Articolo di Marzia Picciano | Foto di Katarina Dzolic
Filippo Uttinacci in arte Fulminacci dice che il piano é lo strumento per canzoni grandi e questo lo condividiamo, soprattutto se ce lo dice lui, che da quando ha deciso di mettersi in gioco nell’area pazza e scoordinata, sempre più patinata, dello scenario musicale italiano non ha fatto che centrare il punto di quella che é la rete di emozioni che ci portiamo dietro, o addosso, canzone dopo canzone.
Lo dice durante l’appuntamento di Volvo Studio Milano nella rassegna di Piano City 2025, intervistato dal sempre bravo Simone Valori (Billboard Italia), e quindi il motivo c’é, lo dice anche lui, oggi (domenica 25 maggio, per la precisione) siamo qui a parlare di pianoforte, che lo accompagna tra una domanda e l’altro insieme al fedele Riccardo Roia, e mica sta qui a vendere pianoforti, no (cit)?

Se c’é qualcosa che ci portiamo a casa e su cui riflettere dalla Piano Lesson, la mini kermesse di incontri che Volvo Studio Milano ha messo su per parlare di pianoforte con una serie di illustri interperti della musica classica, jazz e pop, come lo é Fulminacci, é che noi di lezioni di piano ne dovremmo prendere a frotte. E no, non serve essere musicisti.
Insomma, Fulminacci dice a Simone Valori che per questo serve un piano, per le canzoni grandi, nel senso di larghe come una tastiera che abbraccia tutto una serie di sfumature più o meno carine, peró necessarie. Poi sì ci sono i virtuosismi, puoi tirarci su un groove.
Peró per quei “sentimenti” grandi (come quelli che ti porti dietro in una grande canzone per piano come Notte Prima Degli Esami, lo dice Fulminacci, eh, o la prima che ha imparato a suonare, Your Song) hai bisogno di un piano. Ancora, ti mette in una posizione seduta, anche più comoda di quella della chitarra, che peró é una condizione di essere nudo, perché sei li, libero, facilitato, puoi cambiare prospettiva, puoì andare diretto su te stesso (con una ballad, ovvio). Una scomodità che ricerca, e che aggiungo io, se non cercasse non sarebbe qui a parlarne.
Il piano, si sa, é una croce e delizia per un cantautore o cantante che sia. Ha combattuto le sue battaglie per essere annoverato tra gli strumenti rock (Tori Amos, parliamo di te) e oggi é nel rilancio della sua funzione ed estetica, dopo aver preso il posto, nella musica pop, dello strumento “del pezzo introspettivo” per eccellenza. É a mio modesto avviso anche lo strumento più facile con cui sbagliare tutto, anche una sola canzone in un disco, perché darlo per scontato é l’errore più madornale che si possa fare. Quando hai con te un interprete così grande e ricco, devi esserne all’altezza.

Che poi non si tratta di non fare “canzonette” al piano. Di canzonette si vive, viviamo, vivo oggi. Come ci districhiamo nella selva di produzioni musicali, dove focalizzo la mia attenzione nell’arco temporale dei prossimi 3 mesi (dubito ci siano tante hit che rimangano nello storico annuale, insomma, le programmazioni di Virgin Radio non ci insegnano niente?), dove sfogo io il mio io, di cui scopro ogni giorno una nuova sfaccettatura o potenziale disturbo psicologico per cui cercare una cura? Più che altro si tratta di essere semplici, che non vuol dire poveri di contenuto.
Per dire, interrogato sulla sua vena autoriale, Fulminacci, che é davvero come appare nei suoi testi, diretto e preciso, semplice e fenomenale nell’interpretare quello che sente, dice anche che nella gestione della produzione musicale (aka la creatività e la resa in parole, in breve: nel fare il cantautore) bisogna anche essere realistici e credibili. Si, si puó rischiare anche di essere banale, ma quanto é importante rimanere su un piano di realtà? “Altrimenti si fa un monologo”. E noi di monologhi, dicevamo, c’abbiamo già quelli interiori, di certo non ne cerchiamo altri. Per quello poi serve non fermarsi a sé stessi. Andate fuori, cercate altre storie – che se siete sempre sulla vostra, siete finiti.
Forse quello che Fulminacci ha provato a dirci, in questa lezione di piano, e ce lo dimostra facendosi accompagnare dallo strumento e Roia in Una Sera, Le Biciclette e Simile, é che non prendersi sul serio e rimanere attaccati al reale é un’arte e necessita di anni di esercitazioni, sbagli, e una sana dose di divertimento, e allora suonare per gli altri, suonare perchè é divertente é la chiave per imparare a scavarsi dentro bene e tirare fuori qualcosa di bello. Che non deve necessariamente andare a Sanremo, anzi, magari no, perché poi chissà. Anche se a Fulminacci vincere Sanremo sarebbe piaciuto. Che poi, a chi non piacerebbe?
Spoiler: chi ve lo dice non suona il piano e soprattutto ha speso una fortuna in psicoterapia.
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