Connect with us

Hi, what are you looking for?

Interviste

Intervista a RADICAL FACE

radical-face-2

L’idea di ambientare The Family Tree nel 19° secolo ti ronzava in testa già da molto tempo. È il tuo modo di reagire ai problemi della società moderna? Hai scoperto qualche aneddoto interessante spulciando gli alberi genealogici?

Mi piace la nostra epoca. Sono semplicemente curioso di capire come siamo arrivati qui e se abbiamo perso di vista alcune cose importanti della vita, cose che forse dovremmo ricominciare ad apprezzare. Oggi più che mai abbiamo libertà e tempo a disposizione per esplorare e creare. Non vorrei vivere in nessun altro periodo storico. Il presente non è perfetto, ma niente lo è. Eppure, se c’è una cosa che mi colpisce studiando storia è che in fin dei conti le persone non sono cambiate per niente. Si evolve la cultura, ma le battaglie e i desideri che ci animano sono sempre gli stessi. È bellissimo immedesimarsi completamente in un’opera scritta secoli fa. Mi fa sempre sorridere.

Ti sei dedicato anima e corpo a The Branches isolandoti da tutto il resto. Che cosa ascoltavi durante questa fase? Artisti a cui potessi ispirarti o musica completamente diversa per staccare la spina?

Spesso quando lavoro su un disco ascolto musica classica, mentre in altri momenti preferisco quella contemporanea. È un andirivieni a cui sono abituato: se sono preso da un album, passo talmente tanto tempo a comporre i testi che mi fa piacere prendere delle pause con pezzi strumentali. Ma una volta passato il momento clou, mi torna la voglia di ascoltare brani cantati.

[embedvideo id=”MSlELJGWORs” website=”youtube”]

The Branches è un album molto suggestivo. La prima volta che l’ho ascoltato ho pensato subito al film “The Others”. Se questo disco fosse una pellicola, quale sarebbe? Come lo descriveresti se fosse un dipinto o un colore?

Spesso mi sento dire che c’è un non so che di inquietante nei miei pezzi. Lo prendo come un complimento. Mi piace moltissimo il mood della musica che ascolto e spero sempre che anche la mia trasmetta qualcosa di forte. Come film, sceglierei “Il labirinto del fauno”, perché la trovo una sintesi perfetta di storia e fantasy. Quanto alla pittura, calzerebbero perfettamente i colori della terra o scene di paesaggi innevati, o magari un gioco di luci e ombre che lasci pensare che ci sia qualcos’altro da scoprire. Spero che anche gli altri lo vedano così.   

Se non sapessi l’inglese probabilmente penserei che i testi di The Branches sono dolci e allegri. Invece, le parole appaiono in netto contrasto con la musica, ora inquietanti ora legate alla nostalgia e al tema della morte. Lo hai fatto per scelta? Perché non creare un accompagnamento che rispecchiasse di più i lyrics, come hai fatto in the Gilded Hand?

Sì, l’ho fatto apposta. Cerco di comporre musica terapeutica, che riesca a infondere speranza e sorrisi in una realtà difficile. Anche se affronto temi spesso tetri e tristi, non voglio presentarli sotto questa luce. È un modus operandi che personalmente mi ha aiutato molto. Altre volte, come nel caso di The Gilded Hand, voglio che la musica rifletta appieno il tema trattato e l’ultimo album va più in questo senso.

radical-face

The Branches ha visto la luce in un capannone, proprio come un bambino del 19° secolo. Temi che la registrazione in studio possa rendere i tuoi dischi poco naturali?

Non mi trovo bene negli studi, sia perché non mi piace starci sia perché ho degli orari strani. Non so mai a priori quando avrò voglia di lavorare a un pezzo, quindi preferisco non fare programmi e non preoccuparmi di spendere soldi mentre inizio a sperimentare. Amo di più gli ambienti abitati o occupati da qualcuno, trovo che abbiano più personalità. Non sono luoghi perfetti, ma io non ricerco la perfezione. I difetti e le stranezze sono sempre accolti a braccia aperte nei miei album.

Dal punto di vista musicale, qual è stata la sfida più grande del disco?

La canzone che mi ha fatto penare di più è stata The Crooked Hand. L’ho registrata ben 8 volte prima di esserne soddisfatto. In ogni album c’è sempre un paio di brani che ti danno del filo da torcere, ma questo è stato particolarmente duro. In generale, comunque, la cosa più difficile per me è catturare il mood che voglio trasmettere, a volte sfuggente. È un aspetto su cui mi impunto e rifletto a lungo e non sono contento finché non trovo esattamente ciò che sto cercando.

Torniamo a te. Sei un artista dalle mille risorse, impegnato in svariate attività: produzione (tua e di altri), composizione, grafica, design, persino tutorial musicali e film. Qual è il progetto più entusiasmante che tu abbia mai realizzato?

Senza dubbio The Family Tree. È iniziato nel 2007 e continuerà forse per i prossimi due anni. È il progetto più ambizioso e travolgente che io abbia mai portato avanti. Da un paio di anni, poi, sono impegnato nella realizzazione di un film insieme a degli amici. Quando tornerò a casa, prima di iniziare a incidere i pezzi del nuovo album mi prenderò una pausa e lavorerò al montaggio. È stata un’esperienza incredibile, un vero spasso.

[embedvideo id=”vE2Urfcrfbw” website=”youtube”]

C’è un personaggio delle tue canzoni in cui rivedi te stesso? Raccontaci la sua storia.

A dire il vero ce ne sono molti. Ad esempio, il ragazzo di The Crooked Kind che si vergogna delle proprie origini. Ho nove fratelli, molti di etnie diverse dalla mia. Alle medie volevo essere un ragazzino come gli altri, e mi capitava di nascondermi da loro. Poi, mi sono quasi vergognato del mio comportamento. Questo pezzo riflette per molti versi la mia esperienza.  The Mute, invece, è ispirata al mio nipotino di 9 anni, che soffre di autismo e non parla. Ghost Towns è la storia di una persona che non viene accettata nella sua città. È un brano racconta molto del mio passato: da adolescente infatti me ne stavo quasi sempre per conto mio.

Spesso scrivo i miei testi basandomi sulle esperienze che ho vissuto in prima persona, evitando però di addentrarmi nei dettagli. Ad esempio, so cosa vuol dire sentirsi rifiutati, ma ne parlo in generale senza descrivere un fatto particolare. Così è più facile fare delle associazioni, perché è una sensazione in cui tutti possiamo rispecchiarci.  

Che cosa ci dobbiamo aspettare dall’ultimo episodio della trilogia?

Sarà il meno limitato in termini di produzione, quindi il più moderno dei tre. Ma non so dire altro. Ci sono una marea di fattori che possono intervenire prima di mettere il punto finale a una canzone. Perciò non mi sbilancio, ma non vedo l’ora di scoprirlo anch’io!

Last but not least, quando suonerai in Italia?

Non lo so ancora, ma sicuramente la prossima volta che tornerò in Europa. A presto!

[toggler title=”Leggi l’intervista in inglese – English Version” ]
The concept of The Family Tree, set in the 19th century, had been brewing in the back of your head for a while. Should we consider it your own response to the controversial modern age? Is there anything funny you’ve found out while rummaging through genealogy stories?

I love the age we live in. I am just always curious to see what brought us here, and to see if we have forgotten some important things along the way — things we maybe should bring back and learn to appreciate again. But we have more freedom and time to explore and create than we ever have, and I wouldn’t want to live in any other time. It isn’t perfect, but nothing is.

But something I notice most about studying history is how little we have changed as people. Culture evolves, but the struggles and desires are the same. It’s amazing to read a text from hundreds of years ago and relate completely. It always makes me smile.

You’ve been totally plunged in The Branches for quite some time: what did you listen to throughout this isolation period? Similar artists you could draw inspiration from or totally different music to break away from the project?

I often listen to classical music while working on albums, and modern music when I am not. I think I spend so much time working on words over the course of an album that I enjoy the break, and when I am not in the thick of it I want to hear singers again. I have always bounced back and forth like that though.

The Branches is an extremely evocative album. When I first listened to it, my mind immediately went to movies like The Others. If this record was a movie, what would it be? What’s its painting/color/book equivalent?

I am told there is usually something a little eerie in my music. I take that as a compliment. I really enjoy mood in the music I listen to, and I always hope mine will have a strong one too.

If I had to pick a film, I’d say something like Pan’s Labyrinth. It has that combination of history and the fantastic that I really like. And for paintings and colors, I’d see a lot of earth tones, or snow scenes, or things obscured in a way that you wonder if there is more to them. Or at least that is how I’d hope it comes across.

If I didn’t know any English I’d probably think The Branches lyrics would be sweet and joyful. Instead, you’ve created a rather stark contrast between music and words, which are at times spooky and dealing with death or nostalgia. Was this deliberate? Why not going for a darker, more consistent melody like the one in The Gilded Hand?

Yes, it was intentional. I sometimes use music as therapy. I often feel like I’m just trying to make something pretty and hopeful out of the ugly side of life. So while the subject is often dark or sad, I don’t want to present it that way. It’s helped me a lot, personally.

But occasionally, like in the Gilded Hand, I want the music to reflect the subject. There is a bit more of that on the last record.

The Branches saw the light in a shed, like a 19th century baby. Do you fear giving a too artificial touch to your records in studios?

I don’t work well in studios. I don’t enjoy being there, and I work at odd hours. I never know when I will be excited to work on it, so I prefer not to schedule it, or to think about whether I’m wasting money when I start experimenting. I also just enjoy working in places that are actually lived in, and that people really use. They have character. They are not perfect, but neither is what I’m trying to make. I love flaws and oddities, and I accept them into my records with open arms.

Music-wise, what’s been the biggest challenge of this album?

The song that gave me the most trouble was The Crooked Kind. I recorded that song from scratch 8 times before I was happy with it. There is always a stubborn song or two on every record, but this was particularly tough.

But in general, my biggest struggle is always capturing the mood. I spend a lot of time and thought on that, and it can be elusive and picky at times. I am never happy until I have done all I can in that regard.

Back to you now. As a very resourceful artist, you’re involved in a wide range of activities – from music production (own and others’) and songwriting to artwork and design, all the way to video tutorials and movies. What’s the most thrilling project you’ve ever carried out?

This current project is largest I have ever undertaken. I began in 2007, and will not be done for maybe another year or two. So this Family Tree set is definitely my most ambitious. And sometimes overwhelming. Hahaha.

But some friends and I also made a film over the last two years. That has been a huge undertaking. I will be editing that when I get home as a break, before I begin tracking the last album in this set. It was a pretty crazy experience.

Is there any of your fictional characters you kinda identify with or feel like being the closest to your own experience? What’s his story? Tell us more about him.

To be honest, I am in a lot of these characters.

The boy in The Crooked Kind is someone who is embarrassed of where he came from. I am one of ten kids, and most of my family is a different race than me. When I was in middle school, I remember wishing I were more normal and almost hiding from them at times. I later had the sense to be ashamed of such behavior. That song is about a very similar thing.

My nephew is 9 years old, has autism and doesn’t speak. The Mute was inspired by him. Ghost Towns from the last album is about someone unwelcome in his hometown. I spent my teenage years largely on my own, and there’s definitely some of me in that song.

I often write about my circumstances, but rarely the details. I know what it is to be rejected, for example, but I write about the idea of rejection instead of my specific incident. I think it makes it easier to relate. It’s something that we, as people, share.

What should we expect from the last episode of the trilogy?

It is the least restricted, in terms of production. So it will be the most modern. But beyond that, I will have to wait and see myself. So much can happen between ideas on paper and a finished song, so I am reluctant to say. But I am excited to find out.

Last but not least, when can we get to see you playing in Italy?

I can never really say, but for sure the next time I come to Europe. I didn’t realize people enjoyed my music in Italy until very recently. So yeah. Next time![/toggler]

Avatar
Written By

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Scopri anche...

Reportage Live

Articolo di Federica Ballestrin | Foto di Matteo Scalet Ieri sera, sabato 16 novembre, la Santeria Toscana 31 di via Toscana a Milano, ha...

Musica

Rockon in collaborazione con Comcerto vi offre 2 biglietti omaggio per i concerti alla Corte degli Agostiniani di Rimini dove saranno protagonisti tra gli...