Intervista di Barbara Terrone
Eco. Il quinto Festival del Ciclo Mestruale – che si terra` dal 22 al 24 maggio a Rob de Matt a Milano –il primo di un secondo ciclo (4+1) – si presenta con un obiettivo preciso: “ripartire con una nuova fase, fare propaganda, amplificare un messaggio già diffuso”. Non una ripartenza da zero, ma l’eco di un movimento che, in appena quattro anni, “ha trasformato un tabù – scomodo, fastidioso – in una celebrazione collettiva”.
Prima di iniziare l’intervista, torno con la mente a un anno fa, quando ho sentito parlare per la prima volta del Festival del Ciclo Mestruale. È stato durante un evento sulle organizzazioni Changemakers in Italia, dove mi hanno presentato Valentina Lucia Fontana, presidente di EVA in Rosso e fondatrice del Festival. Ricordo ancora la sensazione che mi ha dato: quella che ti fa credere che ci sia ancora speranza nel mondo, perché esistono progetti così coraggiosi, innovativi e necessari come questo.
Perché il Festival del Ciclo Mestruale non è solo un evento: è un movimento culturale che sta cambiando il modo in cui parliamo di corpi, identità e diritti, un’eco alla volta.
Ma come è nato questo Festival? E come è riuscito a crescere così tanto in così poco tempo? Valentina ci racconta le origini e la filosofia dietro un evento che ha saputo unire cultura, attivismo e intrattenimento. Ce ne parla Valentina Lucia Fontana, presidente di EVA in Rosso e fondatrice del Festival.

Ciao Valentina e benvenuta su ROCKon. Il Festival del Ciclo Mestruale, negli ultimi anni, è riuscito a trasformarsi in un evento tematico e, diciamo, uno spazio anche culturale multidisciplinare. Ti aspettavi una crescita così forte?
Mi aspettavo di no, ma ci speravo sì, ovviamente. Fin dalla prima edizione nel 2022, era chiaro a tutto il team che per poter parlare ad un pubblico sempre più ampio di questa tematica, che comunque non è una tematica “sexy” — non è una tematica che attira immediatamente come un concerto o un evento di intrattenimento classico — sapevamo fin da subito che il Festival doveva essere vario nei formati per intercettare gusti, esigenze e interessi diversi. L’obiettivo del Festival èattuare un cambiamento culturale, e per farlo serviva un approccio poliedrico e multidisciplinare: musica, performance, informazione. Questo ci ha permesso di far crescere anche la reputazione del Festival come evento che unisce cultura e intrattenimento.
Quindi quando avete iniziato a immaginare il Festival, pensavate già che la musica e le performance artistiche sarebbero diventate una parte integrante dell’esperienza?
L’idea è stata molto chiara fin dall’inizio. Già nella prima edizione abbiamo avuto concerti, reading, proprio perché ci siamo resi conto che i formati culturali e musicali potevano permetterci di attirare persone che magari non si sentivano ancora pronte a partecipare a talk o laboratori sul ciclo mestruale.
La strategia era: attiviamo l’attenzione magari con un concerto o un DJ set, e poi una volta che la persona è al Festival, guarda anche il programma degli eventi diurni, più di contenuto specifico. Un’altra cosa bellissima è che gli artisti che abbiamo coinvolto hanno sempre espresso un entusiasmo travolgente nel contribuire alla causa.

Quanto è stato importante uscire dall’idea del convegno tradizionale per proporre qualcosa di più simile a un festival culturale? L’anno scorso, ad esempio, ci sono state sessioni informative con centri di ricerca internazionali su temi di avanguardia.
La sfida che portiamo avanti ogni anno è proprio questa: fare informazione all’avanguardia in un’atmosfera informale. Abbiamo coinvolto specialisti, professori, ricercatori di fama internazionale, ma li abbiamo sempre avvertiti: “Non vi aspettate un convegno. È un contesto informale, dove si parla di temi densi, ma magari mentre si beve una birra su un prato”.
Il nostro obiettivo era occupare uno spazio pubblico con questa tematica. Prima, il ciclo mestruale veniva discusso solo in accademie chiuse, tra addetti ai lavori o medici. Noi volevamo parlare alla gente, e l’abbiamo fatto così: contenuti di alta qualità, ma accessibili, per raggiungere anche le generazioni più giovani.
Abbiamo parlato della community che il Festival crea e ha creato. Che tipo di pubblico partecipa oggi al Festival? Hai dati su età, genere, o altre informazioni generali?
Ogni anno monitoriamo la frequentazione, anche se non abbiamo ancora un database super preciso. Il genere predominante è femminile (persone che si identificano come donne o con identità femminili), ma stiamo lavorando per allargare il pubblico maschile. Ad esempio, quest’anno avremo un talk sulla paternità, che si collega a una serie di incontri curati dalla nostra psicoterapeuta Sonia Castelli sulla genitorialità. Lo scorso anno abbiamo affrontato la maternità, quest’anno vogliamo parlare di paternità alternativa rispetto agli stereotipi tradizionali.
L’età media del pubblico rispecchia quella delle organizzatrici: tra i 30 e i 40 anni. Ma stiamo cercando di coinvolgere sempre di più le nuove generazioni. Ad esempio: collaboriamo con la Consulta Provinciale degli Studenti (scuole superiori), avremo una rappresentante di una lista studentesca dell’Università Bicocca durante l’opening, lavoriamo con Scomodo (testata che si rivolge a giovani adulti e studenti universitari) e abbiamo come media partner NSSG Club, che ha una community di Generazione Z.
L’obiettivo è creare una community intergenerazionale, dove donne in menopausa, ragazze di 20 anni e persone di tutte le età possano incontrarsi e confrontarsi. A Milano, gli spazi di scambio intergenerazionale (ma non solo) sono sempre più rari, e noi vogliamo andare controcorrente.
Secondo te, oggi il pubblico (e Milano in generale) è più pronto a parlare apertamente di salute mestruale rispetto agli anni passati?
Assolutamente sì, e non solo per merito nostro. Dal 2022 a oggi abbiamo visto un cambiamento in diversi contesti: da quello istituzionale e aziendale a quello legato ai finanziamenti. Quest’anno abbiamo in programma due eventi sul mondo del lavoro.
Nel 2022, parlare di ciclo mestruale e menopausa in ambito lavorativo sembrava un’assurdità, all’inizio, una fondazione milanese ci aveva detto: “Perché non lo chiamate Festival della Salute Femminile? Festival del Ciclo Mestruale suona male”. Oggi, invece, aziende e fondazioni ci contattano per organizzare momenti di informazione e quella stessa fondazione collabora con noi da allora.
I Social Media hanno di sicuro aiutato a abbattere il primo strato di tabù. Oggi si può dire “ciclo mestruale” senza vergognarsi, e questo è un passo avanti.
Cosa porta la musica dentro un festival come questo? E che risposta avete avuto dai live degli’anni passati?
La musica, per noi, è il momento di scarico e di celebrazione. I contenuti del Festival sono densi: parliamo di salute, diritti, patologie correlate al ciclo, tampon tax, congedo mestruale, medicine gender. Sono temi che possono emozionare o indignare (e giustamente!).
La musica crea comunità e aggregazione. Dopo aver affrontato argomenti pesanti, la musica rinforza il senso di appartenenza a un gruppo che si informa e si attiva per i diritti. Nel 2023, ad esempio, il live del sabato sera è stato un momento tribale: con le Riciclette (band tutta al femminile che propone musica popolare dal sud del mondo e che ha suonato alla seconda edizione), c’è stata un’energia unica. Si cantava, si ballava, e per un attimo siamo diventati una vera comunità.
Ci sono persone che vengono solo agli eventi serali, e questo significa che la nostra proposta culturale e musicale funziona oltre ai contenuti specifici sul ciclo. Per noi organizzatrici, la sera è anche il momento di scarico: dopo l’adrenalina della giornata, è un momento prezioso di condivisione e bellezza.

Mi chiedevo, ci sono degli artisti o delle artiste che secondo te associeresti a un festival come questo, per la loro forza di dire qualcosa sul corpo delle donne, il corpo femminile, un po’ disruptive?
In realtà, non ho una risposta secca, perché il Festival è un contesto sfaccettato: ci sono tante teste, tante anime, tanti ospiti ogni anno. Non riesco a indicare una sola artista o un solo gruppo che rappresenti il Festival, ma ti posso citare alcune esperienze che ci hanno colpito.
Ad esempio, l’anno scorso abbiamo avuto Sara dei Queen of Saba, che ha fatto un pezzo durante la domenica del Festival. Ha cantato un inedito sulle mestruazioni e poi ha condiviso la sua esperienza personale in quanto persona fluida. Ha parlato di cosa vuol dire vivere il ciclo mestruale in un corpo che non si allinea con gli stereotipi di genere binario. È stato un momento molto potente, perché ha mostrato come il Festival sia uno spazio inclusivo, dove si parla di corpi, identità e mestruazioni senza limiti.
Quali artiste/i saranno presenti quest’anno? Facciamo venire l’acquolina in bocca ai lettori di RockOn!
Live principale: Ginger Bender (sabato sera, 21:00, giardino di Rob De Mat). Sono un gruppo della scena underground milanese, con un sound che unisce afro-funk, soul, jazz e elementi elettronici analogici, tra repertorio originale e improvvisazione.
- DJ set:
- Club Chimera (sabato sera, dopo il live).
- Cock (sabato sera, dopo il live).
- Radio Gran Cuore (venerdì sera).
- Altri momenti musicali: DJ set in orario aperitivo (sabato e domenica).
L’evento più succulento è il live delle Ginger Bender, due chitarre, due voci che mescolando acustico ad elettronico si amplificano a vicenda, e per noi è un onore averle.
Allora, siamo arrivate alla fine dell’intervista, ma prima di lasciarti c’è un rito di RockOn!: Ti chiedo tre dischi da consigliare ai lettori.
Dato che parliamo di ciclo mestruale, vogliamo offrire un toolkit per le lettrici da usare durante tutte le fasi del ciclo. Ecco la risposta di gruppo pensata dal team del FCM:
- Fase luteale: Spira di Daniela Pes e Ultraviolence di Lana Del Rey
- Fase premestruale: Furesta di La Nina e Medusa dei Queen of Saba
- Fase ovulazione: L’amore di Madame, Paprika di Myss Keta e Sherazade di Ornella Vanoni
- Fase Mestruale: The miseducation of Lauryn Hill e the Visitors degli ABBA






























