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Interviste

Fare il cantautore è una professione, anche di fede. Cosa ha imparato GALONI in un anno di Cronache Di Un Tempo Storto

Intervista a Emanuele Galoni, cantautore e autore di uno degli album più interessanti dell’anno passato nella scena musicale d’autore, sul fare musica, insegnare, imparare e capire dove vanno i cantautori oggi.

Articolo di Marzia Picciano

Quando Emanuele Galoni, in arte solo Galoni, risponde alla mia chiamata di giovedi 14 marzo ora di pranzo, io sono a Bologna, la sera arriveró a Milano in tempo per il suo live (insieme a Ettore Giuradei ed altri cantautori all’Arci Bellezza, se ve lo siete perso qui c’è ancora una mia breve impressione) mentre lui è appena arrivato in quel luogo metafisico che è Roma Termini e che Milano Centrale purtroppo non sarà mai, ed è in attesa del treno per venire su a nord. Chitarra al collo, me lo immagino cosi, al telefono con l’ennesima scocciatrice appollaiata dietro la sua scrivania che gli chiede per l’ennesima volta “ma allora com’è fare il cantautore oggi e pure l’insegnante?”.

Che poi, più ci penso, più mi manderei a quel paese. Emanuele mi confessa che in diversi casi gli è stato proposto il tema del suo altro lavoro (si, perchè queste sono due professioni con purpose statement, come piace un sacco dire a quelli che vivono l’universo delle corporate, molto preciso e anche devastante) e si è finiti a parlare di riforme della scuola, e nel mio piccolo, da figlia di professore di istituto tecnico, se c’è una cosa che non devi chiedere mai a un docente è esattamente questa, parlare di dove sta andando il sistema scolastico. Più o meno come chiedere a un frantoio salentino se questa Xylella è davvero fastidiosa: o muori tu, o lui preferisce l’harakiri piuttosto che parlarne, ancora. Ma siccome io nella vita ho deciso che devo prendere una laurea in frantumazione di parti basse&luoghi comuni, accetto la sfida.

Andiamo con ordine. Prima il contesto: Galoni è un cantautore. È nato a Giulianello, Latina, e vive e lavora oggi tra Roma e Velletri, dove insegna in una scuola media. Tre solidi dischi all’attivo con tanto di plauso di critica, da qualche anno ha vinto quella che credo sia tutt’ora una delle sfide amministrative più assurdamente difficili di sempre, l’iscrizione a ruolo (ma come detto, non ne parleremo) e da un anno a questa parte ha anche vinto quella che è una sfida ancora più difficile, fare un album ambizioso di cui si parla di sè, di come si guarda il mondo andando ad abbracciare, per fare ció, anche una serie di sonorità diverse, insomma, che non facciano un album “scarno” come dice lui. Cronache Di Un Tempo Storto (2023) sta praticamente per compiere un anno e, alla faccia di chi ci dice tutto cambia prima di rendercene conto, rimane sempre attualissimo. In questo sforzo maiuetico di successo, avrà aiutato fare il professore?

Fare il professore, fare il cantautore

Del resto lo ha detto anche lui in altre occasioni, che se non fosse un professore non potrebbe essere un cantautore. “Dunque, il lavoro da insegnante è nato un pó dopo rispetto al mio percorso artistico, quasi che ci sono trovato” dice Galoni “peró ho capito che l’insegnamento è una cosa che portava, alimentava anche l’aspetto musicale. Mi rendo conto che nelle mie canzoni, nella mia produzione c’è molto di quello che faccio al mattino, e di quello che faccio al mattino c’è molto di quello che faccio musicalmente anche il pomeriggio, ecco”. Quindi la connessione c’è. “La mia giornata divisa un pó così. E poi l’aula è anche un palcoscenico. La classe è un pubblico quindi. L’idea di insegnare, di trasferire una conoscenza, è un pó quello che si fa sul palco… Lavorare anche sulla parte letteraria, no? Per mandare un certo tipo di messaggio.” E pensare che fino a qualche tempo fa Galoni teneva le due cose molto separate. Sia l’essere cantautore al mondo della scuola (cosa che non è stata più possibile, una volta diventato di ruolo) che l’essere professore (con questa idea che il mondo di chi insegna imponga necessariamente un dislivello con l’ascoltatore?). E invece ora si scende a patti.

“Sono due cose che faccio con molto piacere,una alimenta l’altra, e devo dire che fortunatamente è anche un lavoro che mi permette di investire del tempo anche nella musica, naturalmente questo non vuol dire che questo tempo viene sottratto al lavoro della scuola, assolutamente… anche perché molti insinuano anche questo! Quando c’è poi c’è da fare un sacco di lavoro anche al pomeriggio a scuola. Sono due cose che viaggiano parallelamente, non nego che in futuro mi piacerebbe dedicarmi solo alla musica”. Insomma, spiegato il motivo dietro l’assunto iniziale “Sarebbe difficile fare il cantautore non avendo questo ruolo, che ha anche un ‘ruolo economicó, che mi permette di avere comunque una base. Fare musica è un procedimento, soprattutto quando lo fai senza una struttura ben definita”. È importante “quando investi da solo, quando ti occupi da solo di gran parte delle cose”. È un tema di organizzazione, ma è anche un pó la scusa, interprentando Galoni, che porta a chiedersi: ma che vuol dire e perche vorrei fare il cantautore?

“Sai, fare musica significa anche che ci sono diversi modi di fare musica. Un cantautore può scrivere una canzone anche con il pensiero guidando la macchina. È buttarsi nelle cose, no? Quindi vedere sempre in in movimento il pensiero, bisogna saper usare il dono della scrittura, si buttano giù appunti…è una cosa che poi man mano uno capisce. Una persona (che vuole fare il cantautore, ndr) deve capire in fondo chi è, deve capire gli strumenti a disposizione, dico quello interni, le capacità.. cosi si struttura, si programma la giornata della settimana la vita di conseguenza.”

Fare il cantautore quando sei professore

E le due cose non è detto che camminino su due binari paralleli “La musica ha mi ha aiutato a creare un mio tipo di didattica, proprio nella scelta anche degli argomenti, nel modo di insegnarli. Me ne sono accorto dopo, come anche scrivere una canzone possiamo dire che ha lo stesso metodo con cui io preparo una lezione”. C’è un obiettivo di perfomance e comunicazione alla base, che davvero non va dimenticato ed è importantissimo. E quanto nell’elaborazione dei testi delle liriche e fare l’insegnante ha un impatto? Puó guidare la mano l’insegnamento del confronto con classi di tredicenni in crisi ormonoesistenziale? E che fanno quando scoprono che “il prof canta”? (la me tredicenne: sarei fomentatissima).

“Allora ora lo sanno lo sanno tutti, e questo è un problema se non si riesce a gestirlo. Ho fatto moltissimi anni da precario, quindi cambiavo scuola, cambiavo classi, non lo dicevo, mi dicevo ‘lo scopriremo alla fine dell’annó! Da quando lavoro di ruolo i miei sanno tutto, quindi cominciano a seguirmi anche sui social”. Ride, anche perche a volte lo chiamano anche Vecchioni, anche se dice che ‘non c’ha n’unghia di Vecchioni. “Però io devo dire che sono un insegnante molto rigido per molte cose. Per cui loro lo sanno e se affrontiamo questo discorso, facciamolo quando ci abbiamo raggiunto un rapporto di stima reciproca, perché altrimenti poi si sovrappongono le due figure e i ragazzi fanno un po fuori strada. C’è il bisogno di mantenere un certo tipo di di condotta, devono capire che hanno davanti prima l’insegnante e poi il cantautore, di cui si può parlare, però in certi momenti e sempre con estrema intelligenza”. Ed è con intelligenza che questa diventa un’arma in più per l’Emanuele professore: aiuta a capire chi hai davanti. “Succedono anche molte cose. Molti si affezionano e ti seguono, io lo sento… insomma ci sono ragazzi che ti portano i brani loro, te li fanno ascoltare, tante tante cose belle succedono in una scuola.”

Fare il cantautore per guardare fuori e poi guardarsi dentro

Tante cose belle succedino a Velletri. E siamo in provincia. E quando si ascolta Galoni c’è sempre questo leitmotiv che ti insegue, di una dimensione tanto domestica quanto consolatoria che solo quell’essere appena fuori dal centro della FOMO ti puó garantire. E non è neanche completamente così perchè alla fine se c’è una città che non conosce centri quella è Roma, e Galoni è romano, a Roma vive ed è presente e quando ascolto Patrimonio Dell’Unesco nella mia mente si palesa perfettamente una sola cosa, ed è l’80 su Viale Libia carico come una nave container in passaggio a Suez, solo che viene da Prati Fiscali e non pensavo che che il carico di umanità fosse cosi presente, pesante, invadente, reale e coinvolgente (spoiler: invece lo so perchè a Val Melaina c’ho vissuto e c’è un luogo del mio cuore, l’omonimo mercato). C’è un’umanità a Roma che Galoni riesce a cogliere e valorizzare mentre alle 7:30 del mattino, mentre ti stritoli tra una macchina timbra-biglietti e affondi il naso nella piega canuta di una tenera signora di oltre età che difende disperatamente il suo posto dedicato, decisamente non vedi.

“Io questo rapporto con Roma ce l’ho sempre avuto, perché comunque ci vivo, più o meno. C’è la mia compagna, l’ho sempre frequentata, quindi c’è questa Roma che appare in tutti i dischi. Ma in questo disco (Cronache Di Un Tempo Storto), come ho detto in alcune circostanze, ho pensato prima al titolo e poi al disco. Avevo proprio voglia di raccontare degli eventi realmente accaduti in termini di quasi giornalisti, anche perchè ho un passato anche da giornalista, per pochissimi anni, prima di diventare insegnante.. e quindi ho cominciato a scrivere delle canzoni che parlassero di eventi storici realmente accaduti in questi anni”. Come in un parallelo, si lascia la provincia per entrare e possedere la città che si ha in sè, e per questo dobbiamo astrarci da noi, andare ai fatti, per ritornare a vederci con il binocolo, anzi il microscopio.

“Sono anni che hanno segnato a mio giudizio la società, con il lockdown e la pandemia, poi c’è il crollo del ponte Morandi, c’è una canzone su un naufragio su una nave nel Mediterraneo. C’è Gino per esempio che parla del negazionismo, di un evento che io ho vissuto dentro un bar di provincia! È un disco molto più ampio, c’è molta attualità e poi mi sono accorto, in realtà, che avevo proprio bisogno di raccontarmi io. Partendo da delle macro aree ho capito che invece l’obiettivo era proprio quello di focalizzare tutta la mia esistenza. Il lockdown è stato anche questo, la pandemia un modo per guardarci dentro, io ho compiuto quarant’anni in quel periodo quindi… quando fai quarant’anni poi è sempre un po strano eh!”

Figurati Emanuele, io a 35 già frigno e non lo faccio chiusa in casa mentre mi difendo da un virus che pare una maledizione invisibile. E non ci scrivo canzoni inquisitorie sul mondo nè tantomeno su di me. “Da una visione collettiva sono arrivato a parlare molto di me. In Cronache Di Un Tempo Storto c’è la mia storia, del rapporto con mio padre, con cui non ho avuto mai nessun tipo di rapporto non ci sono quasi mai conosciuti, c’è in Buoni propositi per il nuovo anno. C’è anche la fine di una storia in Mare Magnum, In Mezzo Alla fretta c’è tutta una la riflessione sul mio, di tempo, che magari è stato un pó perso, e che vorrei non sprecare, solo più guardando delle fotografie sul frigorifero. Insomma è stato un disco un pó più alto secondo me cioè proprio come visione, forse un pó molto ambizioso, poi non so se ci sono riuscito! Gli altri erano sicuramente dischi un pó più di pancia, questo è stato pensato proprio nei dettagli, sia testuali che sonori, come concept.”

Aprirsi al mondo e se stessi non è facile, e non saprei nemmeno dire se è una prerogativa cantautoriale. Galoni ci dice che forse un disco cosi non lo rifarebbe oggi, si concentrerebbe su qualcosa di piu “scarno”, lascerebbe da parte le code lunghissime che portano a flussi di pensiero. Vedremo, anche se una cosa è abbastanza evidente. Il Galoni che ci parla oggi a un anno da una esperienza di crescita come quello di quest’ultimo anno, è un cantautore più attento. Parla di un tema che spesso sfugge a chi vede o guarda la musica: il tempo, quello che la musica ti toglie.

Fare il cantautore e combattere contro (o per) il tempo

“Quanto tempo la musica ti toglie ad altre cose, e che oggi probabilmente non faresti? Ne Le Rovine di Pompei io racconto il fatto che io ho rinunciato a molti viaggi importanti perché fondamentalmente uno doveva andare in tour, e poi ti accorgevi che in quel tour c’erano posti che neanche valeva la pena di andarci. C’era l’idea di puntare sulla musica “tutto”, ma facciamolo in modo più intelligente. Non facciamo consumarci dalla musica”. Che poi è una lezione per tutti. Che il tuo lavoro, ma neanche la tua passione ti consumi altrimenti è la fine. “La musica mi ha dato tanto, ma mi ha tolto anche tanto. Bisogna capirlo, Chi fa ‘questo mestiere qui’” il cantautore, appunto, “investe e ha tanto se in termini di ‘gratificazione‘, riesce a fare cose di qualità, però allo stesso tempo rinuncia a tantissime cose”.

E Galoni questo non lo sapeva. “Io non ho mai saputo nulla, perché questo progetto in realtà è nato tutto così, dal primo disco è stato sempre e solo un passaparola…” ma ora si è un pó più grandi: “ti rendi conto, quando ci stai dentro, e vedi che ci sono dei feedback positivi, poi alla fine cominci a lavorarci bene, a crederci, a puntarci” anche se “oggi purtroppo in Italia è cambiato tutto, quindi la crescita diventa sempre più difficile in termini di numeri, quindi tu devi investire ancora più tempo, ancora più risorse, ancora più energie, e tutto questo tempo naturalmente è anche tempo tolto ad altro”. Ma non è negativo: alla fine siamo soddifatti.

Ma da bravo docente ci avverte: bisogna anche imparare a rinunciare a fare musica, affinché si possa continuare a fare musica. “Farla in modo così ostinato, così caotico, molto spesso è controproducente, ci allontana invece che avvicinarci”.

Fare il cantautore è una professione

Prendiamo le distanze, per trovarci di nuovo vicini, diceva qualche canzone ma anche le campagne del MinSalute durante la pandemia, ed è una regola valida per tutto soprattutto quando poi di parole ci fai un lavoro. Galoni su questo non ha troppi dubbi, soprattutto quando gli chiedo se secondo lui fare il cantautore vuol dire rispondere a una qualche funzione o ruolo preciso.

“Penso che il ruolo del cantautore da sempre sia stato quello di raccoltare un qualcosa in modo diverso. La forza dell’arte è proprio questa, di raccontarci qualcosa in un modo diverso e di palesarci  cose che non ci direbbe un giornalista, che non ci direbbe uno scrittore, che non ci direbbe nessun altro. La forza del del cantautorato sta proprio in questo. Poi purtroppo altamente la definizione di cantautori eh sempre molto liquida ormai, però ecco vedi il cantautore deve essere un grande osservatore.” Non solo. Ovviamente devi scrivere anche una canzone bella. “Essere cantautori è una forma di equilibrio sottilissima che richiede tantissimo lavoro, testuale, sonoro, armonico. Non è per nulla facile. Io mi struggo ogni volta. Per la maggior parte delle canzoni che ho scritto, mi sono distrutto fondamentalmente, nel cercare il lessico appropriato, delle parole che si incastrassero perfettamente”.

Non è facile anche perche abbiamo a che fare con una lingua non facilissima (se non lo sa lui che la insegna, del resto): “La lingua italiana è una lingua molto densa, ha una spazialità diversa da quella che può essere l’inglese o anche il napoletano, che oggi va molto di moda, ad esempio. Scrivere in italiano non è semplice, è molto, molto difficile e io molto spesso ritengo anche di non essere in grado di farlo, poi fortunatamente il mio pubblico che mi dice mi dice cose diverse”.

Per questo bisogna essere dei bravi osservatori e cogliere la realtà. “Molte canzoni mie sono nate proprio osservando ascoltando i discorsi degli altri, vedendo piccole cose e dinamiche quotidiane, è tutto molto un flusso, un flusso in cui ti ci devi trovare dentro. Non è dire, ad esempio, ho scritto una poesia, sono un poeta, che non è cosi. Ancora oggi ho difficoltà a ritenermi cantautore, è una parola grande, ha un peso importante, quando me la dicono gli altri mi fa molto piacere, però ecco facevo fatica a qualche anno fa a definirmi cantautore. Se prendiamo il cantautore come quello che scrive e canta, tutti sono cantautori però poi se non lo riempiamo di contenuti noi questa parola è inutile. Bisogna dargli una semantica.”

Sarà per questo che il sottotesto a questa intervista è che, per fare il cantautore ci vuole una forza incredibile, ma che forse ci rimane qualcosa al fine della strada, soprattutto se si mantiene un equilibrio. Per quello che mi riguarda, una scusa per ascoltarne di più, di persone che ne hanno da dire e da insegnare. Che alla fine, sei insegnante, insegnato cantautore o un ragazzo con un account spotify, c’hai sempre da imparare.

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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