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PEARL JAM: Fermatevi finchè siete in tempo

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E’ uscito da pochi giorni “Sirens” il secondo singolo del nuovo disco (in uscita il 15 ottobre) dei Pearl Jam che è stato preceduto a luglio da “Mind Your Manners”. I due singoli messi insieme, se rispecchiano il contenuto dell’album sono un bruttissimo presagio per “Lightning Bolt”.

“Mind Your Manners”, da molti accolto con  tripudio e gaudio, per quel che mi riguarda è una brutta dimostrazione di forza sterile, inutile, una sorta di machismo musicale, un voler dichiarare: “Guardate siamo ancora forti, sappiamo fare ancora un pezzo rock veloce e tirato, non ci siamo rammolliti”.

Dimostrazione di forza che, secondo me, i Pearl Jam non avevano alcun bisogno di dare.

Ma facciamo un passo indietro.
Io sono per le band che cercano di evolversi sempre, cercano sempre una nuova via, che sperimentano anche nelle piccole cose, senza per forza stravolgere il loro stile, ma senza neanche sedersi senza provare a proporre qualcosa di vivo, band in cui ci sia la voglia di andare sempre verso un punto che non sia quello da cui sono partiti.

Da questo punto di vista considero, al di là dei classici acclamati, “Binaural” il miglior disco dei Pearl Jam in assoluto. Perché era il risultato di una band viva, vibrante, pronta a rinnovarsi per entrare in una nuova era.

Molti non saranno d’accordo con me, ma provate a riascoltare “Insignificance” o “Nothing as it Seems”, “Greviance”, credo sia il loro punto più alto, in perfetto equilibrio fra sperimentazione, belle canzoni, pezzi rock efficaci e illuminati e ballad splendide e mai banali.
Il pezzo che più rappresenta quel disco secondo me è “Sleight of Hand” e lo considero uno dei loro migliori in assoluto. Una ballata elettrica, un pezzo molto maturo, con un’atmosfera incredibile, sviluppata su un tempo dispari che però non toglie fluidità al pezzo e anzi lo rende ancora più “drammatico”, cantato in modo splendido con la voce di Vedder che quasi si rompe sulla strofa.

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Dopo Binaural, arriva Riot Act, e nonostante sia un mezzo passo falso, ho apprezzato comunque il tentativo di cercare fare un altro passo in avanti, esplorando sonorità nuove.

E poi arriva lui. “Pearl Jam” “Avocado”.
Il disco annunciato con le parole “Siamo voluti tornare alle origini”, e quando una band pronuncia quella frase, magari in accoppiata con “Questo è il nostro disco più heavy”, vuol dire che è già  salita sul carrello dei bolliti. Perché è matematico e dimostrato che a queste dichiarazioni segue sempre un disco di merda, nel migliore dei casi. Nei peggiori, una serie di dischi di merda.

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E così è stato anche per i Pearl Jam, perché Avocado apparteneva alla categoria di dischi sopra citata.
Improvvisamente però nel 2009 succede il miracolo. Arriva “Backspacer” e scopro che invece sono ancora vivi, che son saltati giù dal carrello dei bolliti, e anche se ancora un po’ sporchi di mostarda, sono riusciti a tirare fuori un gran bel disco. Sincero, semplice, efficace, e a sorpresa. Come una bottiglia di Moretti dimenticata nel congelatore chissà quando e ritrovata in una caldissima sera d’estate miracolosamente intera.

Quando poi sono iniziate a circolare le prime notizie su “Lightning Bolt”, speravo, anzi ero convinto che stesse per arrivare il disco che gli avrebbe spianato la strada verso un luminoso finale di carriera. Magari meno rock, meno spinto, ma coraggioso, audace, il classico disco che si tira fuori quando ormai non c’è più bisogno di dimostrare nulla, e non c’è più la necessità di fare marchette per ammorbidire la reazione dei fan.

E invece arriva “Mind Your Manners” che è tutto l’opposto, e senti ancora quel cigolare terribile delle ruote del carrello dei bolliti in mezzo ai tavoli.

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Una canzone che altro non è che un semplice esercizio di stile. Già me li vedo in sala prove: “Oh, facciamo un pezzo punk come i bei tempi” “Un pesso dei Queeeen… ma sei una puttana!” (cit.). Con un riff di chitarra che più banale non si può, linea vocale senza alcun sentimento, piatto, insignificante, puro esibizionismo.

Sei lì ancora disorientato, deluso, ma speranzoso, alla fine è un solo pezzo, non si può giudicare un disco solo da un singolo, e loro arrivano con il colpo di grazia: “Sirens”.

Ed ecco anche la classica accoppiata del perfetto bollito:
Col primo singolo ti fa vedere che è ancora rock, che non si è rammollito, che hanno cinquant’anni ma sono ancora quelli di vent’ anni fa, e col secondo si acchiappa il pubblico femminile e i più sensibili, con un bel singolo strappamutande, con l’assolone che piace anche ai metallari, buono per Virgin Radio e per il download su Itunes da mettere nelle playlist da camporella di quelli che: “Io ascolto musica rock, Bon Jovi, Vasco e Ligabue, guarda ti faccio sentire anche questo nuovo gruppo alternativo, l’ha passato ieri DJ Ringo, si chiamano Pearl Jam…”

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“Sirens” è uno dei classici pezzi da limone dei PJ, ma è un limone avariato, banale, scontato, sembra quasi una ballad dei Nickelback, e credo che la parola “Nickelback” dica tutto.

Cari Pearl Jam, manca ancora un mese all’uscita di “Lightning Bolt”… pensateci, pensateci bene.
Se queste sono le premesse fermate le ultime stampe, la distribuzione, la promozione, tenetelo lì e fatelo uscire magari fra tre anni, come un “Lost Dogs 2”, come B sides vanno benissimo. Questi saranno solo due brutti pezzi fatti uscire per ingannare l’attesa.

Tornate a scrivere e a comporre, e l’anno prossimo fate uscire un disco vero.
Se questo “Lightning Bolt” sarà come questi due singoli, potrebbe essere il vostro peggior disco di sempre. Sì, anche peggio dell’Avocado. Davvero… pensateci.

P.S. Spero, con tutto il cuore, di sbagliarmi.

Written By

Luca Doldi, vive a Milano ed è una firma storica di Rockon, pubblicitario per lavoro e musicista di lungo corso, ha militato in diverse band e tutt’ora è impegnato in vari progetti musicali. Da circa tre anni ha aperto un blog (www.ildolditoriale.com) tramite il quale prosegue la sua collaborazione con questo sito, oltre alla musica si occupa anche di altri temi come attualità, arte, tecnologia, sport. Segue da vicino gli eventi della sua città, soprattutto i concerti, di cui è assiduo frequentatore e reporter. Oltre ai classici report di concerti e recensioni di dischi, scrive articoli di analisi, opinione e editoriali sul mondo musicale. Riserva un occhio di riguardo per la musica dal vivo, tema al quale si è dedicato spesso, analizzandone problemi, dinamiche e intervistando addetti ai lavori (suo l’articolo più visto di Rockon dedicato ai gestori dei locali).

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