Angelo Trabace torna con Abbash, un album che è al tempo stesso viaggio interiore e racconto condiviso, sospeso tra sogno e memoria. Dodici tracce che fondono radici lucane e visione contemporanea, tra musica da camera e sperimentazione elettronica.
In occasione dell’uscita del disco, e in vista del concerto sabato 24 maggio all’alba per Piano City Milano, abbiamo intervistato il pianista e compositore per farci raccontare la genesi di questo nuovo lavoro, il ruolo della famiglia, il rapporto con la voce e l’importanza del silenzio.
Cosa è cambiato dal tuo primo album, “Sbarco”, a questo secondo lavoro “Abbash” nel tuo modo di fare musica? Cosa, secondo te, differenzia o unisce questi due dischi?
Sicuramente il filo conduttore che lega entrambi i dischi è il pianoforte come punto di partenza. Tuttavia, rispetto a Sbarco, con Abbash ho abbandonato un po’ di virtuosismi e di ansie legate alla mia formazione classica e il mio strumento si è messo un po’ da parte. Infatti questo disco si divide tra un’anima più minimalista e intima e una più corale e familiare. Ho esplorato nuove strade creative, integrando sonorità che spaziano dall’ambient all’elettronica arricchite da intermezzi di archi, fiati, incursioni di chitarre elettriche e percussioni, fino a sperimentazioni vocali in inglese e nel mio dialetto.
Dove è nato l’album: tra le pareti di un condominio milanese, nel tuo studio a Bologna, in Basilicata o in tutti questi luoghi?
L’album è nato inizialmente nel mio appartamento milanese, poi con mio fratello Alessandro e mio padre nel nostro studiolo Bolognese e infine al Mono Studio con Matteo Cantaluppi a Milano. La Basilicata l’ho solo immaginata, provando a reinventare i miei ricordi legati ad essa, attraverso la musica.
Avevi già registrato un disco che ha per compagni di viaggio dei musicisti che sono anche tuoi familiari – nello specifico tuo padre e tuo fratello – o è la prima volta che succede?
Ricordo che molti anni fa registrammo tutti e tre una demo assieme in uno studio nei sassi di Matera. Mio fratello Alessandro che ha nove anni in meno di me, faceva ancora le scuole medie ed io avevo quasi vent’anni. Non so dove sia finito quell’EP… Da allora ognuno di noi ha intrapreso percorsi diversi ed è bello essersi ritrovati in questi ultimi anni nella realizzazione di questo disco.
Cosa vorresti che “Abbash” raccontasse di te a chi lo ascolta? E cosa credi che racconti di te?
Non mi importa che il disco racconti di me, ma sarebbe bello se attraverso queste musiche le persone potessero trovare un po’ di spazio dentro di sé per ascoltarsi, traendo magari ispirazione a loro volta per un proprio racconto personale. La musica strumentale a volte ha la capacità di stimolare l’immaginazione attraverso un coinvolgimento attivo dell’ascoltatore…questa sensazione la percepisco soprattutto quando suono i miei brani dal vivo, sento che si crea una connessione emotiva molto forte tra me e il pubblico. Entrambi durante il concerto cerchiamo di abitare il silenzio.
Dove possiamo trovarti dal vivo prossimamente?
Presenterò i brani di “Abbash” con un concerto all’alba all’Arena civica di Milano per “PianoCity” il 24 maggio, poi il 25 maggio sarò con mio fratello al “Festival Sopravento” di Fano e il 27 luglio a Tarvisio per il NoBorders Festival.











![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)















