Articolo di Marzia Picciano | Foto di Martina Fiore
Ne “Il Flauto Magico” di Mozart, Tamino è un principe egiziano che vuole e infine riesce a salvare la sua bella Pamina da un destino di sofferenze provando a lei e a tutti di esser degno di amore in un’opera che è la rappresentazione magica di un rituale di crescita. Ora, nella realtà di chi scrive, Tamino-Amir Moharam Fouad è sicuramente un artista belga-egiziano, ma anche un principe egiziano (anche solo a guardarlo da fuori, per rimanere nel beceramente superficiale, un riccioluto principe egiziano che ogni tanto passeggia per qualche maison): un nipote d’arte, e quindi già aristocratico di sangue, che affronta la sua prova di crescita con perseveranza e dedizione.
E infatti ce ne da prova salendo sul palco dell’Alcatraz sabato 20 settembre. Proponendoci il tour di Every Dawn’s a Mountain, terza fatica o appunto, prova, di questo percorso di iniziazione alla strada dei big del cantautorato internazionale.

È stato più volte indicato come l’erede di Jeff Buckley (con la faccia di Jacob Elordi, giusto?) per via di quella voce incredibilmente calda e profonda e non solo – anche per come la usa, suonando chitarra, oud, pianoforte, collaborando con Colin Greenwood (Radiohead) e tante altre cose che lo fanno sembrare davvero il cantautore dell’intimismo punzecchiato su corde di cui siamo rimasti orfani da tanto. Insomma, quello che ci deve cantare l’anima in un posto quieto. Che siamo in autostranda, infilandoci in corsie di sorpasso nel buio della notte, o di fronte a lui, in silenzio, a un suo concerto.
Every Dawn’s a Mountain è un album che va capito con l’anima prima ancora che con l’orecchio. È un disco complesso senza sembrare compresso: un libro ben scritto sul processo di perdita, rinascita e riscatto di un giovane alle prese con una sovrastruttura particolarmente pesante. Incontra le aspettative, la prova della maturità è superata, non che avessimo dinanzi uno scavezzacollo con la passione per gli estremismi: dosa la scrittura, l’ecosistema poetico, le radici arabe. Emoziona (e dispera) con una calma matura e intensa.
Stiamo parlando di un insieme di melodie che cercano un contatto preciso con la nostra sfera intima. È come trovarsi dinanzi alla luna e decidere se osservarla con più o meno grande attenzione (e i mezzi adatti): non ci sentiamo davvero piccoli finchè non ne vediamo i crateri. Questo disco fa qualcosa di molto simile a ciò, farci vedere quello che da superficiali non vogliamo spesso vedere. Anche che c’è molto di più di un bel principe di fronte a noi, e che probabilmente l’erede di Buckley sia anche un estimatore del falsetto di Tom Yorke (basta ascoltare la ballad epica dal sapore di fiaba araba che è Babylon).
Quindi, com’è ascoltare quest’esperimento dal vivo?
Dopo l’apertura di Sam De Nef, il minimalismo sembra pervadere lo stage: ci sono solo lui, Tamino, uno sfondo di incisioni rurali che ora sembra una foresta, ora una foresta di palazzi, e i suoi musicisti. Quello che abbiamo davanti è il procinto di un concerto classico, o forse così ha inteso lui questo tour. Intimità, essenzialità, grandi manovre musicali e vocali.
C’è spazio per i virtuosismi (non è vero, cosi si sviliscono: sono parte essenziale della performance) come l’assolo di violoncello che ha anticipato quello che è il singolo che ha fatto conoscere l’artista, Habibi, in una versione straziante, con una chitarra appena sfiorata. Questo, insieme all’intensissima cavalcata di Babylon (suonata con un cambio di scena segnato da fasci di luce bluastri, dopo un’ora e mezzo di predominanza di notti rosse), i climax del live nella mia percezione, perfetti come la vittima sacrificale arrivata proprio nel clue del rito purificatorio. O come scoprire che la soundtrack del tuo film preferito ha anche un seguito, è una canzone vera e propria.
Sabato sera Tamino ha portato in grande quantità i pezzi del suo nuovo disco, fatti salvi pochi classici come il racconto blue(s) Indigo Nights e Persephone, salutati dal pubblico con grande amore (cambiando una nota della scaletta, oltre alla cover di metà set, questa volta affidata all’artista cult del country americano Townes Van Zandt, quindi suonando My Dearest Friend and Enemy al posto di Amsterdam). Una scelta precisa di presentare un lavoro, non solo artistico, ma soprattutto il suo attuale momento, di contemplazione e delicato mourning, mettendo da parte il simbolismo che caratterizza la sua produzione, e penetrandolo, live dopo live – ancora, habibi, questo è un rituale che facciamo con te, fino al prossimo disco.

Clicca qui per vedere le foto di TAMINO a Milano all’Alcatraz (o sfoglia la gallery qui sotto).
TAMINO – La scaletta del concerto di Milano
- My Heroine
- Raven
- Willow
- The Flame
- Persephone
- Sanctuary
- Every Dawn’s a Mountain
- Elegy
- Flyin’ Shoes (Townes Van Zandt cover)
- Sleep Talking
- Sanpaku
- Indigo Night
- Babylon
- Dissolve
- Encore
- My Dearest Friend and Enemy
- Habibi






























