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The DANCERS – The Box EP

VID (Venice is Dead) Records
Diamo uno sguardo alle condizioni meteo per il prossimo futuro. Dopo la scarsità di rinfrescanti precipitazioni musicali degli ultimi anni, una nuova ventata di rock n’ roll allo stato puro proveniente dal Veneto sta per abbattersi violentemente sulla penisola. L’eccezionale fenomeno a cui ci riferiamo altri non è che il gruppo The Dancers, alias Matte Green, Jule Winchester e Nico J Teller, nato un paio di anni orsono con l’esplicito proposito di fare breccia nei cuori degli aficionados del garage punk.

Dopo una doppietta di prodotti interessanti (The Dancers nel 2011 e On the Road ad aprile 2012) che hanno messo d’accordo tutti, la band nostrana torna a fare otto minuti di fu**in’ casino con The BOX, EP pubblicato dalla VID (Venice is Dead) Records e mixato dal cantante dei vicini di casa Mojomatics.

Ora, immaginate per un istante di trovarvi in un club di fama underground e di avere a che fare con un emerito idiota alla consolle. Il dancefloor sembra un fermo immagine e voi, in fissa mentre sorseggiate un (finto) mojito, non vedete l’ora di svignarvela. E poi… Boom! Qualcuno mette su questo disco e vi salva. Almeno per otto minuti.

Non c’è tempo per pensare, bisogna solo muoversi: si ancheggia a tutta birra con l’omonima The Box, un formidabile miniconcentrato di energia in grado di far appannare gli occhiali anche al più imperterrito dei critici. Parola d’ordine: accelerare e ridurre tutto all’osso. Bastano pochi secondi, infatti, per capire che l’EP racchiude tutta l’anima dei Ramones: accordi semplici e veloci, voce roca e armoniosa, strofe orecchiabili in inglese (attenzione: gli “…Hey! Woo!” della title track possono causare dipendenza) e ritmi cadenzati sono la stessa inconfondibile formula dei Fast Four. La seconda traccia (Heaven is OK) è uno di quei tormentoni mentali che fanno Pop! nella testa nelle situazioni più inappropriate di religioso silenzio. Qui, nel regime supersonico più assoluto, al primo minuto i bpm calano vertiginosamente sulla falsariga dei primi Arctic Monkeys, per poi ridare spazio alle chitarre grezze e al sound randagio e frenetico.

Il metronomo impazzisce anche in It’s because of you, vero e proprio inno all’istintività, con un retrogusto di Hives e testi sul romantico andante. Il trio è un fiume in piena fino alla fine: in Dance when you’re dead si intarsiano frangenti da scassachitarra e tratti più soft di stampo indie. No, non è una puntata di That 70’s Show, anche se la prima reazione all’impatto acustico potrebbe legittimamente farvelo pensare. Il manifesto Thedanceriano si basa sulla realizzazione di un suono analogico, senza contaminazioni informatiche, con principi estremamente elementari ed efficaci: rifiuto di sciccherie, ricami ed eccessive elaborazioni e spazio al suono duro stile ‘prova in garage’.

Preparatevi dunque. Lo tsunami The Dancers, che quest’anno ha già mietuto scrosci di applausi sui palchi dell’Italia settentrionale, promette di avanzare ben oltre i confini italiani. E poi non dite che non vi avevamo avvertito.

di Karen Gammarota

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