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Recensioni

Liles/Maniac – Darkening Ligne Claire

di Thanks For Choosing

La tracklist è tutta in maiuscolo, e non faccio altro che pensare a Myss Keta, o a Dola se vogliamo essere più underground. Solo che stiamo parlando dei Liles/Maniac. Da una parte abbiamo Maniac (ex Mayhem), con la teatralità estrema, personaggio chiave della scena black-metal norvegese, dall’altra parte c’è l’eccentrico Andrew Liles, la cui produzione va dal progressive alla dub. Due carismi imponenti che si scontrano e sovrappongono in un album strano, stratificato, oscuro e che mette decisamente a disagio. Una base elettronica, ritmi dispari, pochi ma molto ampi respiri, sussulti, dilatazioni, atmosfere da rave party post-apocalittici ai confini del mondo, sincopi e vortici che sfociano nella techno. Inaspettatamente, un album che può e deve piacere soprattutto a chi con metal e messe sataniche non ha molto a che fare, che si adatta bene in contesti da Club To Club e da dj set notturni del Primavera Sound. Un mondo infinito e dispero in cui immergersi disperati, come nelle sabbie mobili.

Questo album prende vita a partire da sette dittici che sono stati parte una mostra dedicata a  Christophe Szpajde (che è tipo quello che ha fatto il logo dei Metallica, tipo), inaugurata a dicembre a Firenze. Questa mostra, oltre a innumerevoli loghi, comprendeva anche sette fotografie di paesaggi scattate da Christophe, da qui i sette brani che compongono quest’album. Non so come sia possibile che da un’innocua foto di un lago fermo possa scatenare tutto questo turbamento, ma tant’è… Abbiamo di fronte comunque un lavoro che va ben al di là del mero compitino/colonna sonora per una mostra di loghi e paesaggi, che ha vita propria a si difende benissimo. É sorprendente come si possa apprezzare un disco del genere, anche se si è completamente fuori la scena che coinvolge da anni i due artisti, anche se si è tra quelli che sì Mayhem forse lo abbiamo sentito nominare ma Maniac è senza dubbio solo la serie televisiva su Netflix.

Consiglio un ascolto concentrato, notturno e possibilmente vagamente alcolico. Per i fan degli Zu, ma anche della techno berlinese, per chi non ha mai sopportato quest’estetica da metallari forestieri, e per chi vuole solo ascoltare qualcosa di diverso. Un buon modo per ritrovarsi su sentieri non ancora tracciati e per entrare in contatto con, ammetto la mia ignoranza, la Archeological Records, un’etichetta/laboratorio musicale che si impegna per fare archeologia musicale (che esiste, a quanto pare), all’ecologia e alla musica sperimentale. Un bel minestrone di realtà e sonorità, tutto ben ordinato e specifico che è impossibile non apprezzare. Da ascoltare.

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