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Musica

Il supporto ha bisogno di supporto.

Siamo in un momento confuso, incasinato, folle per quel che riguarda la musica.
Nessuno si decide a seguire una direzione, si fa a gara a chi si inventa l’idea più stronza per attirare l’attenzione. Il download illegale e la prossima (ancora lontanissima a mio parere) fine del mercato discografico, ha gettato nel panico tutto l’ambiente. Si muovono tutti come formiche impazzite in un formicaio distrutto da un bambino dispettoso. Chi mette sotto contratto band indie semisconosciute per farle crescere “come una volta”, chi imperterrito continua a produrre artisti usa e getta, da buttar fuori a cannone per poi vederli sparire nell’universo, chi punta sui grandi nomi. Poi c’è chi punta sul download, chi continua a battere le strade obsolete del cd, chi si inventa supporti fantasiosi come chiavette usb a forma di braccialetto, o lettori mp3 dalle forme assurde, e infine chi (pochi e piccole realtà) investe sul ritorno del vinile.

E proprio quest’ultimo punto è quello che vale la pena approfondire.
Perché è tornato il vinile? Perché quando l’industria musicale sembrava lanciata sul TGV del futuro, improvvisamente un ombra dal passato torna ad acquistare interesse, ad acquisire fan (nel senso letterario di “fanatici”), cosa mai starà succedendo?
Milioni di euro spesi in indagini di mercato che vedevano l’mp3 come unico supporto per ascoltare la musica nel futuro, sono stati spazzati via da un frisbee di plastica nera. Le cifre ancora sono trascurabili per quello che riguarda la totalità del mercato discografico. Ma è un dato di fatto che negli ultimi anni, quello che era solo un mercato per appassionati nostalgici e antiquari è diventato un trend in costante crescita e il vinile è diventato un oggetto “trendy”. Le vendite sono in lievitazione, in America sono raddoppiate addirittura; in Italia, i pochi negozi di dischi che sopravvivono, hanno visto i loro miseri scaffali dedicati al vinile, divenire ogni giorno sempre più frequentati e sempre più svuotati.

Ma perché?
In primis iniziano ad essere molti gli appassionati di musica che si sono stufati della bulimia da mp3. Ovvero di quella mania di dover acquisire quanta più musica possibile, per essere sempre informati sui nuovi gruppi, per poter dire sempre “l’hai sentito l’ultimo di…” oppure “hai sentito questo nuovo gruppo?”. Acquisire, immagazzinare musica che poi viene dimenticata, relegata negli hard disk e destinata ad essere sentita distrattamente, senza passione, come se fosse un lavoro, come se fossimo dei tester o un talent scout di qualche casa discografica.

Oltre a questo, in un mondo dove la musica è dappertutto, dove la musica è gratis per tutti, c’è anche chi vuole avere qualcosa di suo. La musica è diventato uno stato socialista, ma da capitalisti quali siamo non tutti riescono ad accettarlo. Tutti siamo un po’ gelosi delle cose che ci piacciono, e lo stesso discorso vale anche per la musica. Il vinile incarna proprio questo desiderio di possessione. E’ quella cosa da custodire con gelosia. Il vinile è tuo e solo tuo, non puoi copiarlo ad amici, non ha senso trasformarlo in mp3 e metterlo in rete, puoi solo condividerlo con chi lo ascolta insieme a te seduto sul divano o durante una cena in compagnia. E’ un modo di ascoltare musica che crea intimità con la musica stessa, ma anche di profonda aggregazione e condivisione se lo si ascolta con qualcuno.

La musica da sempre è la forma d’arte classica più multimediale in assoluto, quando si pensa a un disco, è automatico pensare anche all’artwork, e ai videoclip che accompagnano i singoli.
Più del cinema e dell’arte figurativa la musica ha sempre avuto un legame indissolubile con le altre forme d’arte. L’mp3 uccide questo concetto, e relega la musica ad essere un file anonimo, senza riferimenti, senza “allegati”, con l’mp3 la musica è diventata eterea, è diventato un rumore nell’aria.

Il vinile invece rimane il supporto che più di ogni altro può essere multimediale. La custodia di un vinile può essere un quadro, il vinile stesso può esserlo (con le paste viniliche colorate e i picture disc). Il packaging di un vinile può contenere (quasi) qualsiasi cosa e con l’evoluzione del marketing di oggi potrebbe diventare un vero e proprio oggetto d’arte in edizioni limitate con packaging particolari. Il cd, nonostante a volte sia stato accompagnato da idee geniali (mi viene in mente, l’ultimo disco dei Tool con gli occhialini e le immagini in 3d, o l’edizione limitata a libro di Amnesiac dei Radiohead), è comunque limitato alla sua dimensione ridotta.

Il vinile ha una connotazione fisica molto importante, ha un odore caratteristico, una consistenza, un volume, un ingombro visibile.
Inoltre è un supporto dedicato solo ed esclusivamente alla musica. Il tramonto del cd, e la ripugnanza a spendere dei soldi per averne, deriva anche dal fatto che nel corso degli anni il cd è stato “svalutato” dalle sue molteplici applicazioni. Ormai è percepito solo come un supporto dati che viene praticamente regalato nei supermercati. L’mp3 poi è semplicemente uno squallido file con un nome e un’estensione. I vantaggi per tutti e due sono la portabilità, ma il concetto di ascolto che impone il vinile è ben diverso da quello del cd prima e dell’mp3 poi. Un vinile generalmente lo si ascolta con attenzione, in casa, comodi, senza troppe distrazioni. Invece il cd e l’mp3 essendo “portatili” si ascoltano, o peggio si sentono, mentre si fanno altre mille cose.

Infine, dopo anni in cui si è decantata la superiorità del cd rispetto al vinile ora le cose stanno cambiando e sempre più appassionati di Hifi e non, ammettono che il vinile è meglio del cd come qualità e come suono.
Forse, o quasi sicuramente, il vinile non diventerà mai la fetta più grande di mercato, ma a mio avviso per l’industria discografica, sarebbe bene prenderlo seriamente in considerazione come supporto alternativo o complementare all’mp3, anche se significherebbe ammettere ancora una volta di aver sbagliato tutto.

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