Articolo di Marzia Picciano
Si appresta il momento per Milano di accogliere Rosalía il 25 marzo all’Unipol Forum, un sold out praticamente istantaneo, nella sua nuova veste di pop star “totale” (nel senso wagneriano del termine, proprio) sancito con il non plus ultra della produzione artistico creativa proattiva del 2025, LUX, disco che nasce con un preciso intento: farci rimanere a bocca aperta. Zittirci e farci fare quello sguardo sottecchi tra gli uni e gli altri: cazzo, è arrivata quella brava, e ce l’ha sbattuto in faccia.
Quello che vediamo dalle prime immagini e video del tour è esattamente sulla stessa falsariga di quanto detto sopra: Rosalía non solo vuole stupire, ma vuole dirci come si rende un concerto una performance teatrale che ha un inizio e una fine concettuale e no, non un mero elenco di pezzi per cui stiamo tutti lì ad aspettare quando farà quello che ci sta a cuore, stavolta con una maggiore fluidità concettuale. Una sorta di piece teatrale.
Ora mettiamo da parte le valutazioni del ma perché, ma come, ma mica è una cantante lirica e come si permette?
Ma si può mettercisi su Google Translate e scrivere una canzone in una lingua che non si sa? (Sorry but: e voi, potete farvi scrivere tutte le mail e i post LinkedIn da Copilot?). Berghain ha anticipato ognuna di queste domande, ma il barocco, insegna storia dell’arte, è fatto per stupire e stordire, oltre che per celebrare un’idillio trascendentale, e Rosalía ha solo preso lo spunto per dare la sua personalissima versione di cosa dovrebbe fare lei con un disco, dopo che tra l’altro si è guadagnata una fama mondiale con quell’altro capolavoro artistico che è stato Motomami.
A Motomami sono arrivata tardi, troppo: non mi sono resa conto di quello che stava succedendo finché non mi sono messa ad ascoltarlo – e istantaneamente convertirmi al credo di Santa Rosalía da Barcelona. Perché quello che Rosalía ha fatto con LUX non è altro che quello che aveva già ampiamente realizzato con il precedente album, e anche quello prima: una sperimentazione costante, un mixare generi che si assomigliano e si pigliano, un pò come i pensieri associativi di Battiato, ma conditi da quell’hispanic vibe a base di flamenco (continuo a pensare che BULERÍAS sia un pezzo live incredibile oltre che cardine per capire Rosalía) che da’ una sostanza precisa, indica il fascino vorace di chi è capace di divorare hentai, reggaeton, orchestre e preghiere (cos’è, altrimenti, Mio Cristo Piange Diamanti?) e farne un prodotto unico, fruibile per tutti, e per questo assolutamente democratico.
Ricordatevi sempre che la possibilità di accedere e capire, in un momento storico di elitarismi culturali, è un bene prezioso.
Fenomeno Spagna, non solo di vibes
Quello che caratterizza Rosalía è il suo essere universale pur partendo da un concetto molto glocal, quello spagnolo.
La Spagna, oggi patria di grandi live e grandi festival (il 3º paese in Europa per numero di festival, dopo Germania e Regno Unito: si contano più di mille festival in crescita del 93% dal 2010, quando erano appena 450) ha tenuto però la sua produzione piuttoso separata dalla presenza di tali star, a parte qualche eccezione come Rosalía appunto, o Alejandro Sanz, e, per andare indietro, gli Iglesias padre e figlio.

Per il resto, la Spagna ha puntato a rendersi attraente per i prodotti internazionali, grazie alla presenza di voli internazionali diretti, venue e domanda elevata, supporto istituzionale al settore (con incentivi del Ministero della Cultura e delle singole Comunidad e Generalitat; vi segnalo qui quanto detto dell’experience fatta con il MAD Cool 2024, giusto per dare un’idea, e non stiamo neanche toccando quel fenomeno globale che è il Primavera), inteso come parte integrante del turismo, e quindi industria di valore nazionale (con tutto quello che ne deriva del turismo di massa etc., ma rimaniamo sulla questione musica). Report ufficiali hanno evidenziato come l’impatto economico totale dei festival in Spagna nel 2024 sia stato pari a 5.314 milioni di euro, con più di 80mila posti di lavoro creati. Inoltre, secondo Promusicae (principale associazione di produttori in Spagna), il mercato della musica registrata in Spagna ha raggiunto nel 2024 un valore di 568,8 milioni di euro, con una crescita del +9,42% rispetto al 2023.
Ciò non toglie che nel frattempo, a forza di commistionare, il pubblico spagnolo, forte anche della lingua (la seconda parlata al mondo per nativi, parliamo di un parterre di 450-470 milioni di persone che hablano espanol come prima lingua), con tanto di Grammy dedicati (i Latin Grammy secondo il RIAA Latin Music Revenue Report 2024, hanno rappresenrato come valore del mercato latino negli USA 2024 ben 1,423 miliardi di dollari e l’8,1% di tutto il mercato musicale USA), abbia cominciato a produrre star dalla visione internazionale.
Quindi provo a darvi qualche nome in più per approfondire più o meno soggetti conosciuti, o che ha senso conoscere se vi interessa approfondire la produzione spagnola.
Fenomeno GUITARRICADELAFUENTE
Il secondo artista spagnolo che verrà in Italia dopo Rosalia è atteso (dalla sottoscritta sicuramente) per il 10 aprile al Fabrique (cambio di venue dai Magazzini Generali, decisamente un upgrade). Guitarricadelafuente, nome d’arte di Álvaro Lafuente Calvo, è un fenomeno che dell’internazionalizzazione pop ha fatto una via di accesso per un mercato mondiale grazie all’ultimo disco Spanish Leather.
Andiamo con ordine, perché se si guarda ad Álvaro, prima di Spanish Leather potreste avere l’idea di trovarvi di fronte due artisti diversi. In parte è così. Guitarricadelafuente è una pop star nata in un contesto cantautorale folk, in reintepretazione anche lui del flamenco: voce (angelica, dolcissima, particolarissima, molto simile per certi versi a Bon Iver) e chitarra, qualche addendum in più, parole e testi che arrivavano quindi prima se non portati quasi in spalla dai loro naturali strumenti. Basta ascoltare Guantanamera e Conticino.
La Cantera è stato un po’ il suo disco della ribalta, che inizia a mixare, dalla track di apertura del disco, Mil Y Una Noches, in cui il pop più ballerino emerge con forza. Quindi si verifica il duetto con Troye Sivan (In My Room, ricordate l’esibizione esplicita al Primavera Sound di qualche anno fa?) che lo espone a un pubblico più ampio e arriva Spanish Leather. Che non è, dice lui, un abbandono del folk, quanto un modo per abbracciare insieme avanguardia e tradizione (tutta spagnola), senza minimamente andare a “scimmiottarla”.
Spanish Leather ci dice: questa è la Spagna, è Madrid, oggi. C’è l’avveneristica pop Full Time Papi (pezzo che ha anticipato il disco, e per i suoi fan più integralisti probabilmente un colpo al cuore), c’è il cantautorato indie di Futuros Amantes, il pop di Port Pelegri, i ritorni più folk core di Los Chicos del Club e dell’intermezzo di Quien Teme a la maquina e la d’antan Tramuntana (che ricorda tanto una sua prima bellissima cover di A Mi Manera, My Way di Sinatra). Pop, certo, ma con una cura non indifferente per l’arte intesa in senso lato. Spanish Leather vanta una copertina scattata da Wolfgang Tillmans e presto lo vedremo al lavoro con il duo di registi Los Javis (Javier Calvo e Javier Ambrossi), figure di punta del mondo queer di Madrid se non eredi acclarati di Almodovar, in un progetto che vedrà la partecipazione di Penélope Cruz.
Il rock contemporaneo made in Spain
Se in Italia abbiamo Vasco o Liga, in Spagna c’è Leiva, José Miguel Conejo Torres, uno dei cantautori e musicisti più influenti del pop rock urban spagnolo contemporaneo, al pari (ma forse di più) di Sabina o Bunbury. Più noto forse in Italia grazie ai Pereza, gruppo con cui insieme all’allora collega Ruben Pozo arrivò grazie al successo di pezzi come Princesas e Lady Madrid.
Nel 2011 la band si scioglie e inizia la carriera di Leiva, che arriva a raggiungere due Premi Goya per la Miglior Canzone Originale (praticamente i David di Donatello spagnoli) e inanellare dischi (è prolificissimo) e sold out. Terribilmente Cruel è uno dei suoi pezzi più noti, ma invitiamo ad ascoltare anche altri, come il più recente Quando Te Muerdes El Labio, dove lavora con Natalia Lacunza, altra rising star spagnola, partorita tra l’altro dai talent locali e che ha ottenuto molto successo con Nana Triste, pezzo in collaborazione con Guitarrica.
Indie e Folk, tra catalano e non solo
Guardando agli “storici”, non possono mancare all’appello i Manel, band barceloneta attiva dal 2007 al 2023. Cantano rigorosamente in catalano, e non solo nella suddetta lingua, ma proprio nello spirito catalano: il loro è un folk indie ricco, creativo fatto di poesia ironica. Wikipedia dice che i Manel abbiano guidato la rinascita del pop in catalano nella fine degli anni 2000: in realtà è stato cosi, e sono diventati velocemente un fenomeno nazionale. Dopo Els millors professors europeus, crescono velocemente arrivando sempre primi nelle vendite in Spagna (assurdo, se si pensa che cantano solo in catalano) fino ad arrivare a una piccola gemma che è Atletes, baixin de l’escenari (titolo che richiama un piccolo assurdo evento avvenuto durante le Olimpiadi del ’92 a Barcellona).
Oggi fare selezione di quelle che sono le possibilità del rock alternativo spagnolo, che pure mantiene una sua fortissima caratterizzazione locale, significa entrare in un mare magnum di generi e sottogeneri.
Fortunato è il progetto new wave shoegaze di Depresión Sonora, nome d’arte di Marcos Crespo, madrileno classe ’97 che dal suo lockdown covidiano ha cominciato a produrre in autonomia quello che è un mix letale di lo-fi elettronico post punk iperritmato, a cavallo tra i Foals di Antidotes e The Pains Of Being Pure At Heart. No Hay Verano è diventato un po’ un manifesto dell’ansia generazionale oltre che un pezzo godibilissimo. Simile ma non troppo è il progetto Carolina Durante, noise pop di gran successo sul fronte alternativo non solo spagnolo: oltre che a fare tour sold out in America Latina, erano a Primavera Lisbona nel 2025 e sono previsti al Coachella del 2026. Ah, entrambi saranno al Primavera Sound 2026.
Sempre sul fronte noise e rock vale la pena citare i galleghi TAB – Triangulo Del Amor Bizarro, urticanti e assolutamente adorabili nel loro avvicinarsi spassionatamente alla psichedelia come se fosse un piatto di pasta (e ovviamente, il loro nome deriva dalla canzone dei New Order, di cui hanno inciso una cover). Invece per i fan accaniti degli Interpol basta mettere su i Nudozurdo, e la voce del leader Leopoldo “Leo” Mateos per trovare un contraltare di oscurità e dolcezza tutta in spagnolo. Ursula Hay Neve In Casa è una ballata straordinaria. Si sono sciolti nel 2018, ma nel 2024 sono tornati con alcuni cambi nella formazione con Clarividencia e l’EP No te puedes rendir, leggermente più melodico, ma sempre di grande potenza visiva.
Per i più sofisticati, basta guardare a un altro dei lavori di Raül Refree, produttore di Rosalia (tutto torna), ovvero il duo Maestro Espada, i fratelli murciani Alejandro e Víctor Hernández, che fanno tesoro di jotas, malagueñas, cuadrillas per buttarla in un sintetizzatore analogico e ridare indietro l’omonimo Maestro Espada (2024), disco meraviglioso, capace di far sognare. Sulla stessa linea del pop, incoronato dallo stesso Guitarricadelafuente con cui collabora in diverse occasioni, c’è Pablopablo, un po’ James Blake, un po’ cantautore pop, insomma, quello che ha senso sentire in un momento di profondo raccoglimento. Il ragazzo si farà sentire.












![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)















