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Luca Eri ci consiglia cinque brani per il giorno della fine del mondo

Luca Eri, cantautore romano decisamente atipico che ha di recente pubblicato per Le Siepi Dischi / Artist First il suo nuovo singolo dal titolo Apocalisse, un brano tra indie-rock, elettronica e cantautorato, che vuole rispondere alla domanda Che ne sarà del nostro amore, il giorno della fine del mondo?
 
Per l’occasione, gli abbiamo chiesto di scegliere 5 brani per affrontare il giorno della fine del mondo.

Alla fiera dell’est – Branduardi

Il povero Dio è un ragazzo di 15 anni, sociopatico, emarginato, non ha mai avuto una donna e probabilmente mai l’avrà. Anzi, ne è certo: anche perché la sua onniscienza lo condanna. Più scruta nel futuro, più non vede nulla di buono. E allora s’incazza. Sì, Dio. Si alza dalla sedia accende il vecchio giradischi e la puntina prende a suonare un vinile di Branduardi – altra celebre divinità dell’Olimpo –, mentre Dio afferra il giocattolo a lui più caro, ricevuto in dono un Natale ormai lontano: l’Universo è un passatempo di quando era un bambino, è poco più grande di una scatola, è fragile, inutile, forse. Lo tiene stretto tra le mani, Dio sorride, di un sorriso più simile a una smorfia sgraziata che alla spensieratezza, avverte la necessità di sfogarsi contro qualcuno: alza le mani verso il cielo e sferra l’Universo contro l’armadio. In un istante non ne rimane nulla, se non la sensazione di aver udito un grido d’aiuto che Dio giura – e lo giura su se stesso! – di aver sentito, ma non riesce a capire da dove sia venuto.
Magari è solo un suono, un messaggio subliminale, inserito da Branduardi, il dio dell’inconscio,
nell’arrangiamento del suo capolavoro: Alla fiera dell’est. PSICOPATICO.

Quello che non c’è – Afterhours

Dio ha tutto, sa tutto. Ma non gli basta. Vuole di più, vuole sempre di più. Non è mai soddisfatto. Ci
ha messo sette giorni a costruire il suo modello di mondo perfetto, ma non funziona nulla. Gli uomini sono creature perverse e lamentose; le mucche mangiano l’erba, quando invece nella sua idea originaria avrebbero dovuto mangiare gli uomini; le piogge non riescono mai a lavare il mondo dal male; i topi sono perseguitati, soprattutto dagli uomini, che li usano tra l’altro come cavie in esperimenti immorali, quando Dio li aveva creati a sua immagine e somiglianza. Sì, i topi. E allora si sente un fallito. E allora, fischiettando Quello che non c’è degli Afterhours, compie un gesto, infinitesimo per lui, incredibile per noi: preme un bottone, stacca la corrente, l’universo si spegne e con esso anche le nostre vite. Senza che ce ne rendiamo conto. MAGNANIMO.

L’aria sulla quarta corda – Bach

Domani Dio dovrà sostenere un provino importante, perché anche lui ha i suoi sogni lavorativi: essere assunto come divulgatore scientifico alla RAI, prendere il posto della famiglia Angela e condurre Quark. Sembra che le raccomandazioni abbiamo funzionato e adesso sta preparando il materiale che presenterà ai suoi esaminatori: un breve servizio documentaristico che descrive la fine del mondo. Per renderlo più credibile ha costruito un universo in miniatura, una miniatura senza alcun valore, e ora è lì, pronto a distruggerlo, per poterne filmare e narrare la fine. L’indomani stupirà i suoi esaminatori e quel posto sarà finalmente suo. Ma giusto un istante prima di dare il via all’Apocalisse, avverte dei dolori alla pancia ed è costretto ad scappare in bagno. Be’, quell’arco di tempo in cui Dio sta seduto sulla tazza del cesso è la durata della vita che è ancora rimasta al nostro cosmo; quando Dio tornerà, tutto sarà davvero finito. PIERO ANGELA

Ho paura del giorno – Giovanni Carnazza

Dio non esiste, il mondo non ha un senso, il dolore delle creature che lo abitano è qualcosa di casuale quanto incomprensibile. L’universo è giunto al termine della sua corsa, sta pian piano smettendo di respirare e Giovanni Carnazza, chiuso a meditare dentro se stesso, se ne rende conto. Appena un secondo prima che tutto finisca ricorda i momenti più malinconici della sua vita, si mette al pianoforte e comincia a comporre Ho paura del giorno, quasi senza rendersene conto. Come se non fosse lui a scriverla, come se fosse Dio – che poi non esiste – a cantare attraverso le sue labbra; mentre il mondo, lì fuori, si è oramai smaterializzato e, con esso, quasi tutte le creature che lo abitavano: eccetto Giovanni, che è ancora lì, a cantare, ancora non sa che è l’unico uomo rimasto al mondo. E insieme a lui molte donne si sono salvate, qualcuno va raccontando in giro siano le più belle del mondo.
O almeno di quel che ne è rimasto. FORTUNATO.

Fake plastic trees – Radiohead

La fine del mondo c’è stata già da un pezzo, Dio sta cercando di farcelo capire, ma noi non ce ne
accorgiamo. Per farci comprendere che l’universo non esiste più, ci ha inviato vari segni: ci ha fatto
vivere nell’oblio della preistoria, ci ha donato la hybris dell’età classica, la povertà del medioevo, la
follia della rivoluzione francese, Napoleone, Hitler e Stalin, il progresso della scienza e della tecnica, Thom Yorke e Quentin Tarantino, ma nulla. Gli uomini non si rendono minimamente conto che il mondo sia finito e per una folle legge scritta chissà da chi, l’universo continuerà a esistere finché l’umanità non realizzerà che è giunta la sua fine. E tutto ciò, per Dio, rappresenta un problema, anche grave, perché l’universo va eliminato il prima possibile: esso è quella porta che si frappone tra Dio e la stanza dove – un indovino gli ha predetto – troverà la felicità. SFORTUNATO.

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