Articolo di Marzia Picciano | Foto di Andrea Ripamonti
Se del multiverso sappiamo spaventosamente poco, con il The Lifetimes Tour possiamo dire di sapere ancora meno del pianeta KATY PERRY. Provo a spiegarmi meglio, ma andiamo per gradi.
Perché sì, parliamo di una star internazionale e quindi non ci aspettiamo niente di meno che fuochi d’artificio (cit.), eppure forse abbiamo saltato dei passaggi importanti su Katy Perry, dando troppo spazio alla sua vita personale negli ultimi tempi, e a una valutazione un po’ tranchant del suo ultimo disco (una brusca virata in caps lock tutta dance-house, un po’ lontana dallo stile con cui, bene o male, ci siamo affezionati a lei, ben rappresentato dall’opening act della drum&base di Becky Hill), senza capire che la megalomania, alla fine, è una credibilissima conseguenza di una carriera ai massimi livelli — esagerati o meno che siano.

Siamo stati alla data unica del tour mondiale in Italia, all’Unipol Arena di Bologna, dove — tra mille problemi — la nostra eroina (eroica: io avrei perso la pazienza) ha portato il suo show, o meglio la versione videogame della sua carriera da pop star per eccellenza.
Carriera ricostruita per simbolismi (le farfalle, ecc.), a metà tra Captain America in versione hot e l’AI di The Legend of Zelda in The Last of Us, con una serie di riferimenti come la spada laser di Star Wars e i codici verdi di Matrix. Il tutto accompagnato da una qualità fondamentale per ogni artista: la capacità di improvvisare e ironizzare. Certo, con 45 minuti di ritardo, il blocco dell’intricatissimo sistema di leve e specchi che ha tenuto la cantante sospesa per aria per tre quarti del concerto, e l’onta di dover ricominciare tutto da capo, penso che la buona Katy abbia mozzato teste (e come darle torto).
Eppure non si è scomposta, comparendo come Xena Principessa Guerriera nella gabbia sospesa di ARTIFICIAL.
Anzi, visto che a un certo punto non sentiva neanche più in cuffia, è stata ancora più energica. Del resto, stiamo parlando di uno show costruito come un’epopea, inclusa una farfalla gigante da cavalcare su Roar, una gabbia dove arrampicarsi con il corpo di ballo nel mashup di I Kissed A Girl e Teenage Dream, piante-piedistallo e almeno altre cinque strutture semoventi. Insomma, roba che mi ha fatto prendere un colpo ogni cinque minuti, sperando di non vedere tutti a terra.
Ma bisogna dirlo: Katy Perry non si risparmia né fisicamente né performativamente. E ora mi è perfettamente chiaro con che piglio si è messa su un razzo targato Bezos per stare 11 minuti nello spazio.

Ma cosa vuoi dire a chi ti canta I Kissed A Girl appesa a testa in giù su un palo per aria, Nirvana letteralmente volando sulle teste dei fan in visibilio, e che si è fatta un video di tre minuti buoni con l’iPhone di un fan, tutto senza perdere un colpo? Lo show è intenso: quattro atti, quattro quadri ideali di un videogioco in cui Katy è l’eroina di se stessa, pronta a sconfiggere un cattivo che minaccia di far sparire tutte le farfalle dalla Terra, con conseguenze catastrofiche.
La Perry affronta ogni unità di gioco in una jam session ad hoc dei suoi grandi successi, riproposti in chiave epica.
Gli acustici sono le bonus track da scegliere con un gioco a premi. Si veste e traveste, perennemente coperta di paillettes o in body à la Marvel sgambatissimi, strabuzza gli occhi azzurrissimi, testa i suoi addominali da favola (fatelo voi uno show così fisicamente intenso), e tira una linea di valutazione su dov’è e che fine ha fatto da quando è stata lanciata nella stratosfera della fama mondiale.
Ecco quindi Katy Perry. C’è stato un periodo, non troppi anni fa, in cui la cantante di Santa Barbara — California gurl per eccellenza — è stata la nuova idea di pop star per eccellenza, riuscendo a mettere in fila una serie di dischi e hit, a partire da quella che dice lei stessa nel live le ha cambiato la vita.
Pezzi che le hanno assicurato non solo un posto nelle chart mondiali (in un periodo storico in cui le hit duravano più di sei mesi), ma anche nel cuore e nella mente della più vasta audience possibile. Era ed è chiaramente una figa, ma per dirla parafrasando una celebre battuta di Scrubs, ha “qualcosa di accessibile”. Si dipinge nei testi e nei video in modo ironico, a volte goffo, alla scoperta della propria sessualità, di tutti gli orientamenti, mantenendo però un livello di disincanto e follia fondamentale per non sembrare prendersi troppo sul serio (“it felt so wrong / it felt so right”). Da fidanzatina d’America passa a sposa di Orlando Bloom, coronando le fantasie di tutte le lettrici di Cioè. Infine: le sue canzoni parlano efficacemente a tutte le persone che vogliono prendere con leggerezza le disgrazie, insomma Brat before Brat.

Oggi dove siamo? Non è stato un anno eccezionale per la nostra – anche se da over-30 laureata in Scienze Politiche con un amore malcelato per il Canada, si è meritata il mio plauso per essersi rilanciata sentimentalmente con l’ex primo ministro del suddetto Paese. Seppur sfiancata dalla critica per 143 — obiettivamente non il migliore — e dalla passeggiata nello spazio (più per il contesto che per il viaggio in sé), è sempre Katy Perry.
E alla fine, The Lifetimes Tour è proprio questo: uno statement forte e chiaro del fatto che Katy Perry è Katy Perry.
E non è semplice tautologia: è un modo per ricordare a quante più persone possibili che, volontariamente o involontariamente, lei c’è stata. E che se diciamo tutti TGIF, lei ha contribuito attivamente a questa pratica. E non solo. Anzi, te lo dice scorrazzando su un palco a forma di simbolo infinito.
Quindi, cosa ci ha detto la nostra a Bologna? Tralasciando l’avvio a scoppio ritardato, che di Katy Perry abbiamo visto solo pochi angoli del suo mondo interiore — o meglio, del suo metaverso interiore. O forse l’abbiamo visto poco solo noi, che giudichiamo sempre tanto e vediamo poco tra le righe. Di sicuro lo sapeva chi si è presentato vestito da squalo, da rana, chi si è imbottito di brillantini al massimo della propria personalità, esuberante o meno, pronto a fare Roar. Inclusi, soprattutto, i tre fortunati personaggi saliti sul palco per la sessione semi-acustica di metà concerto (quella che ha visto la performance di The One That Got Away e Legendary Lovers), ad offrire Togo e Rossana alla star, con la nonna in videochiamata da casa. E qui — che il teatrino fosse coordinato o meno — si è davvero aperta una sessione del metaverso da portare all’attenzione degli autori Rai e Mediaset.

Tutto nello show strizza l’occhio alla tragicommedia dello spirito Perry-iano, in un modo che sdrammatizza la super-costruzione dello spettacolo (ok, non come quello della Gaga, ma sempre esagerato) e chiarisce all’audience attenta il messaggio: Katy Perry c’è. Gli up & downs sono parte del suo personaggio, ed è qui per prendersi tutto quello che è suo.
Clicca qui per vedere le foto di KATY PERRY a Bologna all’Unipol Arena (o sfoglia la gallery qui sotto).
KATY PERRY – La scaletta del concerto di Bologna
Level 1 – ARTIFICIAL
- ARTIFICIAL
- Chained to the Rhythm
- Teary Eyes
- Dark Horse
Level 2 – WOMAN’S WORLD
- WOMAN’S WORLD
- California Gurls
- Teenage Dream
- Hot n Cold
- Last Friday Night (T.G.I.F.)
- Peacock (Snippet)
- I Kissed a Girl
Level 3 – NIRVANA
- NIRVANA
- CRUSH (vs. Crush di Jennifer Paige)
- I’M HIS, HE’S MINE
- Wide Awake
Level 3.5 – CHOOSE YOUR OWN ADVENTURE
- Legendary Lovers
- The One That Got Away
- ALL THE LOVE
Level 4 – MAINFRAME
- E.T.
- Part of Me
- Rise
Level 5 – END GAME
- Daisies
- LIFETIMES (vs WONDER)
- Firework
- THE GAME OF THE LIFETIMES












![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)
















