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Reportage Live: PAVEMENT in concerto a Bologna

Pavement @ Estragon – Bologna – 25/5/2010
La maglietta alla fine la lascio in macchina: andare al concerto dei Pavement con la t-shirt dei Pavement (per quanto originale inglese, comprata a Camden Town) è troppo didascalico. Al fianco dell’Estragon questa sera c’è il Luna Park, per il momento la gente è li soprattutto per questo, e mi piace pensare che anche Malkmus e soci, terminato il check, abbiano ceduto alla tentazione di farsi un giro nel calcinculo: mentre aspetto di entrare noto alcune facce note dell’indie italico, in generale l’età media è piuttosto bassa, quasi tutti venuti a conoscenza della band californiana grazie ai fratelli maggiori o ad amici particolarmente ferrati in materia indipendente (ed è il mi caso: grazie Luke) e, del resto, una buona percentuale dei gruppi “alternativi” di oggi, italiani compresi, non sarebbero gli stessi senza l’influenza dei Pavement. Un grande evento dunque, e Bologna alla fine risponderà adeguatamente, stipando il club fino all’inverosimile.

Mi decido ad entrare e sotto al palco noto qualcosa di strano, la strumentazione della band di supporto, i Monotronix, appoggiata in mezzo alla gente. Questa bizzarra premessa non è niente in confronto alla performance del trio: voce-chitarra-batteria a volumi criminali, tardo hippy che però, nella sua improbabilità, coglie nel segno e coinvolge il pubblico, distraendolo anche dai Pavement stessi, corsi sul palco a godersi lo spettacolo.

Alle 22 circa le luci si spengono e il dj ferma la musica: Malkmus e soci salgono sul palco, e davvero non sembrano passati gli anni, sono sostanzialmente uguali a come li avevamo lasciati, qualcuno addirittura è migliorato, Nastanovich su tutti. Da qui in avanti due ore di concerto durante le quali la band snocciola tutti i classici (eccezion fatta per “Carrot Rope”, una delle mie preferite, mannaggia…) accolti con grandi boati dal pubblico; il più ispirato sembra Spiral che, un brano sì e uno no, si toglie (letteralmente) le scarpe, e regala pure i calzini alla platea. Malkmus inizia con il cantato un po’ zoppicante, salta delle parole, sembra quasi svogliato, ma poi durante la serata riacquista vitalità. Bis d’ordinanza e pure il tris, con la chiusura affidata a “Range Life”: la gente inizia a sfollare, contenta, quasi incredula, le luci si riaccendono e il dj riattacca la musica, parte “Cocaine” di Clapton… tutto sommato ci sta.

Francesco Pizzinelli

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