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Reportage Live

Affidarsi al cambiamento con i BLACK COUNTRY, NEW ROAD

La band di Cambridge porta il nuovo album ai Magazzini Generali, tra fragilità, ironia, nuove voci e la grazia dell’impermanenza.

Articolo di Alessandro Cebrian Cobos

I Black Country, New Road sono cambiati. “We’ll see each other in the future, thank you for sticking with us through the changes” ci dice Tyler Hyde, la bassista e cantante prima di lasciare il palco. Nel concerto ai Magazzini Generali di Milano del 25 ottobre 2025 hanno confermato la loro storia di reinvenzione, di adattamento, di cambiamento.

Aprono per loro i Westside Cowboy, manchesterini che mixano indie rock anni ‘00 e cantautorato folk all’americana. Sono grintosi, un po’ malinconici, adorabili quando per l’ultimo pezzo si riuniscono tutti e quattro a cantare intorno a un solo microfono, suonando solo una chitarra acustica e battendo il ritmo sul rullante portato per l’occasione a fronte palco.

Il set è promettente ma breve (a gennaio esce il loro secondo EP), e presto arriva il momento degli headliner. Come l’ultima volta entrano sul palco con una loro sigla iniziale. Nel tour portano i pezzi di Forever Howlong, il terzo album in studio uscito questa primavera, e il primo senza Isaac Woods che fino al ’22 era il principale cantante della band.

È il punto d’arrivo di un processo che ha preso qualche anno: quando li avevamo visti a Milano al Magnolia erano in un curioso periodo di transizione e riassestamento. Il materiale del disco dal vivo Live At The Bush Hall era stato scritto e cantato da tre di loro: Hyde, la pianista May Kershaw, e il sassofonista Lewis Evans.

Nel nuovo assetto, Hyde e Kershaw rimangono le figure frontali, anche sul palco, affiancate però dalla violinista Georgia Ellery: si alternano alla guida dei pezzi, intrecciano nuove armonie a tre, e portano ognuna una nota molto personale, che si mescola nel sound dei BC,NR senza perdere la propria unicità.

E il sound è cambiato: c’è forse un po’ meno immediatezza nei pezzi nuovi, mentre viene accentuato quel loro modo molto narrativo di intendere le canzoni, quasi teatrale. Anzi, le note di pianoforte staccato suonate da Kershaw danno un colore quasi da cabaret vittoriano, un filo farsesco; del resto, nonostante la loro gravitas, restano una band con un senso dell’umorismo ironico.

Un esempio di questo contrasto: è un po’ imbarazzante identificare i membri della band con un solo ruolo, visto che sono tutti polistrumentisti. Tra una canzone e l’altra si scambiano gli strumenti, ne prendono in braccio di nuovi e diversi: mandolino, banjo, clarinetto, fisarmonica… per Socks Hyde prende posto alla tastiera, sulla quale è appesa una bandiera palestinese.

Poi per la title track tirano fuori un grosso flauto tenore a testa e Kershaw canta e li dirige con gesti decisi. È una scena buffa, eppure hanno imparato a suonare lo strumento apposta per questo brano delicato che racconta il rapporto con la propria tristezza quotidiana.

Resta lo stile di composizione asimmetrico, quasi progressivo e un po’ sghembo, ma mai fine a se stesso e sempre al servizio dell’emotività e della narrazione. Semmai si aggiunge una maggiore consapevolezza di palco, nella regia luminosa ad esempio; molti controluci, fari di diversi colori che si accendono e spengono a ritmo con gli staccati del ritornello di For The Cold Country. In un silenzio di Forever Howlong sfruttano anche per un secondo la palla strobo dei Magazzini, sempre con quel modo ironico di presentare la loro intensità.

Il nucleo emotivo del live però lo troviamo, collettivamente, in un pezzo recuperato dal repertorio di Live At The Bush Hall: è la splendida, toccante, potente Turbines/Pigs che rapisce tutto il pubblico sin dalle prime note essenziali di pianoforte che accompagnano la voce tremante di Kershaw. La coda strumentale sale, non a caso, turbinando verso l’alto togliendoci il fiato e quando riatterriamo non possiamo che scoppiare in un lunghissimo applauso catartico.

Dopo la conclusione con Happy Birthday vengono sul fronte del palco, si abbracciano, parte la sigla di chiusura (non poteva mancare una sigla di chiusura). Il batterista Charlie Wayne regala le bacchette, poi scende da fronte palco e va in cassa a prendersi una birra. Esco.

Ho la sensazione di aver visto un concerto che non sarebbe dovuto essere e invece è, nella maniera più sincera. Non è la prima volta che mi capita con i Black Country, New Road, di sentire quanta bellezza, anche sofferta, ci sia nello stare insieme alle cose che cambiano. Penso che dovrei affidarmi a loro di nuovo; la prossima volta che passeranno di qua scopriremo insieme qual è la direzione che prenderemo.

BLACK COUNTRY, NEW ROAD – la scaletta del concerto di MILANO

The Big Spin
Salem Sisters
Two Horses
Mary
Nancy Tries to Take the Night
Besties
The Ballad of El Goodo (cover dei Big Star)
Socks
Dancers
Turbines/Pigs
Goodbye (Don’t Tell Me)
Forever Howlong
For the Cold Country
Happy Birthday

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