Articolo di Marzia Picciano
Seduta sul volo di ritorno Barcellona Milano a ora di pranzo, dopo quello che potrebbe essere classificato senza troppi giri di parole un “dritto”, unico modo a mio avviso per concludere una tre giorni (ufficiale) come quella del Primavera Sound, comincio a visualizzare, nel suo insieme, quella che è stata la 24esima edizione dell’evento che ha definito non tanto uno standard, quanto un paradigma nel mondo dei festival.
Parliamo di una manifestazione oggi sempre più visceralmente legata al proprio territorio di nascita, Created In Barcelona, nonostante la vocazione internazionale, e a dei valori specifici: inclusione e ‘nò a tutti i conflitti, nessuna incertezza nel condannare, tanto da portare su ben due palchi Aarab Barghouti (figlio dell’attivista palestinese e figlio del leader politico Marwan Barghouti, attualmente in carcere in Israele). Valori ormai fisici, tatuati sull’asfalto su mare del Parc del Forum, un modo di essere e di vivere attivamente la musica – ovviamente, con tutte le contraddizioni e le difficoltà che questi tempi moderni portano, in Spagna, nel mondo, e in tutti noi.

A un anno da quella che sarà l’edizione del quarto di secolo, in un momento storico in cui ricordarsi compleanni e anniversari è facile, ma rinnovarne lo spirito alquanto difficile, il Primavera Sound riesce anche, anzi forse di più nel 2026, a mantenere la propria cifra – pur evolvendo, perché se si rimane fermi si muore – con un occhio di riguardo a quanto fatto in quel passato che gli ha permesso di essere oggi dov’è, nonostante le complessità e, diciamolo, brutte cadute, vissute in questi giorni.
Una line up di ritorno
Basta fare un salto indietro a mesi fa, alla release della line up, che ha convinto la sottoscritta a comprare il biglietto. Dopo l’operazione simpatia pop del 2025, quella di quest’anno era un ritorno alla casa madre dei ’90s-00s, capitanati spiritualmente da The Cure, Massive Attack e My Bloody Valentine (e si, anche gli Slowdive), in bilanciamento con la più recente disposizione del pop internazionale. Anche le proposte degli altri palchi, soprattutto del Port, sembravano trovare quella naturale tendenza alla distorsione punk che caratterizza il festival.
Per dirla in brevissimo: nonostante tutto e tutti, il Primavera Sound rimane una certezza per molti.
Uno dei segreti di questa capacità che, come anche Aleix Ibers, Mar Campos e Alfonso Lanza (rispettivamente Direttore Comunicazione, Vicedirettore e Co-direttore del festival) in conferenza stampa sabato sembravano suggerire, è una sfida sempre più critica da gestire nel tempo, risiede nel sodalizio che il Primavera riesce a creare tra artista e fan. Il primo è prima di tutto un fan del festival, e torna regolarmente – e no Olivia mia cara, non è che il Primavera sia fantastico solo perché guarda il mare. Lo dice Rachel Brown dei Water From Your Eyes (tra le mie performance preferite, tra l’altro), lo ripete Oliver Sim in quello che è stato uno dei live e reunion, dei The XX, più belli e curati del festival intero: gli artisti stessi sono soprattutto utenti del festival, nel senso che se non vi suonano, ci vanno, stanno tra le masse che si muovono da un palco all’altro nel tentativo – impossibile – di incastrare 150 concerti letteralmente in contemporanea tra di loro. Perché si, è vero, ai festival si fanno tante cose, ma con un’offerta del genere, tu, al Primavera vai innanzitutto per ascoltare e vedere musica.

La tempesta perfetta
Quindi come non comprendere il legittimo (mi sento di dire, per molteplici ragioni) isterismo da primo giorno “pagato” e di fatto saltato – perché se non eravate come la sottoscritta a lottare contro una deliziosa intossicazione alimentare, forse avrete avuto la gioia di godere non solo della giornata inaugurale con Wet Leg, Guitarrica e i Geese, quest’ultimi vero oggetto dell’innamoramento del Primavera di quest’anno, con tre live di cui un acustico al piano di Cameron Winter in 48h consecutive (ragazzi, siamo al limite dello stalking da nuova cotta del liceo). E forse sarete stati in una delle sale di quella manifestazione spettacolare che dovrebbe fare scuola, Primavera A La Ciutat. Insomma non eravate a corto di live.
Un colpo importante: saltati i Massive Attack (al loro ennesimo tentativo di ritorno), Mac De Marco, Doja Cat e Bad Gyal in quella che sembrava la tempesta perfetta. In conferenza stampa si ammette: si è fatto di tutto, si è tentato di tutto, non c’è stata la corretta valutazione del rischio delle previsioni, e il protocollo è scattato e si è generata una fuga di persone e notizie non esattamente corrette o tempestive (del resto, quando hai personalità come Doja Cat sul palco devi sapere che probabilmente la comunicazione la fa prima lei con i suoi fan).
Non si è gestita bene la comunicazione, lo prendiamo a lezione, dicono. Su 9000 lavoratori è mancata una informativa completa. Sono errori, succedono anche ai migliori, ma sono costati una giornata di festival. Ricorderemo Winter e band sopravvissuti a una Trinidad di pezzi bagnatissimi, che sarebbero anche andati avanti se non fossero intervenuti i tecnici letteralmente a staccare i cavi dal palco mentre veniva giù uno degli schermi.
(Da neofita dei Geese però devo dire: il pathos in crescendo sotto la pioggia su Au Paix De Cocaine l’ho apprezzato molto. È stato il climax della mia prima giornata, per carità, ma non erano comunque gli headliner).

Bisogna chiamare le cose con il proprio nome: sfiga, certo, e comunque un brutto errore. E per quanto gli acquirenti del biglietto del solo giovedì (il 20% di 70mila paganti totali) riceverà il giustissimo rimborso, per un festival che dichiara un 62% di fan internazionali su 287mila presenze totali (con full pass sold out) bisogna considerare anche il danno di chi ha programmato vacanze su tre giorni di festival e vede il suo artista agognato cancellato, non una spesa indifferente – nonostante l’intero pacchetto, per caratura e nomi, rimanga uno dei più economici in circolazione.
Bisogna considerare questi aspetti e quelli che sono gli impatti del cambiamento climatico (perché di questo si tratta) su festival all’aperto. In Italia, su realtà medio piccole ha minato la stabilità economica delle manifestazioni stesse. Bisogna tenerlo a mente in Spagna, dopo blackout e DANA, quando al giorno di chiusura hai persino Pedro Sanchez a stringere la mano a Damon Albarn e a vedere la macchina di investimento (perché alla fine questo è il festival, e non c’è niente di sbagliato in merito: si può e si deve mangiare sulla musica, con correttezza, ma almeno non vedremmo certe storture di mercato) con almeno 350 milioni di euro circa di impatto economico a edizione (stime da confermare). Devi farlo soprattutto se stai puntando ad esportare il modello fuori, operazione non sempre riuscita alla grande (vedremo i risultati delle sessioni previste a fine anno in Brasile e Argentina). Safety always first, e con un pò di visione.
La Cura per ogni malattia
Il secondo giorno si era già rientrati in quello che è l’agognato mood del festival. Il ritorno alla normalità è stato dettato dal live dei The Cure, vero e proprio headliner dell’edizione, che a battesimo di tour internazionale incantano l’area dell’Estrella Damm per due ore e passa. Robert Smith, alla fine, è più in forma di molti trentenni abbruttiti dalla vita e dalla palestra. A parte il bikini di Addison Rae, il Primavera tira fuori finalmente, dopo la brusca interruzione del giorno prima, il vero punto della sua edizione: le corde riverberate tra millennial e shoegaze, la malinconia intrinseca che chi ha creato o segue questa manifestazione da anni porta in cuore, l’inconsolabile gioia di potare un intensissimo, brillante grigio nel cuore. Sono loro, con i My Bloody Valentine e i The XX a definire il minimo comun denominatore del festival: l’alternative rock ha le sue basi qui, in questi accordi, e in queste evoluzioni (elettroniche, principalmente). Il nostalgismo di chi negli anni ’90 ci ha lasciato una fetta importante della sua vita, trascinandosi languidamente nei duemila, e che ha un’importante imprinting anglosassone d’oltremanica: e qui includo anche Dev Hynes e Men I Trust, perché idealmente sullo stesso piano (e dai, anche Addison, perché cosa c’è di più di nostalgico del pop di Britney?).

Quindi certo, bene la sopresona con una super star ormai in rampa di lancio come Olivia Rodrigo, baciata dalla buona stella e anche da Robert Smith in un duetto su feature dedicato (per quanto continui il mio senso di straniamento nel pensare a Smith trovarsi di fronte a un pubblico per molti versi simili a una brutta copia di una festa di Euphoria, dice la mia amica), ma sappiamo che non serve a dare lustro a un festival che ha attirato quasi trecentomila persone con una line up ben precisa.
Sono state altre leve, come l’assolutismo grattato fino al fondo che certi scenari americani raccontano nei cantati tormentati di Adrianne Lenker e Big Thief, o del fenomeno Ethel Cain (ne avevamo parlato in occasione del live di Milano). Sono anche le Cali vibes pop di TV Girl, l’introspezione dance e un po’ dark di Oklou, e le divagazioni rap, dj e funk di Little Simz – direi vera regina del terzo giorno – o l’irruenza dell’attivismo politico dei Kneecap, che alle 3 di notte non hanno trovato incertezze nel pubblico ma solo pogo e gente estremamente desiderosa di venire travolta da cotanta violenza, musicale, soprattutto all’arrivo del fratello irlandese Grian Chatten. Aggiungiamo l’opera fulminante di Dijon e la quota IDLES del festival, pareggiata in violenza punk solo dalle Lambrini Girls, ovvero i Viagra Boys. Nonostante sia al loro terzo live rimango sempre allucinata, questa volta dalla chiusura di Research Chemicals.
Sulla stessa linea sono le sessioni boiler room del Cupra Pulse o del Plenitude, dove un’intero altro festival andava avanti (tra le poche a resistere, tra l’altro, alla tromba d’aria con Ben Ufo, Fcukers eOvermono), senza contare la sessione del sabato con ospitate sorpresa di Balawan, Four Tet ed Arca, e ovviamente la chiusura da serata brava con Peggy Gou e un corpo di ballo attivato precisamente alle quattro e mezzo di notte. È in questa moltitudine, nei poghi di Sophs, Knooked Loose, Texas Is Reason e nell’intimità gemmata dei live dell’Auditori Rockdeluxe, che si trova l’anima del Primavera.

Lo show nello show dei Gorillaz
Capitolo a parte per i Gorillaz. Premessa necessaria: chi scrive è un’amante del genio di Damon e del suo iperattivismo creativo. D’altra parte, quella dei Gorillaz è la modalità di Albarn per raccontare la realtà con ironia e feroce poetica pop, mani libere perché siamo in un corpo artistico che non è neanche fisicamente un solo uomo, o meglio si, ma può pirandellianamente estendersi all’infinito (grazie alle grafiche di Jamie Hewlett). Quindi The Mountain arriva come un atto corale di magnitudo esagerata, non solo nel disco, ma proprio nel live. Albarn è un direttore d’orchestra con la stessa verve (e outfit) di uno Steve Zissou sornione che imbastisce un concerto non sulla banalità della guerra, ma del male, e di come pervade la nostra quotidianità, intervallando le rese auliche del flauto di Ajay Prasanna con gli attualissimi zero-zero di 19-2000 e Feel Good Inc., il twerk esagerato di Moonchild Sanelly, Little Simz incappucciata in di ritorno sul palco dopo la performance del pomeriggio e uno stormo di altri ospiti che lo rendono un mini festival a sè.
Il Primavera Sound, con il suo parco-valori orgogliosamente presentato ai suoi fan, non poteva che essere il luogo d’eccellenza per tale performance. Ed è questo che, tempeste perfette a parte, rende il festival non tanto un’esperienza mordi e fuggi, ma un oggetto di culto, o più semplicemente un luogo in cui tornare (sperando che l’inflazione non lo renda impossibile, soprattutto per i suoi 25 anni). Non ci resta che attendere il prossimo 5 giugno per ricominciare tutto da capo.












![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)















