Articolo di Umberto Scaramozzino
In giro per l’Italia potrebbero esserci persone prossime a diventare maggiorenni, che aspettavano un concerto di Jack White letteralmente da tutta la vita. Le ultime apparizioni nel nostro Paese risalgono infatti al 2008, quando suona a Torino e a Ferrara con i suoi The Raconteurs per promuovere l’album “Consolers of the Lonely”. Da quel momento in avanti, il vuoto più assoluto. I The White Stripes smettono di esistere, i Dead Weather snobbano l’Italia, i Raconteurs non ci tornano, e con il prolifico progetto solista che ha consolidato Jack White come uno dei più grandi rocker del mondo sembra non ci sia mai occasione di inserire l’Italia nei programmi. Almeno fino ad oggi.
Nel primo giorno del primo weekend del festival La Prima Estate, arrivato alla sua quinta edizione a Lido di Camaiore, Jack White torna finalmente a suonare per i fan dello Stivale, in una forma che definire smagliante è dir poco. Sale sul palco con fare euforico, quasi isterico, imbraccia la chitarra e inizia senza convenevoli. Una corda della chitarra salta già al secondo minuto (forse colpa dei The Hives, che hanno preso in prestito la strumentazione di White dopo essere stati derubati della propria?) e lo costringe a cambiare subito lo strumento. Un imprevisto che svela chiaramente la modalità con cui è condotto questo concerto, in cui nulla è vincolante e tutto è lecito.
Il modo di concepire la musica di Jack è tanto sporco quanto il suo approccio nel suonarla. Ma di negativo, in quella sporcizia, non c’è assolutamente nulla. Jack White si colloca appena fuori dai bordi della contemporaneità, delle sue mode e delle sue regole. Vive in uno spazio liminale nel quale ogni cosa, anziché essere riprodotta o semplicemente variata, viene reinventata e ridisegnata secondo parametri imprevedibili. A differenza dei corridoi delle Backrooms, le irregolarità del rock e del blues di Jack White irretiscono senza turbare.
Non stupisce che proprio lui, che viene spesso accostato a un personaggio di Tim Burton (uno degli ultimi autori immaginifici di Hollywood), sia uno dei musicisti contemporanei più legati alla propria visione artistica. Così come un look può ricordare un personaggio partorito dalla mente creativa del regista di “Edward mani di forbice”, allo stesso modo un riff rock è facilmente riconoscibile quando intercetta le coordinate sbilenche di Jack White. Perché più del genere e più del sound, a essere riconoscibile e imprescindibile è la visione. Tutto il resto viene da sé, sgorga con estrema naturalezza.
Non c’è scaletta stampata: i brani vengono annunciati da Jack White direttamente alla band, che invece di occupare il tanto spazio a disposizione sul grande palco del festival, si concentra al centro della scena. La direzione obliqua della batteria, posta di lato e la vicinanza dei musicisti trasformano il palco in una sala prove senza pareti. Un set nel quale Jack White è l’attore che improvvisa, che conosce il copione talmente bene da potersi permettere di non seguirlo.
Per questo ogni brano proposto è come se vivesse di vita propria e si facesse inedito, nonostante la grande generosità di reperti da storia del rock che vengono regalati al pubblico de La Prima Estate. Due pezzi dei Raconteurs, sei dei White Stripes (sette, se si conteggia lo snippet di “Cannon”), mentre dal repertorio solista più di ogni altro disco emerge ovviamente “No Name”, l’ultimo album in studio che in qualche modo plasma e concretizza la variazione contemporanea dell’idea di musica di Jack White.
Perché quando parliamo del rock e dei suoi esponenti — massimi o minimi che siano — ci sembra di parlare di preistoria, mentre quando si tratta di Jack White la connotazione si fa avveniristica e asincrona? Il tema trasla dalla tradizione del passato alla distorsione di un futuro parallelo nel quale il rock può ancora essere un catalizzatore. Nel quale un guitar hero in giacca di pelle può ancora essere credibile nel pieno della propria vitalità creativa.




















