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Reportage Live

Un’intimità psichedelica fatta BLACK FOXXES

La band inglese, con tre album all’attivo, si esibisce per la prima volta in Italia al Legend Club di Milano: un vero salto nel tempo, nel modo di fare concerto, nel sound. Insomma: welcome back to the ‘90s!

Black Foxxes

Articolo di Philip Grasselli | Foto di Nadia Camilleri

Il palco del Legend Club di Milano ha ospitato una band che incarna quel modo di fare tour e di fare musica tipica di metà anni Novanta e di inizio Duemila: i Black Foxxes.

Come da meravigliosa chiacchierata a fine concerto, i ragazzi si muovono con questa Volkswagen Craftman per tutte le tappe del loro tour europeo, organizzato interamente da loro e con qualche essenziale supporto dall’esterno. Il giorno precedente erano a Winterthur, nel Canton Zurigo, e la stanchezza si fa alquanto sentire. Ciononostante, ci hanno deliziati con settanta minuti di indie-rock, post-grunge, rock psichedelico (e chi più ne ha, più ne metta…), davanti ad un pubblico non numeroso, ma perfettamente conscio di cosa va ad ascoltare.

L’apertura di Lacero

Lacero alla chitarra

In apertura troviamo un veterano del rock d’autore: Lacero, all’anagrafe Terenzio Valenti. Il suo progetto solista – a più di dieci anni da quella con i Tindara – è un viaggio nel grunge, ma in quella modalità “MTV Unplugged in New York”: chitarra acustica Epiphone in mano, pedaliera con i vari distorsori, il mitico SM58 di guerra, una bottiglia di Jack Daniel’s. Niente di più. E ci guida in una selezione dei suoi brani tratti da “Orso bipolare” e “C’era solo da aspettare”, con la chicca della title track “Quando parlo urlo” dei tempi dei Tindara.

Cambio palco con i Black Foxxes

I Black Foxxes al completo, tutta rivolta verso il batterista

Dopo un cambio palco molto breve, il quartetto sparso tra Bristol e Edimburgo affolla il palco: Mark Holley alla chitarra e alla voce, Finn Mclean alla batteria, Jack Barrett al basso e la vera new entry ai synth e al sassofono tenore, Sam Irvine.

La scaletta di per sé è costituita da poche canzoni, solo nove: fa strano, tuttavia, tornare a brani lunghi più di tre o quattro minuti in un mondo costellato da roba di non più di un minuto e mezzo. Anzi, il primo brano, “The Diving Bell”, tratto dall’eponimo album del 2020, è già lungo quasi dieci minuti nell’album, live è stato anche ulteriormente allungato.

L’atmosfera anni ’90

Il leader dei Black Foxxes, Mark Holley, in primo piano, con il sassofonista Sam Irvine

Il mood lungo il live dei Black Foxxes è stato davvero un salto temporale negli anni ’90, quando imperversava il post-grunge alla Bush o sentivi risuonare nelle orecchie “Far Behind” dei Candlebox, per dire alcuni esempi.

Il terzo brano, “Sæla” (“beatitudine” in islandese) è quel desiderio di abbandonare il posto in cui sei stagnato al suo interno: una buona fetta dell’album “Reiði” (“rabbia” sempre in islandese) è proprio ispirata al viaggio che fece Mark Holley in uno dei posti più suggestivi a livello nordeuropeo.

Da qui un continuum fatto di poche parole, shoegaze, ma anche qualche interazione col pubblico (che porta quattro belle e fresche birre bionde dopo che sono sbucate finte critiche sul fatto che bevessero acqua tra un brano ed un altro).

La discografia dei Black Foxxes è davvero di grandissimo livello e la chiusura con “Badlands” ne è la prova: otto minuti e mezzo su disco, quasi ventitré live. Un ostinato tra la chitarra accordata un semitono in basso, il sax tenore e i vari ingressi ed uscite di basso e batteria appena dopo “All of this”, l’ultima frase del testo: un’antologia epica che davvero mi ha fatto cambiare universo.

Sam Irvine al sassofono per un assolo

Contain me, contort me, I am the gun

Black Foxxes – Badlands (2020)

Finisce il concerto e la band si fionda al merchandising, come fosse una band emergente ai loro primi live: tante magliette, il caffè macinato (ebbene sì, Finn Mclean produce caffè a Edimburgo sotto il nome di “Spaceboy”), qualche poster e, soprattutto, le chiacchiere con tutti.

I Black Foxxes al completo

Una brevissima intervista in lingua originale

Ovviamente non posso esimermi dallo scambiare quattro chiacchiere con Finn Mclean e Jack Barrett, batteria e basso dei Black Foxxes, estremamente disponibili sia con me, sia ad affrontare il fresco della zona Parco Nord in maniche corte.

Phil: Tell us about your first impressions of your first time performing here in Italy, just as a stream of consciousness.

Finn: We stopped off at Lake Como and it was so beautiful, we had espresso, and it was really good. And then we were all very happy and relaxed and sleepy after that. And then, yeah, came here and didn’t know what to expect.

The venue is cool, it’s kind of hand built, which I do like. The audience seemed hard to win over and quite unenthusiastic for the first half of the set, and then the cracks started to show. I think they got into it. I’ll take that as a win.

Jack: They’re all loving it by the end, but, yeah, it’s really cool to be so far from home and to be playing in rooms like this and in front of however many people it is, and just seeing how the music resonates with them and how much they are just absolutely loving it by the end.

With a twenty minutes epic to end on. I hope we can come and see more of Italy at some point and more places, since we’re literally here today and then leave tomorrow.

Clicca qui per vedere le foto di Lacero e dei Black Foxxes a Milano (o scorri la gallery qui sotto).

Black Foxxes

LACERO – La scaletta del concerto di Milano

Dalla mia parte
Smagliante
Come se fosse successo
Ci svuota le membra
Quando parlo urlo
Chi aveva ragione
Uno squarcio in gola
Sigillo
L’ultima delle tante

BLACK FOXXES – La scaletta del concerto di Milano

The Diving Bell
Drug Holiday
Sæla
I Can’t Be Left Alone With It
River
Jungle Skies
Oh, It Had to Be You
Pines
Badlands

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Se non parlo di musica, parlo di sport. Se non parlo di sport, parlo di ingegneria. Se non parlo di ingegneria, parlo di meme. Se non parlo di meme è perché dormo.

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