatori e i cavi audio mentre le linee di basso distorte e quegli odori di dance-punk nell’aria continuano a restare sospesi pericolosamente nell’aria.

Si continua su questo mood con le versioni di Down in the Basement e I Feel Alive, durante le quali le chitarre e il sassofono si alternano a lampeggiare freneticamente, come nella bruciante Slow Learner, mentre i ritornelli ripetuti all’infinito diventano una delle mosse distintive del live, dei loop costanti, frementi e insidiosi.

Nonostante le godibili e derisorie versioni dei brani proposti, a tratti abbiamo assistito ad un live a tratti più basico che acido, colpa certamente della pessima posizione che ci ha impedito di buttarci nella mischia a ballare, ma possiamo affermare con assoluta onestà intellettuale che i VB sono stati spassosissimi e se fosse stato possibile godere di una migliore posizione, avremmo dato lode cum laude ai giovani svedesi.

Fondamentalmente quello che gli abbiamo visto fare è perculare il sentimentalismo e il machismo, fino alle invettive al fulmicotone sulle convenzioni sociali e il conformismo. Si potrebbero definire dei dadaisti 2.0, comici dissacranti, cinici e dannatamente fattoni. Questo viene fuori benissimo nella surreale quanto ficcantissima Sports autentico grido di battaglia contro l’ipocrisia e in chiusura, con la bruciante Shrimp Shack. Quindi, per tirare le fila, non solo mattacchioni ubriaconi eversivi, politicamente scorretti e animali fino in fondo, ma anche promotori di una linea stilistica intrinsecamente legata al rhythm and blues e al jazz che rende le loro produzioni sufficientemente sperimentali ed avanguardiste.

Insomma Viagra dateci 3 parole che non siano sole, cuore, amore.

Spezzare i canoni. Rifiutare l’accettabile. Celebrare i perdenti.

Clicca qui per vedere le foto dei Viagra Boys a Milano (o sfoglia la fotogallery qui sotto)

Viagra Boys

Viagra Boys – La scaletta del concerto di Milano

  1. Research Chemicals
  2. Ain’t Nice
  3. Slow Learner
  4. Just Like You
  5. 6 Shooter
  6. Secret Canine Agent
  7. Down in the Basement
  8. I Feel Alive
  9. Toad
  10. Worms
  11. Sport
  12. Shrimp Shack
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Milanese, soffro di disordini musicali e morbosità compulsiva verso qualsiasi forma artistica. Cerco insieme il contrasto e il suo opposto e sono attratta da tutto quello che ha in se follia e inquietudine. Incredibilmente entusiasta della vita, con quell’attitudine schizofrenica che mi contraddistingue, amo le persone, ascoltare storie e cercare la via verso l’infinito, ma senza esagerare. In fondo un grande uomo una volta ha detto “Ognuno ha l’infinito che si merita”.

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