Articolo di Marzia Picciano | Foto di Martina Fiore
É quando mi allontano troppo dalla mia casa putativa (leggi: Roma) che mi rendo conto di quante cose belle, interessanti, nuove, non scontate ma soprattutto, ancora, nuove, e così raffinate da farmi vibrare di gioia nei meandri delle aorte, nascono all’ombra del Colosseo, musicalmente parlando.
Nel caso di Costanza Puma in arte Coca Puma possiamo restringere il campo a una romanità che si autodetermina in alcuni luoghi fisici (Porta Pia, Corso Francia, Santa Cecilia dove si forma in Composizione Jazz, insomma Roma Centro, Trastevere e Nord, ma qui evitiamo campanilismi) e si allarga ad orizzonti musicali vastissimi e lontanissimi tra di loro, spaziando, come ormai più e più volte ripetuto, tra nu jazz, elettronica, dream pop e post rock.
Il tutto solo in un disco, quello di esordio, Panorama Olivia, anzi che dico: parliamo di dieci pezzi, meno di 25 minuti di musica e non necessariamente testi talmente poco mainstream e contaminati da sound e reference 60s, 70s (fino alla dubstep) da far meritare a Coca Puma l’appellativo di “artista eclettica” (cosa che per ora ho usato sentitamente solo soggetti come Devendra Banhart).
La faccio breve: a – soli – 26 anni, un disco sotto due etichette, una colonna sonora (quella del film primo di Carolina Pavone, Quasi A Casa, con Lou Doillon e prodotto nientepopodimeno che dalla nannimorettiana Sacher Film), la library di ispirazione e riferimento della Puma fa sembrare la mia passione smodata per il kinky e Annalisa un banale divertissement per chi non é riuscito mai a togliersi le Lelly Kelly dai piedi, la peggiore delle Caterina va in città.
Coca Puma opera questa scoperchiatura del vaso di Pandora senza la minima cattiveria.
Lo dimostra dal vivo, portandosi dietro un’innata, eterea delicatezza che la solleva almeno venti cm dal suolo e da tutto il brutto della terra, della corporalità brulla che la caratterizza.

La andiamo a vedere al Volvo Studio di Milano, questo gelido 20 febbraio, per la rassegna Rumore in Studio, con cui Volvo (nella persona dell’animatrice di questo splendido esperimento di arte e porte che si aprono, della direttrice commerciale Chiara Angeli) e Le Cannibale focalizzano su quelle che sono le voci femminili che hanno qualcosa da dire davvero nel Belpaese. Ebbene, arrivata alle quattro, prove fino alle sette, alle nove Coca Puma era alla sua tastiera elettrica insieme ai fidatissimi Luca Gaudenzi, Antonio Falanga, Stefano Rossi e Davide Fabrizio, tutti incappellinati come da direttiva corporate, a intonarci il primo, nuovolosamente grave pezzo, Mia, come se fosse la cosa più semplice del mondo.
Che poi l’universo di Coca Puma, il Panorama Olivia, identifica (e si identifica) benissimo con quello che fa. Usciamo fuori dalla solita sfilza di nomi e di generi che le si attribuiscono, lasciamo da parte le lodi e il “genio!” che tanto ci piace dare quando qualcosa, nel marasma di prodotti da sorbire, ci colpisce poco più di altri.
Coca Puma colpisce all’orecchio per l’eleganza e la meticolosa varietà di quello che le piace (suonare), stupisce l’occhio perché non si pensava possibile dare una forma concreta e tangibile di tale percezione. In un live e qualche chiacchiera con il pubblico comprendi, a primo sguardo, il Panorama (di Viterbo), e pure il modo, felino (del gatto Olivia).
Cappellino alla pescatora calato su occhi a lasciare visibile solo la mezzaluna di un sorriso fertilissimo e una voce quasi da bambina (e certo non poteva essere altro, minuta com’é) che si stupisce sempre della gente che esce per andare a vederla. Coca Puma e il suo felino brandizzato sono proprio così, misteriosi, chiari e inafferrabili, invisibili e visibilissimi al contempo, colpa anche dell’essere così raffinati, facendola emergere vittoriosamente ma mai sbrodolare dai bordi. Così puó permettersi di passar dal soffuso di Lupo Wolkswagen e Porta Pia agli skip acidissimi di Non Ti Sento e nel frattempo rielaborare la Sparks de(gli ancora dolci sperimentatori del pop rock di alta qualità) Coldplay riscrivendola in chiave dream jazz (si puó dire?). Non tutti possono permetterselo, non senza qualche strafalcione. Invece.

Invece Coca Puma fa questo e di più inseminando ogni sua creazione con reminiscenze di tutto ció e tutti coloro che si sono impegnati a defragmentare la musica e ricomporla in malinconiche odi a un presente che si sfalda in parole opere e omissioni: non a caso Tardi ondeggia su mood radioheadiani (tinti di un calore romano contessiano, aggiungo, che apre tutta un’altra serie di camere di interpretazione).
La me che necessita di un riferimento dirà che Coca Puma ha fatto un live che la colloca nel mezzo di uno spettro che va dall’experimental psychedelic rock (intriso di pop à la prima Joan Thiele, per rimanere su una giovanissima ora ancora più alla ribalta) a lambire l’elettronica più spinta (sempre in Italia, Whitemary) fino a sfociare, alternandosi senza apparente logica, nella techno – come nel brano La Tana Del Lupo, quello arrabbiatissimo che ci menziona, (perché) non scelto dalla Doillon per Quasi A Casa (e quindi glielo dedichiamo pure) – e in potenti groove di chitarra e batteria impazzita. E spesso senza neanche dire una parola cantata.
La me che invece si é goduta il flusso delle cose potrà dire anche che si, potrebbe essere così, ma toglierei alla nostra eroina un grande plauso che merita.
Quello non solo di essere in grado a meno di trent’anni di fare un prodotto interessante per coetaneni e ultra trenta-quarantennie anche più. Ma di aver saputo portare, con grazia e un pizzico di quella noncuranza tutta romana, tutta gatta, tutta senza ritornelli e assolutamente priva di hook, il concetto di saudade capitolina in un prodotto nuovo, e farlo eccheggiare senza sembrare la brutta copia di qualcosa. Non tanto mettendomi voglia di prendermi ‘sto maledetto ghiacciolo a Porta Pia, ma di andare a sentire, vivere, toccare, soffrire quell’accatasto bellissimo di pietre e mura gialle e rosa. Di lasciarmi da sola a fumare, e poi farmi mettere a ballare.
Clicca qui per vedere le foto di COCA PUMA a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).
COCA PUMA – La scaletta del concerto di Milano
- Mia
- Lupo Wolkswagen
- Porta Pia
- Sparks
- Inizio
- Tardi
- Tappeto
- Non Ci Penso
- Notte
- Tana Del Lupo
- Quasi A Casa
- Come vuoi





























