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Reportage Live

GOD IS AN ASTRONAUT e NOTHING: binomio inaspettato di mezza estate

Dopo un’assenza dai palchi fin troppo sentita, finalmente il grande ritorno dei GOD IS AN ASTRONAUT in uno show che porta in Italia anche i NOTHING.

I concerti del mercoledì sera possono essere un evento strano. Da un lato, è un bel modo di spezzare la settimana, un primo urrà che ci offre un assaggio di spensieratezza del weekend. Dall’altro lato, l’imminente arrivo del day after può togliere un certo grado di divertimento in quanto gli spettatori conservano le energie per il loro lavoro quotidiano. In quest’ottica, uno spettacolo che mette insieme shoegaze e post-rock strumentale, in cui l’enfasi è posta sull’apprezzamento e sull’immersione piuttosto che sul moshing, è proprio l’ideale per questo momento, ed è qui che troviamo un paio di centinaia di anime che prendono posto al Magnolia per il concerto dei Nothing e del ventesimo anniversario di God is an astronaut (d’ora in poi GIAA).

I Nothing sono una band notoriamente sfortunata, avrebbero dovuto iniziare le registrazioni del loro ultimo e atteso disco nel febbraio del 2020, proprio nel periodo in cui l’America iniziava a prepararsi a essere colpita da un virus mortale. Dopo una quarantena domestica autoimposta di 14 giorni, la band e il produttore Will Yip, si sono rinchiusi ancora una volta nello Studio Four della Pennsylvania, completamente isolati da famiglia e amici mentre la follia del mondo esterno si svolgeva. Il risultato è una raccolta atmosferica e cinematografica di canzoni e storie che ci presentano in parte stasera. Se Palermo e la band hanno costruito una carriera attorno al loro sound caratteristico, è chiaro che la formazione attuale ha raggiunto un punto di maestria. Palermo mescola senza sforzo strati su strati di toni di chitarra che creano un insieme di suoni che svaniscono e riappaiono, come le onde dell’oceano che si infrangono su coste fredde e desolate.

Sono felice di vedere che il revival shoegaze sia ancora apprezzato, anche se non è l’unico genere che la band incorpora volentieri: le influenze metal e hardcore dilagano Il cantante Domenic Palermo non ha presentato la band, ma ha fatto qualcosa di molto più rivelatore: ha suonato lo stesso accordo con effetto nel suo amplificatore per un minuto per completare l’apertura “Hymn to the Pillory”. Quando Domenic ha cambiato chitarra, è iniziato il sample di “Say Less“, con un applauso del pubblico che ha riconosciuto la canzone in arrivo.

“April Ha Ha” ha trasformato il set in sludge quando il bassista, Aaron Heard, ha portato la sua distorsione a 11, dando vita a un suono molto pesante, che contrastava meravigliosamente con le parti in cui erano solo Kyle Kimball alla batteria e Domenic a cantare.

“Vertigo Flowers”, con il suo riffing mid-tempo, ha indotto un sacco di head-banging da parte della folla, mentre le voci sussurrate ci inondavano la testa. “The Carpenter’s Son” è stata la canzone più lenta del set, una liberazione catartica della tensione e del tono esistenziale delle canzoni precedenti. Ma poi i Nothing ti colpiscono di nuovo in faccia con “Famine Asylum”, dove la distorsione torna a toccare valori assurdi con un assalto sonoro di batteria e chitarra verso la seconda metà del brano, dove ho sentito la mia anima iniziare a staccarsi da me a causa della quantità di rumore che stava assalendo le mie orecchie.

Sono le nove e trentacinque minuti e faccio fatica a trovare il senso della realtà. Prendo un gin tonic per prepararmi agli headliner che attendo con una certa curiosità. Ad appena un decimo del set di GIAA – e in effetti solo a metà della loro seconda canzone “Spectres” – mi è già chiaro che la band è riuscita a trascendere tutte le dimensioni conosciute e sconosciute, lasciando la sala trasfigurata su un altro piano. L’interazione con la folla è ridotta al minimo, come è giusto che sia; la band non è la star, ma la musica, con “In Flux” e “Mortail Coil”, rispettivamente da Ghost Tapes #10 e Epitaph. La band dice scherzosamente che suonerà “alcune delle sue canzoni più popolari”, ma l’applauso che accoglie l’annuncio di “Suicide By Star” dimostra che non si sbagliavano.

L’illuminazione gioca un ruolo fondamentale nell’insieme del set ed è qui che si rivela forse il momento più bello della serata: la danza intrecciata tra suono e visione. Per le band strumentali, che non sono famose per gli spettacoli dal vivo con pirotecnica o simili, è così importante che questo equilibrio sia raggiunto e mantenuto costantemente; stasera i GIAA ci sono riusciti. C’è qualcosa di così puro, così speciale, così emotivo fino al midollo, in una band che è, letteralmente, solo gente sul palco che suona canzoni con un set di luci che accentua il loro suono.

Gli spettacoli con tutti i crismi sono brillanti, naturalmente, ma ogni tanto è meraviglioso vedere un gruppo di ragazzi che senza sfarzo si limitano a essere eccellenti in quello che fanno. Dopo gli ultimi due anni, questo momento è ancora più prezioso.

GOD IS AN ASTROUNAT – la scaletta del concerto di Milano

Adrift
Spectres
Seance Room
In Flux
Mortal Coil
All Is Violent, All Is Bright
Suicide by Star
Forever Lost
From Dust to the Beyond
Burial
(gtr problems on intro; rest of GIAA played a bit of Massive Attack’s Angel then restarted the song)
Fade

Encore:
Route 666
Echoes

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Cinefila e musicofila compulsiva. Quando qualcosa mi interessa non riesco a tacere.

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