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Zweisamkeit – Il santuario della pazienza

L’avevano detto. Ci avevano avvertito. Ci avevano spaventato. Detto fatto. Il pranzo è servito. Come nove mesi fa, ancora una volta, il pop ci ha stancato, ci annoia, ci logora, non ci piace più, ci fa cagare, continuiamo a produrre il cazzo che ci pare tanto poveri eravamo, poveri siamo e poveri saremo. E non chiamateci vittime perché non lo siamo. Piuttosto siamo liberi e perversi. E non ce ne sbatte un fico secco se agli altri non piace quello che produciamo. L’abbiamo già detto, il nostro godimento prima di ogni altra cosa. Il sesso, prima e ovunque. Scemi. E ancora, Bersani è un cretino, la sinistra sta a destra, Berlusconi è comunista, lo spread è altissimo, il Signor Guevara dicono sia morto, Berlinguer dove cazzo sei, Marx non è mai esistito, Monti ci romperà il culo, la rivoluzione la facciamo noi, la rivoluzione è cosa nostra, che palle, “che noia questa musica moderna” (cit. coltissima del Dott. M.P.). Punto e basta.

Snowdonia Records saluta il pop, chiude le finestre, tira su la lampo e presenta gli impronunciabili, nonché esordienti, Zweisamkeit. “Il santuario della pazienza”, dodici tracce, cinquanta minuti, il mare verde scuro della wave italiana degli anni ottanta, le correnti claustrofobiche ingoiano i piccoli battelli di plastica danzanti tra le onde fluttuanti dei Neu!, mentre dalle banchine arrugginite si lasciano andare le corde di seta spezzate dalla Germania più ricca e folle, più krauta e acida, più stronza e cervellotica che ci sia mai stata nell’umanità. “Il santuario della pazienza”, voglio andare in Puglia perché fa caldo, c’è il sole, c’è l’olio buono, si mangia bene, si beve bene, perché Al Bano ha sposato Romina Power che è semplicemente bellissima e perché ci sono gli Zweisamkeit.

Gli Zweisamkeit al debutto discografico senza pop, senza ritornello, senza canzone (una su dodici, “Limiti urbani”), poca voce, pochi testi, molto amore, molto sesso. La new wave a letto con il kraut-rock. Snowdonia ci fotte sempre.

Francesco Diodati

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