Articolo di Umberto Scaramozzino
Al Fabrique di Milano, il 29 gennaio 2026, va in scena uno dei primi grandi raduni heavy dell’anno. La tripletta composta da President, alla prima apparizione italiana, LANDMVRKS e Architects porta al sold out l’ultima tappa del lungo tour europeo di Sam Carter e soci, in supporto all’ultimo album: “The Sky, the Earth & All Between”.
Esattamente sette anni fa, nel 2019, l’Alcatraz di Milano ospitava una giornata simile, con una sequenza di grandi nomi in ascesa e gli Architects a chiudere la serata. Al tempo, però, ogni band che li precedeva sapeva di non poter reggere il confronto con gli headliner. Sam Carter nel tour di “Holy Hell” era probabilmente il miglior cantante metal in circolazione. Potente nell’urlato, perfetto sulle parti clean. Non aveva punti deboli. E anche il repertorio in quel momento era ineguagliabile, perché si ergeva quasi interamente su una trilogia implicita, (formata da “Lost Forever // Lost Together”, “All Our Gods Have Abandoned Us” e “Holy Hell”) che rappresentava lo stato dell’arte del metalcore degli anni Dieci. Tre album dopo, la situazione è leggermente diversa. Ma per capire il perché occorre ripercorrere la memorabile serata, a partire dal primo attesissimo opening act.

E allora, come sono questi President? Band alternative metal anonima e mascherata, sulla scia dell’inarrestabile fenomeno Sleep Token, che dallo scorso anno tiene banco. Dopo mesi di brusii, clamore e fermento intorno a quelli che molti considerano polemicamente un “industry plant” – termine dispregiativo per indicare un artista spinto dall’industria e non dal talento – abbiamo finalmente la possibilità di vedere con i nostri occhi e sentire con le nostre orecchie il lavoro di questo misterioso presidente. Al netto delle teorie del complotto, se davvero dietro quella maschera ci fosse il sudatissimo volto di Charlie Simpson che ormai tutti hanno unanimemente individuato, allora questa sarebbe l’ennesima incarnazione artistica di chi si è meritato ogni centimetro di palco. E con un po’ di onestà intellettuale va anche riconosciuto che erano anni che non si vedeva un progetto musicale giudicato con tale ardore, tanto nel bene quanto nel male, con un solo EP alle spalle. Insomma: è solo un primo EP.
Ma proviamo a lasciare da parte pregiudizi e teorie e analizziamo quello che si vede sul palco del Fabrique. Un’ottima band, suoni superlativi, un cantante molto composto – forse fin troppo – ma vocalmente ineccepibile. E anche ai pezzi si può dire poco. Al momento le scalette contano gli unici sei brani pubblicati nell’EP “King of Terrors” e non ce n’è uno che sfiguri. In particolare, “In The Name of the Father” si conferma anche dal vivo come uno dei pezzi migliori usciti negli ultimi tempi. Le premesse restano elettrizzanti, nel frattempo si aspetta il primo full-length.
Tocca poi ai LANDMVRKS, probabilmente il set migliore della serata. La conferma dell’ottimo momento del combo francese arriva anche dal pubblico, che offre una partecipazione degna di un headliner. La band marsigliese, al suo quarto album, è ormai una solidissima realtà del metalcore europeo e si candida come uno dei prossimi grandi nomi della scena, una delle più adatte a raccogliere il testimone dei ragazzi di Brighton pronti a succedergli sul palco.

Infine, gli Architects. Chiariamolo subito: sono ancora una grande, grandissima band. Ma nonostante uno status che si preserva pressoché intatto, aleggia da tempo la sensazione che la spinta propulsiva che dopo la scomparsa di Tom Searle nel 2016 li aveva portati a pubblicare il magnifico “Holy Hell” e l’ambizioso “For Those That Wish to Exist” si sia ormai esaurita. Già nello scorso tour la band sembrava stanca, ammorbidita, in particolar modo a causa della resa di colui che invece in passato fu il pilastro dei live degli Architects. A quanto pare, nonostante le prove straordinarie alle quali ci aveva abituato, anche Sam Carter è umano. Oggi la sua tenuta non è più la stessa, già da qualche anno. Canta con meno coinvolgimento, con meno precisione, ma soprattutto ha assunto questo strano e cantilenante modo di cantare praticamente tutte le strofe dei brani, che sui social è già diventato un meme.
Non un brutto risultato però, anzi. Il cuore di Sam anima ugualmente il palco, con tanta gratitudine per una data che non era nei piani originali del tour e che è stata aggiunta per soddisfare le incessanti richieste dei fan, che hanno risposto mantenendo la promessa di un sold out annunciato. Il resto della band, inoltre, è impeccabile e regala una performance che chiude gloriosamente un grande tour. A uscirne vincitori sono soprattutto i nuovi brani, estratti da “The Sky, the Earth & All Between”. Funzionano bene, piacciono al pubblico, e reggono metà scaletta senza lasciare che i pezzi storici rubino la scena per effetto nostalgia.
La verità è che “Nightmares”, l’album di debutto, usciva ormai vent’anni fa. In due decenni gli Architects hanno saputo edificare una credibilità e una dignità artistica che non possono essere messe in discussione. Undici album, molti dei quali nei pressi dell’eccellenza, che collocano questa band in un posto d’onore nel metal contemporaneo.




























