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Recensioni

La recensione narrativa del primo EP di Tamì, traccia per traccia

Filippo Pasqui, autore della recente raccolta “Racconti di Blablacar” e del romando “L’ondra” di recente pubblicazione, ha ascoltato il primo EP di Tamì, dal titolo “Primo Ottobre”, fuori ovunque per Uma Records e in distribuzione Sony Music.

Ecco come è andata!

Internet è finalmente arrivato in ogni casa del mondo, in ogni città, in ogni paesino sperduto, dalle baite delle altissime montagne alpine alle tende beduine del deserto sahariano, dalle lande ghiacciate argentine alle valli da pascolo neozelandesi. Ogni spazio social precedentemente occupato dai giovani è stato invaso prepotentemente dai più anziani, quelli che devono mettere bocca su tutto e abbassare terribilmente la qualità delle discussioni nate su quei posti virtuali e perché no, rendere il tutto ancora più monetizzabile. Era inevitabile, la sovrappopolazione di quella fascia demografica era una minaccia e lo si intuiva già da tempo che sarebbe successo un fenomeno sociologico del genere. In questo contesto, i giovani non sanno più dove formarsi ora che pure i loro spazi più intimi sono stati spregiudicatamente scovati e ripuliti da quintali di moralità e ignoranza. Non sanno più chi sono.

[ Non so più chi siamo ]

Questa condizione era sofferta inconsapevolmente da tanti giovani, ma solo una ragazza si accorse che era un problema reale e che in lei stava nascendo un qualcosa che non sapeva bene più come gestire. Elisa, che era più conosciuta dagli altri con il suo nickname Tamì, se ne accorse subito dopo aver deciso di abbandonare i social per sempre: da quando aveva lanciato il suo smartphone sul ruscello vicino casa di sua nonna (un’anziana diversa, non connessa come tutti perché non lo sentiva necessario), capì che stava facendo bene a scappare da tutta quella virtualità che per molti era diventata la vita vera e propria. Era come riappropriarsi di una pace interiore che una volta i social riuscivano a dare e che adesso purtroppo non davano più.

[ Dejavu ]

Passarono i giorni e Tamì scoprì di avere un sacco di tempo libero da utilizzare: se prima lo sfruttava per guardare i video condivisi dagli amici e ricopiati subito dopo dai loro genitori per impressionare la propria echo chamber, adesso Tamì aveva riscoperto una sorta di propensione all’abbandonarsi in mezzo alla natura con lunghissime passeggiate e delle buonissime merende in solitaria ascoltando i canti degli uccelli e lo scricchiolio dei faggi ondulati dal vento. Stava riscoprendo se stessa e si sorprese perché si accorse che tutto questo lo stava facendo da sola, senza l’approvazione di nessuno. L’aria fresca delle colline vicino casa la faceva sentire viva, compresa, coccolata. Riusciva a sentirsi connessa a tutto ciò che aveva intorno e vedeva finalmente un senso in ciò che la natura stava cercando di comunicarle. Si impressionò così tanto della gratuità della natura stessa che spesso si domandò come ha fatto per tutto quel tempo ad evitare quel richiamo sottilissimo.

Sentiva un’energia diversa dentro di sé, che un pomeriggio si manifestò con un fenomeno alquanto particolare: sotto le unghie delle sue mani stavano nascendo dei piccoli germogli.

[ Mani ]

Preoccupata, quella sera chiese a sua nonna se fosse normale una cosa del genere. La nonna non seppe cosa risponderle, non aveva mai visto niente di simile in vita sua, tuttavia le consigliò di non preoccuparsi, di lavarsi bene in quanto poteva essere sporcizia presa durante le sue passeggiate nei boschi e di riposarsi a dovere. E così fece.

La mattina seguente, si svegliò di buon umore sentendo un odore dolcissimo di erba fresca ricoperta da brina. Uno sbadiglio, una stiracchiata, una stropicciata sugli occhi per poterli aprire bene, ma nel farlo notò che più che stropicciata si era data una carezza morbidissima. Aprendo le palpebre si rese conto che le sue dita non erano più fatte di ossa e di carne e che quei germogli erano diventate foglie nel giro di una notte. Il panico. Si alzò dal letto urlando, indossò di fretta un accappatoio che fece fatica a legarsi alla vita e uscì di casa senza neanche avvertire la povera nonna dell’accaduto, questo per non spaventarla. Doveva assolutissimamente vedere qualcuno che conosceva che avesse internet per googlare cosa diamine le stesse succedendo.

[ Pessima Mossa ]

Beccò il vicino di casa in piena pubertà che stava provando e riprovando a salire sul marciapiede con il suo skate nuovo di zecca senza utilizzare rampe ma tramite piccoli saltelli. Da quando aveva visto i trick assurdi di quei tiktoker pazzi schizzati che riuscivano con i loro skateboard a fare salti di dieci metri senza farsi nulla, era andato completamente in fissa: un giorno ci sarebbe riuscito anche lui, si era detto. Tamì, vedendolo, pensò che lui il telefono ce lo aveva sicuramente con sé. Così si avvicinò con le mani in tasca e gli chiese con fare molto pacato se avesse mai visto video di persone che al posto delle dita hanno foglie. Il vicino si impressionò al solo sentirne parlare e, non conoscendo alcun video al riguardo, tirò fuori il telefono e cercò. Nessun risultato. Tamì nel frattempo scrutava i risultati delle ricerche dalle spalle del ragazzo, fingendo di consigliargli percorsi ipertestuali per raggiungere gli agognati video, quando in realtà se ne stava approfittando per leggere i titoli proposti da Google e capire la sua nuova condizione. “Cerca persone con foglie al posto delle dita”, gli consigliava. Nessun risultato riguardo soluzioni a quel problema preciso.

[ Skate ]

Lasciando ritornare il vicino alla sua pratica, Tamì amareggiata, senza risposte, se ne tornò verso l’entrata di casa. D’improvviso le presero colpi di tosse che fecero fuori uscire dalla sua bocca petali di magnolie. Non era possibile. Cosa diamine le stava succedendo? Iniziò a piangere ininterrottamente, non poteva entrare in casa in quelle condizioni. Quel mutamento le stava generando frustrazione e interrogativi troppo grandi che le stavano provocando ansia, aveva bisogno di riprendersi un secondo prima di andare a dire a sua nonna che le stava succedendo qualcosa di inspiegabile e che aveva bisogno di parlarne con un medico urgentemente.

Così si incamminò verso il ruscello dove aveva buttato il suo telefono qualche giorno prima e nel mentre si meravigliò di come quel lento scorrere dell’acqua avesse degli effetti terapeutici sul suo umore. Si fermò a pensare e si convinse che non c’erano spiegazioni riguardo quello che le stava succedendo: stava diventando una pianta e non si poteva fermare questo processo, ne era appena diventata consapevole. Guardandosi i piedi, si accorse che stava penetrando il terreno creando delle radici proprio sul punto in cui si era fermata. Accettò tutto questo con molta serenità. Era in pace, seppure si stesse irrigidendo sempre di più in quanto il suo corpo si stava trasformando in legno ricoperto da strati di corteccia. Tamì quella mattina divenne un albero bellissimo, e nessuno se ne accorse.

[ Ancora Io ]

Passarono i giorni, le settimane, i mesi e le ricerche di Tamì vennero interrotte. “Si sarà ammazzata nei boschi”, era l’ipotesi che più correva in paese. Ovviamente la nonna di Tamì non credeva a tutto questo, però sapeva che comunque lei nei boschi c’era per forza, ma viva. Lo sentiva dentro di sé, era sicuramente così. Quindi ogni giorno, anche se soffriva molto di mal di schiena, riprendeva i sentieri intrapresi spesso dalla nipote e passeggiava convinta di avvertirla in qualche modo. Era come se fosse lì senza essere lì.

Alla settima settimana consecutiva di passeggiate, la nonna stanchissima e dolorante arrivò in un bellissimo posto mai visto fino ad allora. Si accorse subito di quell’albero sulle rive del ruscello e si convinse in qualche modo che fosse familiare. Era Tamì. Improvvisamente, il dolore alla schiena scomparve. Fu felice.

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