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“Musica dal morto”: intervista a VIPRA

Vipra
Vipra | Foto Barbara Martire

Musica dal morto” (Asian Fake/Sony Music) è il nuovo album di VIPRA, autore, membro del collettivo Sxrrxwland, e artista capace di oscillare tra atmosfere malinconiche e brani urlati e potenti, sulle orme della nuova scena post-punk internazionale, dagli Idles ai Turnstile.

“Musica dal morto” segue la pubblicazione del disco di debutto “Simpatico, Solare, In cerca di amicizie” contenente numerose collaborazioni con artisti del calibro di Psicologi, Fulminacci, Margherita Vicario, Frenetik e Orang3.

Qual è la tua fonte di ispirazione per “Musica dal morto” e come hai scelto i nomi degli artisti scomparsi a cui hai dedicato le tue canzoni?

Mi sono ispirato alla scena post-punk che sta spopolando ovunque in Europa (tranne qui dove siamo molto più sensibili alle spacconate inutili e alle storie di corna) e che ha recuperato e attualizzato il sound anni ‘80 e ‘90. I nomi degli artisti sul disco sono stati scelti per i più vari motivi: alcune tracce parlano di loro, altre del loro esatto contrario, altre hanno un’idea che mi ricordava il loro approccio. 

Come descriveresti il tuo stile musicale e cosa lo rende unico rispetto agli altri artisti?

In discografica l’hanno definito “invendibile”. L’unica cosa che faccio rispetto ad altri probabilmente è metterci impegno perché sia così. L’idea di “punk” che si sente nel mainstream italiano è per la maggior parte pop imbarazzante. 

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere attraverso il tuo nuovo album e come pensi che possa stimolare il dibattito pubblico?

La musica può, e probabilmente deve, tornare a essere anche un veicolo di opinione, un luogo di incontro e non solo intrattenimento. Non penso che possa stimolare il dibattito pubblico perché non esiste, è stato annientato dai social e trasformato in sezioni commenti di giornali orripilanti su cui la gente bercia e si insulta senza costrutto, risultato o attenzione. Nel caso remoto in cui il mio album avesse mai potuto contribuire a qualcosa di positivo tutte le maggiori radio si sono rifiutate di passarlo (anche le tracce più “pop”) e al Primo Maggio di Roma non mi hanno voluto perché “non in linea con la direzione artistica dell’evento”. Anzi, me l’ha detto proprio in faccia l’etichetta: “La musica è entertainment, non frega a nessuno del resto”. 

Nel tuo percorso artistico hai collaborato con molti artisti italiani di successo, ma hai scelto di non avere featuring in questo disco. Perché?

Volevo fare un disco solo mio, il featuring ormai è un modo di “scambiarsi” pubblico e visibilità con qualcun altro, e anche se questo non è mai stato il mio caso (non ho pubblico o visibilità da offrire) sentivo il bisogno che il focus fosse sul materiale nel suo insieme, non sui singoli dettagli.

In “Musica dal morto” hai scelto di allontanarti dalle sonorità più commerciali. Qual è il motivo di questa scelta?

La musica sta diventando ripetitiva: ci sono formule quasi esatte per imbroccare una hit, si scrivono ritornelli e arrangiamenti praticamente calibrati su database di preferenze e si incrocia quell’artista con il pubblico di riferimento. Il successo è solo una questione di quanti soldi ha a disposizione la multinazionale che hai dietro per farti finire in bocca a una massa di persone che non ha idea di cosa gli piaccia ma lascia che sia una piattaforma a decidere cosa deve e cosa non deve scoprire. Non è esattamente la definizione di qualcosa che mi interessa fare. Chi dice il contrario o non ha lavorato un giorno in discografia o mente per interessi personali. 

Cosa ti piace di più di esibirti dal vivo e qual è la tua prossima data in programma?

Il momento in cui mi pagano. Generalmente i miei live sono semivuoti, che è peggio che quando non viene nessuno. Almeno con due soldi in tasca senti di aver combinato qualcosa. 

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