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Intervista | Perdersi per ritrovarsi: IL TEATRO DEGLI ORRORI su album, tour invernale e molto altro

Stasera il CSO Pedro di Padova ospiterà la prima data del tour invernale de Il Teatro degli Orrori. Per capire cosa potremo aspettarci dal loro ritorno sul palco, li abbiamo raggiunti qualche sabato fa per un’intervista telefonica mentre erano in viaggio sulla Bologna-Firenze, diretti verso la seconda data del loro tour in-store. Pierpaolo Capovilla, Giulio Favero e Gionata Mirai hanno inoltre analizzato con noi alcune delle tracce più significative del nuovo album, Il Teatro degli Orrori, e ci hanno svelato perché la nuova formazione rende il loro suono ancora più completo. Non sono mancate, infine, le riflessioni su temi di attualità come le immagini di Aylan Kurdi, le pratiche di TSO, le leggi che costringono gruppi come loro a suonare rispettando limiti acustici impossibili.

Il vostro ultimo album si intitola semplicemente Il Teatro degli Orrori. Si tratta di un ritorno alle origini, di un nuovo punto di partenza o di un ibrido tra le due cose?
GIULIO RAGNO FAVERO: Di sicuro è un nuovo punto di partenza visto che, per la prima volta nella storia del gruppo, il disco è stato scritto a sei mani, invece che a quattro come i precedenti, per cui è di fatto un nuovo inizio. Questo ci ha fatto pensare che se avessimo chiamato il disco come il gruppo, avremmo in un certo senso ricominciato tutto. Il suono è diverso, è un nuovo debutto.

Proprio a proposito del suono, che si avvicina sempre di più al noise, e a proposito dei temi trattati, che riguardano la società contemporanea dalla politica con Il Lungo Sonno alla situazione giovanile con Disinteressati e Indifferenti, se doveste descrivere i sentimenti che si trovano all’interno del disco, quali scegliereste?
G: Di sicuro il primo sentimento che esce, e che credo si possa percepire nell’immediato, è la rabbia. Rabbia per il disinteresse della massa nei confronti di quello che sta succedendo al Paese e al mondo. Ci si lamenta senza in realtà fare niente. Noi veniamo da un contesto musicale e intellettuale di un certo tipo, siamo legati al punk e al post-punk; ecco, una volta si urlavano queste cose, quando si volevano affrontare certi temi lo si faceva in modo radicale e non cercando il favore dell’ascoltatore. Si tratta di una cosa che abbiamo a cuore da sempre, dal primo disco, nonostante poi i percorsi di un gruppo portino a percorrere strade diverse anche musicalmente.

PIERPAOLO CAPOVILLA: C’è la rabbia, c’è l’indignazione, ma c’è anche la disperazione. Siamo in un momento storico in cui ognuno di noi, nella propria solitudine, si sente completamente impotente, disarmato, di fronte alla macroscopicità delle contraddizioni sociali. Nel disco comunque prevale indubbiamente la rabbia, ma la rabbia cos’è? È un desiderio di riscatto, di emancipazione, che c’è sempre all’interno dei nostri dischi. È il rock che spinge, che è violenza ma positiva, non una violenza nichilista e fine a sé stessa. In fondo noi veniamo dal punk, dall’hardcore americano se vuoi, da band come Nomeansno e Fugazi.

Il Teatro degli Orrori_cover_bEntrando nello specifico, mi piacerebbe analizzare con voi alcune tracce de Il Teatro degli Orrori. Visto che avete citato la scena americana, partirei da Slint. Il titolo richiama il nome della band statunitense e il testo parla di un tema delicato, di un uomo in un manicomio, una questione a voi cara visto che sostenete la campagna per l’abolizione della costrizione meccanica.
P: Slint è un pezzo molto complesso, soprattutto dal punto di vista narrativo. Il titolo sì, suggerisce il gruppo, che fa parte del nostro percorso culturale e artistico in modo cruciale, tutti noi amiamo Spiderland e, in Spiderland, amiamo in particolar modo quel capolavoro che è Washer, uno di quei pezzi indimenticabili che ti restano dentro al cuore, dalla cui bellezza è impossibile fuggire. Slint, però, nel vocabolario urbano inglese indica anche un sottilissimo raggio di luce. Detto questo, io ho cercato di immaginare un possibile, verosimile me stesso, imprigionato in un SPDC, ovvero in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, cosa che potrebbe succedere a chiunque attraverso la pratica del Trattamento Sanitario Obbligatorio, il TSO, questa specie di sequestro di persona legalizzato. Grazie a Dio nella realtà non ho mai dovuto subirne uno, ma tanti miei amici, persone che conosco e che abbiamo conosciuto, lo hanno subito eccome. Ieri eravamo in Feltrinelli a Milano e mi si è presentato un amico di Facebook che ne ha subiti tre! E ha 28 anni. Una cosa devastante, un’umiliazione senza fine. Il significato profondo di Slint è che la musica è terapeutica, non la psichiatria. Questo uomo solo, disarmato di fronte all’ideologia psichiatrica e alla costrizione meccanica, torna con la mente al suo disco preferito che è appunto Spiderland, a quella canzone preferita che è Washer, e ritrova la forza della speranza.

Passiamo alla traccia Sentimenti Inconfessabili. Com’è nata l’idea di coinvolgere Federico Zampaglione e la doppiatrice Chiara Gioncardi come voci narranti in grado di dare un tocco così noir al pezzo?
G: Ci piaceva l’idea di far precipitare l’ascoltatore in un film noir, era l’atmosfera perfetta per il risveglio dall’incubo del funerale. Ho una cara amica che lavora con molti doppiatori famosi, le ho chiesto un consiglio su chi potesse fare al caso nostro ed è uscito subito il nome di Chiara, che è stata bravissima. Poi Federico è un grande amico del gruppo, e abbiamo pensato che, visto che in realtà è Pierpaolo quello che si risveglia dall’incubo, sarebbe stata una figata se la voce fosse stata sempre quella di un cantante, ma non di Pierpaolo in sé; l’idea di creare questo piccolo cortocircuito ci piaceva moltissimo. Federico è stato gentilissimo, ci ha mandato una prova con Whatsapp che ha spaccato e ci siamo detti “No vabbè, assunto!”. Ricorderei anche che in Sentimenti Inconfessabili c’è Guglielmo Pagnozzi al sax ed è stato in grado di creare la chimica adatta a tenere insieme il pezzo.

Il testo di Una Donna non è stato volutamente inserito all’interno del libretto del disco e al suo posto compare la foto di una ragazza. Come mai avete fatto questa scelta e cosa potete raccontarci di più su quella fotografia?

P: L’abbiamo trovata un po’ per caso…in realtà neanche troppo per caso perché è frutto di una profonda ricerca. Si tratta della fotografia di una ragazzina quattordicenne yazida, siamo vicino al monte Sinjar, è una profuga che sta scappando assieme alla sua famiglia dall’Isis. Il mitra le è stato regalato con ogni probabilità dallo YPG, sono dei gruppi curdi di autodifesa militare che da soli, con le loro sole forze, combattono l’avanzata dell’Isis, e ci riescono anche, basta pensare a Kobane. Hanno una forza incredibile. Questo popolo curdo è un popolo so-cia-li-sta, da solo deve affrontarli tutti, non solo l’Isis ma anche la Turchia, anche Assad, insomma ce l’hanno tutti con loro proprio perché sono socialisti. Prova a immaginare un Paese socialista in Medioriente quale straordinaria differenza politica potrebbe fare in questo momento. La fotografia, a parte essere meravigliosa con questa ragazzina che è stupenda, ci ha colpiti per la serenità del suo sguardo. La serenità del giusto, di colei che combatte serenamente il male attorno a sé. La decisione di non pubblicare il testo ci sembrava azzeccata nella misura in cui, se tu ascolti la canzone guardando quella fotografia, è come se leggessi il testo, perché il pezzo descrive quella fotografia in maniera piuttosto naturalistica ma anche metaforica. Si tratta di una canzone anche sulla potenza della fotografia, su quanto un’immagine riesca a narrare al posto delle parole, è un tentativo di sposalizio tra musica rock e arte fotografica.

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A proposito della potenza dell’immagine, ti faccio una domanda a cui puoi decidere tu se rispondere o meno. Mi piacerebbe capire qual è la tua opinione in merito al dibattito che si era creato poco tempo fa sulla circolazione delle fotografie di Aylan, il bimbo migrante morto annegato sulla spiaggia di Bodrum, e sul diritto a vedere tutto, sempre e comunque.
P: Io sono un lettore del Manifesto da quando ero adolescente. Il Manifesto pubblicò una delle foto in prima pagina ed esplose una polemica anche un po’ pelosa a sinistra proprio su ciò di cui parli. È giusto, non è giusto, è opportuno, si invade la privacy delle persone, e avanti così. Io sono convinto che i compagni del Manifesto abbiano fatto benissimo a pubblicare quella fotografia e anche a darle quel titolo Niente Asilo, con un doppio significato metaforico. Io sono convinto che le cose vadano viste e, ti dico la verità, che vadano non solo viste ma osservate, guardate, ammirate, analizzate. Purtroppo noi siamo così frettolosi che guardiamo una cosa e, con questo sentimento collettivo di indifferenza, poi ce la dimentichiamo nel giro di qualche giorno se non di qualche ora. Quella foto invece è indimenticabile, ed è una metafora sia della tragedia che stanno vivendo questi popoli sia del dramma dell’indifferenza generale. Secondo me le dobbiamo guardare queste cose, altroché, quanto meno per tentare di risvegliare le nostre coscienze. E poi faccio un’altra considerazione, sarò breve. Io sono abbastanza stanco di questa storia del rispetto della privacy, del non far vedere le facce dei bambini. Io capisco la protezione, sono a conoscenza dell’esistenza della Carta di Treviso e del Codice di autoregolamentazione di TV e minori che impone ai giornalisti il rispetto dell’infanzia nella sua complessità, però, il non poter vedere le facce di esseri umani, che siano bambini o adulti, la trovo di un’ipocrisia allucinante, lasciamelo dire.

Certo, se di contro pensiamo a come i bambini vengono poi liberamente usati e mostrati per altri scopi, come ad esempio le campagne pubblicitarie.
P: Bravissima, esatto, se non è questa ipocrisia, allora cos’è?

Torniamo a parlare di voi. L’ingresso ufficiale di Kole e Marcello nel gruppo ha portato qualche cambiamento, ad esempio nel processo di composizione dei vostri brani?
GIONATA MIRAI: Il loro ingresso ha secondo me completato il suono del Teatro degli Orrori. Sono riusciti a capire e interpretare in modo esatto quello che, in qualche modo, siamo sempre stati. Abbiamo fatto due tour assieme negli anni scorsi e siamo riusciti a costruire un rapporto musicale sul palco e fuori dal palco, ed è saltato fuori che questi due ragazzi è come se fossero due prolungamenti del nostro modo di fare. Questa cosa ha influenzato in maniera positiva anche il processo di composizione dei brani. Averli nel disco è stato un piacere, oltre che essere stato funzionale al disco in sé. Per la prima volta le chitarre e le tastiere sono ben costruite, ad incastro, come se stessimo giocando a tetris. Le chitarre costruiscono delle strutture e la tastiera va a infilarsi nelle fessure ritmiche, melodiche e armoniche che le prime lasciano.

Per quanto riguarda i progetti solisti paralleli al Teatro degli Orrori, hanno influenzato in qualche modo il disco oppure no?
P: A me non sembra proprio (ridendo n.d.r.)

GM: Hanno influenzato la genesi del disco nella misura in cui ci siamo lasciati per un periodo e ci siamo ritrovati con una freschezza tra di noi proprio a livello emotivo e di voglia di fare. Potevamo trovarla solo in un periodo di solitudine per poi ripartire di brutto.

Vi siete persi per ritrovarvi. Per quanto riguarda il tour invernale che partirà dopo le date in-store, cosa possiamo aspettarci? Soprattutto in luce del fatto che il disco sembra costruito apposta per essere apprezzato proprio dal vivo.
G: Il disco è stato pensato in questo modo perché a noi interessa proprio quello, il disco inizia in studio e finisce sul palcoscenico e come tutte le cose la fine è la parte più importante. Sicuramente ci si può aspettare un tipo di concerto più duro e più diretto rispetto agli ultimi due tour. Abbiamo scelto delle location un po’ più piccole per riuscire a entrare in contatto con il pubblico e avere una condivisione reale e sentita come forse capitava più spesso con i tour del primo disco. Vorremmo avere le persone più vicine, un po’ ammassate; abbiamo voglia di calore, di metterci a lottare con le persone per far sentire loro la nostra passione e, allo stesso modo, per far uscire la loro. C’è poco da fare, per la musica che facciamo noi i posti piccoli sono il contesto migliore.

C’è uno scambio tra pubblico e palco, tra palco e pubblico.
G: I tempi si abbreviano, è tutto più immediato. 014-Il-Teatro-Degli-Orrori

Mi hai in qualche modo anticipata sull’ultima domanda. Il vostro tour vi porterà in giro sia nei centri sociali che in contesti un po’ più diversi come possono essere auditorium e sale teatro. Riscontrate una differenza tra il suonare in un ambiente più “ravvicinato” come lo possono essere i primi e un ambiente un po’ più “ordinato” come i secondi?
G: A me verrebbe da dire che la nostra musica è abbastanza trasversale. Rende simili tutti i posti in cui suoniamo, non ci adattiamo alla location perché pensiamo che la nostra musica possa essere fruibile in qualsiasi contesto. Ovviamente a meno che non sia una scelta proprio nostra, come ieri in Feltrinelli. Abbiamo riscritto tutto perché non avrebbe avuto senso suonare quattro brani rock come piace farli a noi, in quel luogo. Sarebbe stato stupido dar fastidio con i volumi troppo alti per presentarsi, ma questo ovviamente vale per le presentazioni in-store, non per i posti in cui si fanno i concerti.

Questa era l’ultima domanda della nostra intervista, abbiamo toccato molti punti e abbiamo materiale a sufficienza per i nostri lettori. C’è qualcos’altro che avete piacere di aggiungere?
P: Io vorrei fare una considerazione a proposito del suonare nei centri sociali che se ne fregano di certe regole, e fanno bene. Il Rivolta (Marghera, Venezia, n.d.r.) è uno di questi; lì puoi suonare del rock sul serio senza che nessuno venga a dirti quanti dB devono esserci in sala. Questa cosa dell’abbassamento per legge dei dB ci uccide il rock. Una band come la nostra poi figuriamoci, che non può suonare sotto un certo volume…e non vuole! E comunque non può perché ad un certo punto, correggimi Giulio se sbaglio, se vuoi iniziare a suonare l’amplificatore bisogna alzarlo!

G: Aggiungo questa cosa, ci sono dei limiti che sono semplicemente ridicoli. La batteria, ad esempio, è uno strumento che, mica solo per come la suona Franz, già da sola in certi contesti supera il limite imposto al locale, senza essere amplificata. Come fai a fare un concerto in cui hai cinque voci, le chitarre, il basso, e via dicedo, a 95 dB. È quello che produce un rullante a 20 metri di distanza, è questione di fisica del suono! Sono tanti anni che combattiamo questa guerra, e spesso dobbiamo metterci in cattiva luce con i gestori dei locali, però noi crediamo che sia giusto continuare a combattere per arrivare ad adeguarci a tutto il resto d’Europa. Ho suonato molto in giro e quando racconto dei limiti che ci impongono in Italia si mettono a ridere e mi chiedono come facciamo allora a suonare.

Con questo sano spirito di protesta chiudiamo la nostra intervista. Grazie per il tempo dedicatoci e in bocca al lupo per il tour invernale!

Laureata in Scienze della Comunicazione e masterizzata in Comunicazione delle Scienze (no, non l'ho fatto apposta) con, nel mezzo, una magistrale in Editoria e Giornalismo. Mi porto appresso un soprannome brutale, ma nella realtà somiglio di più a un Kookaburra. Amo gli animali, un po' meno certi esseri umani. Sono cresciuta a ovetti Kinder, Nirvana, Distillers, Run Dmc, Beastie Boys, Spice Girls (ebbene sì) e Prodigy. Per essere felice oggi mi bastano del buon shopping online, un doppio pedale hc, Dave Grohl, un cd dei Rise Against e un concerto dei Ministri. E un altro ovetto Kinder, dai.

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