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LILIES ON MARS – Dot to Dot

Se mi trovassi in un’intervista stile Iene, alla domanda “Descrivi in una parola il terzo disco delle Lilies on Mars”, risponderei senza indugio: profondamente femminile. E con questo non intendo escludere alcun tipo di ascoltatore target, ma mi riferisco piuttosto all’incredibile capacità di Dot To Dot di rispecchiare le infinite, complesse sfaccettature che rendono unica la donna per antonomasia.

A cominciare dall’euforia-tribe di See You Sun, maratona della batterista  Valentina Magaletti (The Oscillation, Buttonhead) interrotta da dolci soste di vocals dilatati e da un caracollante agitarsi di triangoli e strumenti a percussione, che sembra quasi salutare il sole londinese dopo aver fatto capolino, illudendoti per l’ennesima volta. Essenzialmente femminile nella fischiettabile spensieratezza della splendida No way, più fedele alla natura acustica del songwriting made in LOM, a tratti surfeggiante, perfetta per una pedalata tra i campi fuori dalla metropoli inglese. O nell’enigmatica sensualità di Entre temps, che crea un’alchimia melodica grazie ad ammalianti giri chitarristici e carillon, e nella maturità compositiva del primo singolo Oceanic Landscape, che accosta un wall of sound di remoti cori illusionistici e onde sonore distorte all’inconfondibile voce di Battiato. Femminile nella giocosa voglia di “sporcarsi” con diversi strumenti e di rinascere in ogni canzone come se fosse un nuovo giorno, come accade in Interval 1 e Interval 2, che distruggendo e ricomponendo creano efficaci ragnatele elettroniche tra un brano e l’altro, o nella duttilità dell’arrangiamento della closing track Martians. E poi, come tralasciare l’aspetto più dark, percepibile in For the First 3 Years, dove tornano protagoniste le percussioni, l’umore plumbeo e l’acidità sonora, con la novità dei lyrics‘inafferrabili’ in italiano che ondeggiano come un pendolo tra l’orecchio sinistro e il destro. Eccezion fatta per la mediocre ballad So Far Dear America, Lisa e Marina riescono a dar vita a canzoni calde e pervasive, che abbracciano olisticamente la nostra parte più fragile e sognante arrivando persino a consolare, tratteggiando sempre con estrema delicatezza ricordi, réverie, demoni atavici. Questo avverto personalmente in Side ABCDE, uno dei brani più belli del disco con i suoi eco abissali e gli epidermici synth che avvolgono l’atmosfera e si fondono in un’imbrillantinata scia di shoegaze, oppure nella potente energia indie incamerata da Impossible Child.

Ultimo aspetto che a mio parere caratterizza Dot To Dot è la capacità di estraniare l’ascoltatore in modi diversi: più riflessivo e riverberante nella bellissima Sugar is Gone, che con il suo incipit chillout e i controrni sfumati è un forte veicolo di recondite passioni, un momento di distacco dopo una serata grandiosa o un indispensabile bisogno di crearsi mentalmente nuovi finali per qualcosa che ci è precluso; più quotidiano in Dream of Bees, la colonna sonora che ripercorre a scatti le nostre routine mattutine, dalle meccaniche azioni al risveglio fino allo slalom in mezzo alle folle all’ora di punta, davanti a porte che si aprono e si chiudono, dove è possibile e spesso così assolutamente necessario fluttuare e astrarsi per sopravvivere. Un episodio felice di un dreampop quasi tutto italiano… non male di questi tempi, no?.

Karen Gammarota

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