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10 brani della scena indipendente che forse vi siete persi, e che dovreste correre a recuperare

Primavera, voglia di nuovo e sempre quel fastidioso marasma di uscite dove è davvero difficile districarsi. Le playlist editoriali aiutano, ma spesso abbiamo come la sensazione siano come una scatola di privilegi, di ritornelli ossessivi, e che precludano l’ascolto di chicche indiscusse della scena indipendente che, non temete, abbiamo recuperato per voi. Qui una playlist di 10 brani che, quasi sicuramente, non avete ancora ascoltato nè spacciato agli amici. 

Consiglio extra non richiesto. La foto di copertina è tratta da “Intrigo Internazionale” di Alfred Hitchcock, un film adrenalinico, vintage e ormai del tutto indie da recuperare insieme a questa carrellata di brani, per lo più adrenalinici e molto tristi, come il film in questione.

“Il dorso della mano di Dio” di Giovanni Carnazza

Torna il cantautore Giovanni Carnazza, con una nuova storia di dolore, di synth invadenti che suonano come i ronzii nelle orecchie, quelli che come onde ci preannunciano uno svenimento. Quello di Giovanni Carnazza è proprio questo: una vita di debolezza, una caduta, di paura e di chi ha convissuto con un mostro grande, che non ha mai sconfitto, ma che a suo modo ha amato e accolto. Giovanni Carnazza torna quasi a sorpresa, come un ospite che non si stava veramente aspettando, con una storia autobiografica, con un mondo che esplode di influenze anni Ottanta e non ha paura della fragilità, di suonare lontano, incomprensibile, e incredibilmente solo. Un brano che parla di tutti, a tutti.

“Sono vivo” di Luca Urbani

E a proposito di canzoni tristi ed elettroniche, ballabili e strazianti. Vi segnaliamo anche questo brano che inizia proprio con un verso bellissimo e ficcante “Sono vivo quando ballo”, e a seguire un elenco di banale quotidianità, e di tutte le piccole cose che ci tengono in vita. Luca Urbani, che sì è un produttore, “quello dei Soerba” e molto altro, anche discografico per Gelo Dischi, ma non possiamo che dirlo, per una volta, anche un abile paroliere con quel suo modo tutto suo di parlare di amore, come la cosa che più dolorosa e bella del mondo, a parlare di alcol e punteggiatura nella stessa strofa, a parlare di tutti noi, raccontando situazioni così specifiche. Speciale, e poco altro. Questo brano è contenuto nel suo nuovo album “Parlo da solo nei centri commerciali”, un’altra di quelle uscite che forse vi siete persi.

“Gyarados” dei Jamilla Dischi

Un nuovo progetto si affaccia sulla scena indipendenti, che sa di club di provincia, del Leoncavallo, anche un po’ di Medio Oriente, che si può ballare, ma anche pogare, urlare. I Jamilla Dischi sono violenti e divertenti, sono un genere senza nome che va inventato e che si impone nella scena musicale indipendente anche come collettivo, per unirsi, crearsi, aiutarsi. Da Sesto San Giovanni, per rimarcare il fatto che musica del genere, di pancia e di rabbia, non proviene solo da Roma in giù. I Jamilla Dischi sono un duo, formato da Federico Villa (Villa Psicosi) e Dario Bonafè, e Gyarados è il loro debutto:  un mix di rap e rock, come se Il Teatro Degli Orrori incontrasse Salmo, per parlarci dell’invidia, dell’infamia, della caduta e della rivalsa. Spleen et Ideal.

“Tu (e la cocaina)” dei Bosco

Tornano anche i Bosco, con un brano delicato e intenso allo stesso tempo, che tratta le relazioni come fossero dipendenze, e gli innamorati come tossicomani, come fossimo amanti in un bagno di una discoteca e tu a sniffare cocaina. Il marcio dei sentimenti, e i synth invadenti che ci accompagnano in un loop di parole. Una formazione metà maschile e metà femminile, attiva dal 2015 ma che solo ora emerge lentamente dalla scena underground, romana e non. L’ispirazione per questo pezzo  arriva direttamente dalle atmosfere inquietanti e decadenti di Caligari e dalla periferia di Roma. Ne siamo rimasti conquistati.

“Flattener” degli Sneer

Vi diamo il benvenuto nel mondo degli Sneer, un modo ossessivo e rigorosamente strumentale, che hanno esordito da poco con un disco e un singolo di cui vi proponiamo l’ascolto: un brano che racchiude in breve lʼestetica della band: con un tempo serrato a 160 bpm, un sax ripetitivo alla melodia e il basso sintetizzato, il pezzo si evolve in 2 parti principali, presentando la vena compositiva del trio. Pochi riff cantabili e apertura allʼimprovvisazione sorreggono una dose di groove ben dichiarato e martellante, il tutto con unʼattitudine lo-fi.

Ma più in parole povere: una festa, l’estate che arriva martellante nelle casse di case, una domenica con il proprio compagno che finisce con la farina sui vestiti e il solletico sul pavimento sporco, una danza con gli amici, ubriachi alle 2 del pomeriggio, la vita adulta che si intreccia con questo sax che sa di vita, di bellezza e di musica che vorremmo ascoltassero tutti, per essere migliori, e più felici.

“A mio figlio non darò nome” di GODOT.

É tornato anche GODOT. con un brano tra i più intimi e personali che gli sentiremo mai. Un pianoforte ci accompagna verso la storia di un figlio ipotetico, senza nome, libero di crescere e costruirsi, lontano dai pregiudizi, idee preconfezionate e tutto ciò che ci ha impedito, a noi che siamo una generazione spezzata, di sentirci liberi. Un brano commovente che non esplode mai, che entra sotterraneo nella pelle come dovrebbe fare con i nostri figli, che tratta di identità di genere, sessualità e molto altro, senza usare parole complicate, per tutti. Anche per vostra nonna.

“Fuochi Fatui” di Galapaghost

Torna anche Galapaghost con un doppio singolo, un tipo di uscita a cui davvero non siamo più abituati, il lato A e il lato B, con queste chitarre squisite che sanno di vero, di suonato, di vissuto, di raccontato. E ci piace rincorrere la musica fatta così, quella della domenica, che si ascolta lentamente e in silenzio, che non rincorre ritornelli e le playlist di Spotify. Casey Chandler, questo il nome vero di Galapaghost, è un’anima pura che ci offre questa sua autobiografia musicale, un indie-rock di quelli che ci hanno fatto avvicinare alla musica, le emozioni più forti che non fanno troppo rumore. Questi due pezzi sono intrecciati, uno con le parole, l’altro no, un mood primaverile e catartico che forse fa al caso vostro, per pulirsi le orecchie.

“Xolo Main Theme” di Alberto Mancini

E a proposito di pulirsi le orecchie, non potevamo che consigliare anche il nome di Alberto Mancini che di recente ha pubblicato due dischi strumentali, due colonne sonore per videogiochi ma che sono assorbibili tranquillamente anche a prescindere, magari per una passeggiata urbana, per accompagnare la solitudine di questi primi caldi: in particolare “Xolo Main Theme” è un intenso viaggio attraverso una città abbandonata del Sud America, dove musica tradizionale si intreccia con i canoni epici e cinematografici a cui Mancini ci ha ben abituato. Il protagonista di tutta questa colonna sonora è il flauto, suonato dal maestoso Giaime Mannias, che ha registrato i suoi flauti proprio in Colombia. Qualcosa di diverso, tremendamente bello.

“Pop 84” del Sig. Solo

Un altro ritorno che ci sentiamo di segnalare è quello del Sig. Solo, nome che da anni risuona nell’underground musicale del Nord Italia e che di recente ha pubblicato un nuovo disco dal titolo “Io sono 2”. Abbiamo la sensazione che il suo sia un collage autobiografico di esperienze, dove c’è il romanticismo urban dei Baustelle, a tratti la delicatezza di Dente, spesso anche l’anima ballabile del suo “mentore” Luca Urbani, dei Soerba. Grandi influenze, pratiche, che ha messo insieme come un sapiente artigiano tirando fuori brani come “Pop 84”, un tuffo negli anni 80, come a ritrovarsi nel vostro miglior Capodanno in un club di provincia. A tratti un po’ forzato, come a dover ammiccare e divertire per forza, ma a noi piace proprio per questo. 

“Come un gatto” di Pezzopane

E concludiamo con questo brano di Pezzopane, direttamente dal suo nuovo disco dal titolo dal titolo “Sembra ieri”. Un pop trascinante e liberatorio, di quelli sfacciati, di noi che se partono gli 883 impazziamo e urliamo in macchina, di noi che siamo uomini ma se ci fate fare quello che vogliamo, forse vogliamo sposarci, e accasarci, come gatti sul divano. Pezzopane parla un po’ di questo, con tutta la frivolezza di chi vuole solo innamorarsi, restarsi, non bere tanto e rimanere nella monogamia. E se vi siete mai innamorati di un gatto lo sapete, di come funziona l’amore di chi se ne va, di chi è schivo, graffia, ma si acciambella anche sulle nostre gambe, nei momenti opportuni. Una metafora bellissima, una miagolio finale, e va bene così. 

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