Articolo di SERENA LOTTI
Incontriamo Carmen Consoli durante una giornata milanese di pieno sole, nella splendida cornice della Triennale di Milano per l’ascolto in anteprima della sua ultima fatica, Amuri Luci il primo atto di una trilogia che si muove tra mito, politica, poesia e filologia. Dopo il successo di Volevo fare la rockstar (2021) e il live Terra ca nun senti (2024), della cantantessa catanese torna con Amuri Luci un progetto ambizioso che conferma la sua vocazione a un’arte colta, radicale e necessaria.
Prima di incontrala ascoltiamo interamente il disco in anteprima per la stampa nel nuovo spazio immersivo della Triennale chiamato “Voce“, una stanza concepita come una vera e propria cassa armonica. Ogni traccia è introdotta da un incipit di Carmen che appare sui monitor sparsi in sala sala. Ascoltiamo in religioso silenzio.
Carmen entra in sala alla fine dell’ultimo brano, visibilmente emozionata: dopo pochi minuti è pronta a sganciare una delle tante battute irresistibili della mattina: “Sono venuta a Milano a fare questa terronata, perchè in fondo sono una terrona con la T Maiuscola“. Come si fa a non amarla?
Amuri Luci: due sostantivi, nessuna congiunzione, nessuna gerarchia semantica. Carmen Consoli sceglie un titolo che è insieme apertura e invito, lasciando che sia l’ascoltatore a costruire il significato. L’amore è luce, amore per la verità, per la conoscenza. Ogni interpretazione non esclude l’altra, ma la potenzia e in questa ambiguità luminosa, Amuri Luci non è solo un disco: è un atto di resistenza poetica. Un lavoro che non cerca il successo radiofonico, l’algoritmo dell’airplay ma la verità. E in questo, è profondamente popolare.
Registrato in presa diretta in una casa di campagna tra l’Etna e il mare, il disco è un ritorno all’essenza. “Abbiamo condiviso questi giorni ingrassando in maniera smisurata perché cucinava mia madre”, racconta Carmen, sottolineando il clima familiare e artigianale della produzione. Il suono è caldo, vivo, imperfetto e sorprendente come la vita. Il 70% delle tracce è stato registrato live, in acustica e arrangiamenti costruiti collettivamente.
Dopo i saluti viriamo sul tema Palestina e sul grande sciopero indetto per il giorno successivo, il 2 Ottobre. Carmen esprime con fermezza il suo dissenso verso la politica contemporanea, criticando la mancanza di diplomazia e la logica della vendetta. Parla di Gaza e della Global Sumud Flotilla di cui tutti attendiamo notizie (mentre noi ascoltavamo il disco la Mikeno risultava essere l’unica imbarcazione entrata nelle acque palestrinesi). Sono le 12.00 e tutti bramiamo di sapere, mentre lei dichiara:
“Prenderei la mia imbarcazione ad Aci Trezza e partirei per Gaza. Lo farei, io vi giuro che lo farei.”
Carmen critica duramente la lentezza e l’inefficienza delle istituzioni e condivide la sua visione politica: non partitica, ma profondamente etica. Vivere con virtù, creare valore, essere utile alla comunità: questo è per lei fare politica. Denuncia l’indifferenza, il Dio denaro, la logica del profitto che sovrasta l’umano e che ha sostituito ogni valore umano e spirituale. Per lei, l’amore, la felicità e la cultura dovrebbero essere al centro della società, ma richiedono tempo e dedizione, qualità che oggi sembrano essere sacrificate sull’altare del potere.

Influenze culturali: il Mediterraneo come DNA e il dialetto siciliano come lingua di lotta
Il disco è interamente in siciliano, ma non è un disco dialettale nel senso tradizionale. La lingua è usata come uno strumento di verità, come ponte tra passato e presente. Il disco è attraversato da una profonda riflessione sulle radici culturali del Mediterraneo: Carmen indaga il nostro “DNA culturale”, partendo dal greco antico, passando per il latino di Ovidio, fino al volgare siciliano della scuola poetica federiciana. “Mi sta dando molta soddisfazione questo lavoro di ricerca, partire dal latino, dal greco di Teocrito, dal dolce stil novo sviluppatosi alla corte di Federico II.”
Carmen lo definisce un lavoro che “fa suonare la voce” e che nasce da una ricerca profonda, filologica e culturale. Il dialetto siciliano diventa veicolo di denuncia e di amore, di memoria e di resistenza. È la lingua che tira fuori da Carmen la sua anima polemica, impegnata, sociale: il siculo è colonna portante del disco, è scheletro e muscolo insieme e non è solo il codice linguistico dell’album: è la sua anima. Carmen lo usa per “urlare il disappunto”, per denunciare l’indifferenza, per evocare la storia e la bellezza.
La Sicilia diventa crocevia di civiltà: araba, normanna, greca, latina.
Carmen cita anche Shakespeare, Quinto Ennio, e la letteratura francese, immaginando il secondo disco come un viaggio attraverso il latino, lingua internazionale che unisce le radici comuni dei popoli europei.
Musica e filologia: il suono delle radici
Il piano musicale è profondamente intrecciato con quello linguistico, Carmen ha cercato la musicalità nelle cadenze, nei versi, nella fonetica. Il brano “Galatea”, cantato in greco antico, è una sfida filologica e musicale. “Quando una lingua è poetica è musicale. I grandi poeti sono quelli che suonano. È facile musicare Dante Alighieri perché suona già.”
La musicalità è costruita anche attraverso la manipolazione consapevole della lingua: Carmen ha seguito corsi di greco per capire dove spostare participi e sostantivi senza alterare il senso. Il risultato è una lingua “morta” che torna a vivere, vibrare, cantare. “Quanto vale una cosa per la quale hai speso tempo per impararla? È vissuta, è conoscenza conquistata.“

I duetti
Il disco ospita voci importanti, scelte operate non per marketing ma per affinità poetica. Carmen ha voluto Mahmood per “La terra di Hamdis” dove l’artista canta in siciliano, invocando il vento per spegnere l’inferno della guerra nel brano dedicato a Ibn Hamdis, poeta arabo costretto all’esilio. Il brano rappresenta un gesto di riconciliazione tra lingue e popoli. “Gli arabi da noi furono molto tolleranti, portarono ricchezze e valore, cultura. E alleggerirono le tasse del governo precedente.”
La voce di Mahmood è precisa e rispettosa, è “una piccola soddisfazione” per Carmen, che lo definisce “Internazionale”.
Jovanotti presta invece la sua voce a “Parru cu tia” un pezzo che invita alla rivoluzione quotidiana in quello che è a mio avviso l’anello debole del disco, la voce di Jova non riesce a incarnare la profondità del testo. Il suo stile pop qui appare fuori contesto. Il disco è costruito su una ricerca raffinata: greco antico, dolce stil novo, poesia araba, strumenti acustici. In questo contesto, la voce di Lorenzo suona come un elemento estraneo.
Leonardo Sgroi giovane tenore del Maggio Musicale Fiorentino, interpreta invece Dante da Magliano in un dialogo immaginario con Nina da Messina, prima poetessa in volgare, che “mette l’io al centro” in tempi in cui alle donne non era concesso sapere. La prima donna a poetare in volgare prende voce.
Donne, voce e giustizia
Il disco è anche un omaggio alle donne che hanno osato. Nina da Messina, prima poetessa in volgare e Graziosa Casella, ribelle e libera, donne rivoluzionarie che hanno sfidato i limiti imposti dalla società. Carmen le celebra come esempi di resistenza contro la cultura del sopruso, “Non c’è il più forte che sovrasta il più debole. Questa è la cultura fascista che dobbiamo contrastare.” La voce femminile diventa gesto politico, atto di giustizia, ironia che smaschera il potere. Carmen le celebra come simboli di emancipazione e resistenza. La sua musica diventa così un una forma di giustizia e di memoria.
Un disco coraggioso
Amuri Luci è un disco colto e coraggioso, che non ha paura di essere complesso e di nicchia. È un’opera da ascoltare con attenzione, da decifrare, capire, un disco dove ogni parola viene scelta con cura e amore. Carmen ammette: “Non andrà da nessuna parte, soprattutto in radio. E soprattutto, non verrà ballata in discoteca.”
In un’epoca dominata dalla velocità e dall’effimero, Carmen Consoli ci invita a rallentare, comprendere e ritrovare la luce grazie ad un disco che non si consuma, ma si conquista. È la voce di Carmen Consoli che si fa eco di voci antiche e contemporanee, che canta l’amore, la rabbia, la speranza. È un disco che non si accontenta di essere compreso, ma vuole essere sentito. E in questo, è profondamente necessario. L’impianto tematico di Amuri Luci guarda al passato per comprendere il presente. Nei testi un richiamo costante alla tragedia greca e alla poesia epica, filtrati da una sensibilità moderna e profondamente femminile. La cantantessa diventa così custode di una memoria che non si limita a celebrare, ma interroga e provoca.
Il tour e i prossimi lavori
Carmen ci parla del tour che sarà diviso in due parti: la prima dedicata al disco in siciliano, la seconda a un’altra anima musicale. Carmen non cerca il successo radiofonico, ma una vita artistica indipendente: “Creiamoci uno zoccolo duro. Al di là di qualunque disco, tu hai una vita live.” Ed è proprio il live a diventare il luogo della verità, dell’incontro, della resistenza. Carmen lo immagina come uno spazio libero, dove la musica non è prodotto ma esperienza.
Infine, parla del futuro della sua trilogia musicale, che proseguirà con un secondo disco in latino e un terzo in italiano, esplorando il mito di Galatea e Polifemo come metafora della trasformazione dell’amore e del potere. Amori Luci è un primo atto. Il secondo disco racconterà la tragedia: Polifemo, innamorato di Galatea, uccide Aci, il pastorello amato dalla ninfa. Il terzo sarà dedicato alla metamorfosi: Aci diventa fiume, Galatea si unisce a lui nell’acqua.
“Oggi sta succedendo che l’amore trasforma un animo umano in un mostro. Non si capisce come ci sia questa metamorfosi dell’amore.”
Il progetto è ambizioso, colto e profondamente radicato nella storia e nella letteratura, ma sempre con uno sguardo critico sul presente.
Carmen un’ultima domanda?
Avrei voluto fare una domanda. Una di quelle imbarazzanti e stupidissime posta senza senso in mezzo a Teocrito e una riflessione sulla diplomazia medievale: sono certa che Carmen avrebbe risposto con sincerità, con quella lucidità affilata e affettuosa che la rende unica.
Lo confesso Carmen è dal ’97 che voglio assomigliarti, dai tempi di Confusa e Felice quando mi mettevo camicie vintage e cercavo di piastrarmi il ciuffo. Un ibrido impossibile tra te, Kim Deal, Courtney Love e quando accenni alla tua nuova mania della dieta alcalinizzante, quanto mi sento connessa a te. E ascoltandoti oggi, tra un riferimento a Ignazio Buttitta e un’analisi sul ruolo della lingua nella costruzione dell’identità, ho capito che quel desiderio adolescenziale non è passato, anzi.
In un mondo che corre verso l’efficienza, tu rivendichi il valore del tempo speso a imparare il greco antico. In un’epoca che idolatra l’algoritmo, tu scegli di cantare in siciliano, di studiare le cadenze del dolce stil novo, di far suonare le parole come strumenti. Hai detto che “vivere con virtù è già un atto politico”, e che “la conoscenza è l’unico dominio nelle mani dell’uomo”.
Hai parlato di Gaza, di tuo figlio che manifesta con la bandiera della Palestina, di come l’amore possa trasformare un mostro in un poeta — o viceversa. Hai raccontato di Nina da Messina e Graziosa Casella, donne che hanno osato dire “io” in tempi in cui non era concesso. Hai detto che “non c’è il più forte che sovrasta il più debole”, e che questa è la cultura fascista da combattere.
Vabbè, ma la domanda era questa:
“Carmen, ma poi l’hai trovata una buona crema anticellulite?”
Lo so, è disruptive, ma in mezzo a tanta bellezza e profondità, ci sta anche una tamarrata con la T maiuscola. Aspetterò la conferenza stampa del secondo disco per sentire la risposta. Io ci sarò. Con la stessa stupida domanda, e con la stessa voglia di assomigliarti.





























