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Voci da ROCK CONTEST. Intervista a LUMEN

Articolo di Marzia Picciano

La cantautrice LUMEN, all’anagrafe Silvia Demita, rientra nella categoria di artisti che ha deciso che non esiste un solo modo per fare musica, ma esistono tanti modi per farla contestualmente, attingendo a grandi mani dall’enorme mondo interiore, e incartandolo bene con le parole.

Conformazione in psicologia, pratica arte, poesia e musica unendo sensibilità sociale e carica poetica, non pratica il cantautorato da poco: ha già pubblicato due EP (Di mari mossi e cieli stellati, 2023 e Corrente Libera Vitale, 2024) mescolando folk d’avanguardia ed elettronica, e conosce bene il palco, essendo stata molto attiva negli anni.

Lumen è anche il nome che ho scorto con un piacevole ricordo nella lista dei trenta selezionati di Rock Contest: in apertura l’anno scorso a Marta Del Grandi all’Arci Bellezza di Milano, è stata una piacevole sopresa. Nel frattempo, Lumen si muove attivamente tra Torino e Milano (vita/lavoro) e Martina Franca (casa/origine). Per ora ci racconta questo suo flutturare in vista delle selezioni di Rock Contest.

Hai uno stile molto particolare, unisci questo folk dal sapore quasi internazionale a una lirica densa, e assolutamente poetica. Tu dove senti di trovarti in un immaginario spettro musicale?

“A dire la verità ho sempre fatto fatica a trovare un posto, forse perché mi sento contaminata da tante cose e perché ho sempre sentito l’istintività e la spinta vitale come caratteristica fondante di quello che faccio (come se il risultato venisse da sé).

Penso però che la mia musica ed espressione prenda dai miei ascolti folk, vedi Joni Mitchell, Sufjan Stevens, Big Thief, Nick Drake, Arcade Fire, ma anche dalla scrittura cantautoriale italiana. Nei lavori nuovi che stiamo facendo sto cercando una via di mezzo tra il sogno (elementi di elettronica) e la corporeità (percussioni, ritmica). Vediamo cosa sarà, ma sono sicura sia la strada giusta per me.”

Nella polumetis (o poliedricità) che ti caratterizza come artista, qual’è lo sguardo di Lumen, e quale quello di Silvia? Come si combinano tutte queste discipline?

“Riflettevo che non c’è una distinzione netta tra Silvia e Lumen, forse a volte sarebbe utile per fare schermo ma la verità è che non è così. Per cui Lumen è tutto quello che sono: lavoro nel sociale, ho studiato psicologia di comunità e sono molto legata ai temi della casa e della marginalità. Le arti le ho sperimentate in varie forme: leggo poesie che mi fanno piangere ed emozionano, sento un potere di cambiamento nella letteratura a cui dovremmo affidarci di più. Disegno e dipingo, non mi reputo ‘bravà ma non mi interessa, mi interessa l’espressione e l’imperfezione, per cui è quello che seguo.”

Nel difettare c’è sempre da imparare, o per lo meno osservare con candore.

“Andy Warhol parlava dell’importanza degli scarti e degli errori, come posti da cui dovremmo pescare di più per creare bellezza. Conduco dei laboratori sul corpo e la voce con dei ragazzi con disabilità e altri con disturbi d’ansia: anche lì esploriamo noi stessi e ci ascoltiamo, pratichiamo l’incontro. In questo senso sento che l’arte sia uno strumento che smuove, può creare visibilmente il cambiamento ed è quel punto luce in un mondo che non sa più dove andare.”

Un percorso artistico complesso.

“Il mio percorso artistico è fatto di pochi certificati e molta curiosità, piedi in tante scarpe e muoversi per istinto, ascolto di me e del mondo.”

Bilel è una bella canzone su chi viene dalle onde. Come è nata questa volontà di racconto?

“Lavoro con dei ragazzi, figli della migrazione: arrivati da vari posti del mondo, hanno lasciato la loro casa ma ci restano molto legati (come tutti noi, del resto). Bilel è la storia di un ragazzo che parte dalla Tunisia e arriva in barcone in Italia, verso casa di suo fratello, in Italia da due anni. Sono storie che io vivo attraverso la pelle di altri,ma anche un pochino sulla mia, che vengo dalla Puglia e ho toccato varie città negli ultimi dieci anni. Ascolto e mi commuovono perché sono smosse ma un forte bisogno di autodeterminazione e di vivere una vita non solo dignitosa ma anche piena di desiderio.

Bilel è la storia di tante persone, alcune che arrivano a destinazione e altre no: é una tematica fondamentale e ancora di più in questo periodo storico dove mi sembra che molti abbiano dimenticato che significa umanità.”

Nei tuoi testi non manca mai la parola mare. Cosa rappresenta per te?

“Come ti dicevo, sono pugliese e ho lasciato casa dieci anni fa per seguire quello che mi smuoveva. Il mare per me è casa, chi mi conosce lo sa, a volte quando piango, ripeto “voglio andare al mare”, é un bisogno sottopelle. Il mare è meditazione, bellezza, immensità. Ma anche famiglia, il ricordo dei nonni e dei miei, il gioco.”

Hai già prodotto degli EP, ora sei al lavoro su qualcosa di nuovo?

“Sto lavorando ad un album, da circa un anno. Ci sono voluti un pò di tentativi, per me fondamentali per capire la direzione. Con Kilian, il mio magico produttore con cui lavoro dal primo ep, abbiamo fatto un lavoro molto focalizzato e pensato. Non volevamo qualcosa che fosse messo lì per caso, ci siamo presi un tempo di costruzione. Poi dall’incontro con Giovanni Todisco abbiamo unito al lavoro la sua creatività e stiamo tirando fuori dei pezzi di cui sono molto soddisfatta.”

Cosa rappresenta RockContest per te?

“RockContest per me é un’opportunità di conoscere ambienti nuovi, persone nuove e far conoscere la mia musica. Sono grata di essere stata scelta, intanto andiamo avanti!”

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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