Articolo di Alessandro Canalicchio | Foto di Marco Arici
Sulla linea verde che porta verso Assago, intorno alle sei del pomeriggio, la sociologia del vagone è di una limpidezza disarmante. Glitter sul viso, capelli di qualsiasi colore, sneakers consumate con cura, qualche borchia, qualche occhio cerchiato di nero. Sembra di essere finiti per sbaglio in un club berlinese a cui hanno tolto il volume, con la differenza che fuori dal finestrino scorrono le uggiose campagne di Gratosoglio: pioppi, capannoni, qualche insegna scolorita.
È la cosa bella dei concerti che diventano pellegrinaggio: trasformano anche la periferia milanese di un lunedì pomeriggio in una destinazione, e tutti quelli che sono saliti su un volo per essere qui stasera lo sanno benissimo.
D’altronde è l’unica data italiana del The Wourld Tour, e lo schedule mondiale è
abbastanza tirato da rendere Milano un piccolo bottino: The Neighbourhood non
suonavano in Italia da quasi quattro anni, e prima di quella all’Unipol Forum di lunedì 4 maggio, le loro tappe italiane si contavano sulle dita di una mano. Ci sono persone arrivate alle nove del mattino ad accamparsi davanti ai cancelli, con il rituale della pacata (ma non troppo) corsa al parterre che è ormai una regola non scritta dei concerti italiani.
Il live, prodotto da Live Nation, accompagna (((((ultraSOUND))))), il disco uscito lo scorso novembre con cui la band californiana, formata da Jesse Rutherford, Zach Abels, Jeremy Freedman, Mikey Margott eBrandon Fried, è tornata dopo cinque anni di silenzio, registrando ai Conway Studios di Los Angeles e poi in una sala prove di Van Nuys chiamata The Beehive. Senza etichetta, senza scadenze. Siamo tornati perché lo volevamo, ha detto Abels. È stato come tornare in garage.

Anche se il garage, stasera, ha le dimensioni di un palazzetto da dodicimila persone.
I Night Tapes ci sono
Ad aprire la serata sono i Night Tapes, trio dream pop tra Londra e Tallinn formato da Iiris Vesik (voce, di origini estoni), Max Doohan e Sam Richards, nato come jam serale tra coinquilini nel sud-est di Londra e poi diventato una cosa seria per Nettwerk. Sul palco la frontman canta davanti un ventilatore che le solleva i capelli con quell’effetto-vento tipico delle copertine pop anni Novanta, un dettaglio così deliberatamente vintage da risultare quasi commovente. Il chitarrista indossa una maglia degli Aphex Twin, e basterebbe quello per inquadrare le coordinate estetiche. Dal vivo i Night Tapes spaccano davvero: synth nebulosi, basso liquido, e un’atmosfera notturna che funziona molto meglio di quanto di solito si conceda a una band di apertura.
“Hello, can you hear me!?”
Quando le luci calano, sul fondo del palco appare una cornice luminosa che pulsa e respira come un cuore di cui si sente il battito. Una voce femminile e impostata, la stessa che tornerà lungo tutta la sera a spezzare la scaletta, si presenta e saluta il pubblico: hello, can you hear me?!. Il palco viene sommerso da un fumo basso e denso: la band sale e per qualche secondo sembrano davvero camminare su una nuvola, dettaglio che strappa il primo boato della serata prima ancora che venga suonata una nota. Rutherford ha addosso una giacca di pelle rossa, una maglia bianca e jeans, l’aria di chi è uscito a comprare il pane e si è ritrovato qui per sbaglio. Gli altri sono in nero, classici, scarni. La pulizia visiva è programmatica, e racconta lo stesso passaggio che Rutherford ha sintetizzato in un’intervista recente: Prima era tutto bianco o nero. Ora è grigio.

Si parte con Hula Girl, e il boato è di quelli che misuri non nei decibel ma nelle vibrazioni del pavimento. OMG accende il fondale di colori e proietta le ombre dei musicisti come in una shadow play, Rutherford afferra un tamburello e lo agita con quell’energia di chi sa esattamente cosa sta facendo. Su Crybaby dal soffitto del palco scendono colonne di luce verticali, e a fine canzone il pubblico solleva all’unisono dei foglietti distribuiti all’ingresso con la scritta “you are flawless”, mentre i telefoni si accendono di una luce viola coordinata: è un fan project organizzato dalla community, e la band si ferma un attimo a guardare l’effetto, sorridendo come si sorride a una sorpresa ben gradita.
Prey scivola via in un blu sottomarino, Reflections è una di quelle canzoni che il pubblico aspetta come si aspetta una ricorrenza: appena partono i primi accordi parte un urlo che squarcia, e Rutherford coglie l’attimo per togliersi la maglia, con conseguenze acustiche da concerto di Justin Bieber “prime edition” che fanno sorridere chiunque sia oltre i venticinque anni. Void si chiude con un mare di mani al cielo e un campo di torce di telefoni accesi: stessa cosa, qualche minuto dopo, con R.I.P. 2 My Youth.

Il Forum si tinge di rosso (e altri colori)
Sul videowall compare la scritta “la petite mort” e parte A Little Death: alle spalle della band scorrono immagini live attraversate da strisce rosso sangue che lentamente colonizzano l’intero schermo. Rutherford a un certo punto dà le spalle al pubblico e canta verso la sua band, prima di girarsi di nuovo. È uno dei momenti più cinematografici della serata, di quelli che ricordano perché una certa estetica californiana riesce ancora a tenere in piedi (a testa alta) un palazzetto.
Wires funziona come ponte verso uno dei picchi della scaletta: Afraid, con la voce del pubblico che sovrasta quella dell’artista e un “fuck you anyways” sul ritornello che il Forum scandisce a voce piena, con quella catarsi serena che hanno solo i fan delle canzoni rabbiose. La transizione in You Get Me So High è elegante, mixata in modo da far sembrare le due tracce un unico brano in due movimenti. Fallen Star arriva con una mezzaluna rossa che si staglia dietro la band; Nervous mantiene la temperatura; Planet trasforma il palco in un planetario, con migliaia di stelle che scorrono in profondità e laser che puntano al “cielo” del Forum come se cercassero un’uscita.
Su Devil’s Advocate la serata prende fuoco. Il cameraman segue Rutherford che si gira, balla, fa la sua parte teatrale a favore di camera. Al drop, il chitarrista “ruba la scena” posizionandosi frontalmente sul bordo del palco, a gambe larghe. Dietro alla band, in quell’esatto momento, si accende una vera striscia di fuoco lunga tutta la backline. Il rumore della reazione nel forum è più forte del riff.
La ballad section: l’arena diventa cameretta
A questo punto la band scende dal palco. Resta solo il batterista, mentre la stessa voce dell’inizio annuncia, con un cinismo molto americano, che stiamo entrando “in the ballad section of the evening”. Risalgono uno alla volta. Parte Baby Came Home 2 / Valentines e Rutherford, nel passaggio tra le due parti, si sdraia sul palco a fissare le luci sopra di sé: e e per qualche secondo dodicimila persone guardano lui che guarda le luci, in una scena involontariamente comica.
The Beach scivola via con calma; Cherry Flavored continua il mood. Daddy Issues,
probabilmente la hit più trasversale del catalogo, viene accolta come un “certified classic”. Private, la title track del penultimo disco, non è propriamente una ballad ma rimbomba nel palazzetto con quel ritmo ipnotico che Rutherford ha descritto così: a volte non trovavo le parole. Ci sarebbe voluto un ecografo per vedere cosa provavo. Nonostante lo spazio enorme del Forum, riesce nel piccolo miracolo di far sembrare il palazzetto un club per pochi eletti, anche se pochi non sono…

Il finale custodito in una teca di vetro
Lovebomb scoppia con laser fucsia shocking che disegnano forme nell’aria, mentre sul fondale fuochi d’artificio pixelati ricreano l’effetto Capodanno.
E poi parte Sweater Weather. Qui non c’è molto da dire se non che la voce del pubblico copre quella di Rutherford per due minuti buoni: la sanno davvero tutti, persino gli addetti alla sicurezza. A fine canzone il frontman promette di tornare assolutamente a Milano e chiede al pubblico se è ora di andare a casa. Il Forum risponde di no con la convinzione di chi non vorrebbe uscire dal cinema prima dei titoli di coda.
Parte quindi Softcore. Le voci si alzano ancora di un livello, e i laser convergono su
Rutherford fino a chiuderlo in una sorta di teca di vetro luminosa al centro del palco. È l’immagine finale dello show, ed è quasi troppo bella per essere stata pensata. Mentre la canzone si avvia alla coda, dal parterre vola una bandiera italiana. Rutherford la prende e la sventola, balla, e con quella in mano saluta i fans.
Sulla metro di ritorno c’è la ressa che ti aspetti, ma l’atmosfera è di un’allegria un po’ stordita: gente che canta Sweater Weather sottovoce con l’orecchio ancora fischiante, un signore sui cinquanta che mostra alla moglie la foto della striscia di fuoco di Devil’s Advocate ridendo come un bambino. Nel 2013, quando uscì I Love You, i The Neighbourhood scrissero No Grey come dichiarazione di intenti: tutto bianco o tutto nero, nessuna sfumatura. Tredici anni dopo, nel grigio uggioso di un lunedì sera di periferia milanese, suonano come una band che ha smesso di doverlo dimostrare. Si limita a esserci. Ed è probabilmente la cosa più adulta che potessero fare.
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THE NEIGHBOURHOOD: la scaletta del concerto di Milano
ATTO I
- Hula Girl
- OMG
- Cry Baby
- Prey
- Reflections
- R.I.P. 2 My Youth
- A Little Death
- Wires
- Afraid (extended)
- You Get Me So High
- Fallen Star
- Nervous
- Planet
- Wish You Were Mine (sample from “Lost in Translation”)
- Devil’s Advocate
ATTO II
- Valentines (audio)
- Baby Came Home 2
- The Beach
- Void
- Chip Chrome (audio)
- Pretty Boy
- Cherry Flavoured
- Daddy Issues
- Private
ATTO III
- Lovebomb
- Sweater Weather
- Softcore
- Red Flag (audio)






























Christian
17/05/2026 at 17:03
Una sola precisazione: i The Neighbourhood non suonavano in Italia dal 2016, i concerti seguenti programmati furono annullati