Articolo di Umberto Scaramozzino
L’uscita di “Embers”, undicesimo album in studio pubblicato a fine 2024, ha riportato i God is an Astronaut a concentrarsi sul presente e soprattutto sul futuro. Messe da parte le dovute celebrazioni per l’ingresso nel terzo decennio di attività, la band irlandese ha avuto modo di riprendere in mano la propria forza creativa e di godere dell’apporto di Jo Quail (nota per aver già lavorato con gruppi come Amenra e Mono) al violoncello e di Dara O’Brien al sitar.
“The End of the Beginning” e “All Is Violent, All Is Bright”, i primi due album della discografia che insieme compongono uno dei migliori segmenti della musica post-rock degli anni Duemila, restano senza dubbio le vette irraggiungibili. Eppure, con “Embers”, i GIAA hanno ritrovato un’ambizione che poteva apparire sopita. Si tratta di un album interessante, molto più a fuoco di “Ghost Tapes 10” e predecessori, che sembra abbia anche rinnovato la voglia del trio irlandese di valicare i confini tipici del proprio genere, pur restando saldamente all’interno di ogni stilema post-rock che ha definito un ventennio abbondante di carriera.
Rispetto al tour di tre anni fa, quando si presentavano in quartetto o addirittura quintetto a seconda della leg del tour, il ritorno al power-trio composto dai fratelli Kinsella e dal nuovo batterista Anxo Silveira, sembra paradossalmente dare nuovo slancio alla band, che torna a mostrarsi più compatta, con suoni più ruvidi. Gli elementi vagamente esotici del nuovo album dal vivo tendono ad appiattirsi, impoverendo un po’ l’ambizione intravista tra le tracce di “Embers”, ma rendendo sostenibile il tour e regalando una furia primordiale forse molto più congeniale a un pubblico conservativo come quello del post-rock. E poi, la qualità esecutiva dei God Is An Astronaut resta sbalorditiva.
Anxo Silveira, in particolare, non fa rimpiangere lo storico batterista Lloyd Hanney, che dopo ben 22 anni dietro alle pelli, e dopo aver registrato l’ultimo disco, ha deciso di abbandonare pacificamente il progetto. Originario della Galizia e trasferitosi di recente in Irlanda, il già batterista dei Baliza ha trovato il modo di inserirsi perfettamente nel mondo musicale di Torsten e Niels Kinsella. Nei primi pezzi sembra un po’ rigido, ma dopo una ventina di minuti di scioglie e aiuta i God Is An Astronaut a sprigionare un impatto quasi metal, alternato a momenti “krautrock“, con un ritmo dritto e ipnotico.
Nonostante sia musica strumentale, la forza comunicativa delle suite dei GIAA è impareggiabile. Lo stile più aggressivo ereditato da “Ghost Tapes 10” è ormai un pilastro del sound del combo irlandese, ormai sempre più vicino a un’ibridazione post-metal. Tutto ciò sì unisce all’emozione tipica del movimento che i musicofili del web hanno ormai da tempo ribattezzato “crescendo core”, per sottolineare la struttura dinamica “loud-quiet-loud” che fa del crescendo il punto di forza della maggior parte dei brani. Una rincorsa al climax sonoro che si trasforma in dopamina e che porta i fan dei God Is An Astronaut a non averne mai abbastanza.






















