Articolo di Marzia Picciano | Foto di Marco Arici
Non c’è che dire: YUNGBLUD, al secolo Dominic Richard Harrison, è un soggetto, o meglio un fenomeno, interessante. Per lo meno è quello che mi sono portata a casa dopo la data del 10 marzo a Milano, al Mediolanum Forum di Assago a Milano, fino a ieri unico concerto in Italia del cantante inglese originario del Doncaster (ha anticipato proprio ieri che sarà di nuovo in Italia ad agosto), l’ultima tappa del tour europeo promosso da Live Nation, poi sarà la volta degli States.
Classe 1997, in scena da cinque anni e già macchina da soldi e sold out, arriva nel Bel Paese al massimo di una curva di splendore e successo che non è scontato nè gratuito, a prescindere che piaccia o meno (del resto non firmi le soundtrack di tre stagioni di super-serie Netflix a caso). Al di là dell’approccio sfrontatamente casinista e ribelle, nella materia piroclastica (e pirotecnica, se si pensa alle fiamme sul palco) proposta ieri sera YUNGBLUD non ha nascosto il grande lavoro svolto dagli esordi con 21st Century Liability, album e pezzo omonimo con cui ha aperto ieri la scena, dopo un ingresso cinematografico di tele e ombre e pioggia. Per fare un bel caos bisogna anche impegnarsi.

Torniamo alla dimensione del fenomeno. YUNGBLUD mi fa pensare che Travis Barker non abbia una certa età e che i tempi in cui ascoltavo indiscriminatamente Blink, Linkin Park e Fred Durst non siano del tutto relegati a quegli anni scanditi dalle agende Smemoranda e dal graduale affermarsi degli skinny jeans sui pantapalazzo. E proprio per questo è fenomeno. Dominic Richard è un musicista e autore “classico”, perchè ripropone, attualizzandolo, un genere che ammetto, pensavo fosse chiuso (adatto a una reunion dei Blink, appunto, a cui presenzierò). Eppure, ieri, al Mediolanum Forum , l’età media non era la mia, ma molto più giovane, troppo per essere dei nostalgici del genere. Che poi, quale genere? Il pop punk esiste, o è un ossimoro per eccellenza? Le provocazioni hanno successo, e YUNGBLUD è un provocatore, uno che salta e canta tra fiammate ossidriche e poco dopo si butta negli spalti per un bagno di folla per poi tornarci e accendersi una sigaretta di pausa.
Alla fine il pop punk ripropone in salsa colorata e ammiccante la ben nota critica allo stereotipo del canone classico di perfezione, condito con un sacco di schitarrate e una batteria possente (un minuto di attenzione per il batterista, da lontano una “cosa” avengeriana che temevo stesse per esplodere già dal secondo pezzo). YUNGBLUD ci dice che non siamo perfetti, ci parla di salute mentale ed eccessi meglio di quanto lo farebbe il nostro analista, ci ricorda che i nostri genitori non hanno sempre ragione, e va bene, benissimo così, noi e tutti i nostri capelli tinti di rosa, verde e rosso (e le nostre madri ad accompagnarci ai concerti). Ce lo dice mentre parte quello che sembra un tetro racconto esopico di demoni e ragazzi – di cui ho perso completamente la fine quando qualcuna ha visto Harrison cambiarsi la maglia sul palco e allora l’ormone ha vinto, come sempre accade, sulla morale – o ci spara coriandoli su Hope for the Underrated youth.

Assistere a un concerto di YUNGBLUD è prima di tutto divertente, che non ci dimentichiamo, è importante, il pubblico va intrattenuto, lo cantava anche un altro inglese celebre un po’ più avanti con l’età, e un po’ mi sono rotta di tutta questa gente che dal palco trova la scusa per un comizio esistenziale, come se non bastasse farci delle canzoni. YUNGBLUD ci esorta a saltare ed esagerare, a fare casino, mentre con nonchalance spara uno dopo l’altro pezzi che evocano i più diversi generi, dalla più nirvaniana fleabag, alla più ampiamente pop-rock I think I am Ok, alla ballad tutta piano e pianti di Sweet Heroin, fino al giubbotto-cappuccio in autotune di I Cry 2. Un calderone di casino, portato avanti con grande disciplina (incluso lo sfascio, non riuscito, dell’asta).
Per una del mondo dei trentenni di oggi è stato un bel ritorno di fiamma di tutto quello di cui ci si cibava nella pre e adolescenza, quel rock-rap un po’ 00s che si ascoltava (e vedeva) solo su MTV, o su lettori Mp3 grandi quanto un iPhone, litigando con le corde degli auricolari mentre ci si dimenava come scimmie a sentire i Sum 41. Vorrei lasciarmi andare al classico “si stava meglio quando si stava peggio” ma temo che l’orda di ragazzi presenti ieri sera non capirebbe, e si, non sarebbe neanche tanto vero. In un multiverso in cui viviamo e invecchiamo accanto a mostri sacri, probabilmente saremmo morti per la cervicale da troppo head-banging su vecchie glorie.

Il punk è morto? Evviva il punk, e tutto quello che ne viene dopo, se ci porta a qualcos’altro e funziona. Sarà un artista che scorrazza da una parte all’altra del palco vestiti da clown di McDonald, poi in kilt e maglietta, e mano a mano attraversa nei suoi tre dischi il globo terracqueo dei sottogeneri del punk, li agguanta e tinge di quel colore mainstream che lo rende sorbibile a una vasta gamma di ascoltatori? Chi può dirlo. Non sarà il profeta del ritorno del punk rock, probabilmente una brillantissima scheggia impazzita; non sarà nemmeno l’eroe che ci meritiamo, ma abbiamo davvero bisogno di eroi oggi?
Clicca qui per vedere le foto di YUNGBLUD in concerto al Mediolanum Forum (o sfoglia la gallery qui sotto)
YUNGBLUD: La scaletta del concerto di Milano
21st Century Liability
Funeral
Parents
Tissues
Strawberry Lipstick
fleabag
Die for the Hype
Medication
Psychotic Kids
Anarchist
Sex Not violence
Mars
I Cry 2
Sweet Heroine
I think I am OK
Hope for the underrated youth
Boy with black dress
Loner











![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)

















B
12/03/2023 at 18:19
Cotton candy non era in scaletta, con la giacca con il cappuccio ha cantato “ I cry 2” 😅
rockon
12/03/2023 at 20:02
Grazie abbiamo sistemato e corretto 🙂