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STEVE EARLE – I’ll never get out of this world alive

GIORGIO CANALI & ROSSOFUOCO - Rojo

New west
Steve Earle ci aveva abituato bene con un album all’anno, non sbagliandone mai nessuno, e con “I’ll never get out of this world alive”, invece, pubblica un album di inediti dopo quattro anni dallo straordinario “Washington square serenade”, anche se nel 2009 aveva dato alle stampe il commovente omaggio a Townes Van Zandt con il doppio “Townes”. In fondo anche questo disco è un omaggio, ma questa volta a suo padre, venuto a mancare tre anni fa, proprio nel periodo in cui aveva iniziato a scrivere alcune delle canzoni contenute in “I’ll never get out of this world alive”. La morte del padre lo ha stimolato a metabolizzare e ad utilizzare per alcune di queste canzoni i suoi preziosi insegnamenti.
Come lo Springsteen di “Factory”, Earle omaggia il padre lavoratore operaio in “The gulf of Mexico”, nella quale spiega che il genitore è stato impiegato sulle petroliere della Texaco nel golfo del Messico, dove lui poi ha sparso le sue ceneri. Il cd, inoltre, contiene un dvd con il making of del disco e Earle si sofferma anche a parlare del dramma dello scoppio della piattaforma della British Petroleum dell’anno scorso. Per questo disco Earle ha voluto T-Bone Burnett alla produzione e mai mossa è riuscita più azzeccata. Questo è un binomio che si aspettava da tempo, perché Burnett è uno dei più valenti produttori in ambito country rock e questa collaborazione era inevitabile, perché Earle è stato colui che ha rivoluzionato in tutti i sensi il country, togliendogli il drappo del conservatorismo, per mettergli quello delle idee socialiste e rivoluzionarie. Con Burnett c’è proprio la continuità e la coniugazione delle radici e le ali di questo stile.
Il disco, infatti, suona compatto con brani strutturati su ballate prevalentemente acustiche e nelle quali il country lascia spazio anche al rock (“Waitin’ on the sky”) e al blues di New Orleans (“Meet me in the alleyway”). Il sound è sempre pulito e gli strumenti si amalgamano alla perfezione e l’aspetto più affascinante è che i brani non risultano mai manieristici, ma hanno sempre quell’aura di spontaneità, che ha sempre contraddistinto il cantautore della Virginia.

Vittorio Lannutti

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