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Reportage Live

THE HU all’Alcatraz: un fulmine nero dalla steppa

The Hu live all'Alcatraz 2022

Foto di Andrea Ripamonti | Articolo di Giulio Taminelli

Accadde tutto una decina di anni fa in Mongolia.
Un produttore musicale di Ulan Bator decise di andare a far visita alla terra natale di suo padre, ovvero Chandmani Sum nella provincia di Khovd.
La permanenza in questa zona montuosa, nota per essere la patria del canto gutturale mongolo, fece riflettere Dashka, questo è il nome del produttore, sull’importanza di creare delle canzoni votive per suo padre, i suoi antenati e la sua terra natale.
Ci mise del tempo a capire in quale direzione lo stesse portando questo suo desiderio ma, nel 2016, riuscì a riunire Gala, Jaya, Enkush e Temka, quattro musicisti esperti negli usi e nelle tradizioni mongole.
Nacquero così i The HU.

Non so quanto questa storia sia vera, anche perché non credo che una riflessione sugli antenati porti una persona a creare un gruppo Folk Metal però, quando mi son reso conto di dover fare la coda senza avere l’ombrello nell’unica giornata di pioggia da mesi a questa parte, un paio di pensieri agli antenati devo ammettere di averli rivolti anche io.

Entrato all’Alcatraz mi concedo l’immancabile birra d’ordinanza e mi godo il Djset di TiTania, nota, tra le tantissime sue attività che la vedono impegnata come grafica, doppiatrice pubblicitaria, promoter di concerti e chi più ne ha più ne metta, per essere una delle voci di Radio Freccia.

Sinceramente non sono mai stato un grande amante dei Djset, sono ancora piuttosto ancorato all’idea di palco come posto adibito alla musica dal vivo, però devo ammettere che Tania Galante, questo il suo nome all’anagrafe, è riuscita veramente a far vacillare parecchie mie certezze.
TiTania non è stata solo quella che “cambia le canzoni”, non solo quella che crea una playlist, ma una Dj con personalità in grado di coinvolgere il pubblico, farlo cantare, coglierne il crescendo di interesse e sfruttarlo per creare momenti di divertimento, ballo e canto.
A fine Djset (e a fine birra) non avrò cambiato opinione sulla musica “da palco” ma spero davvero di poter assistere di nuovo ad un momento simile con TiTania alla regia.

The Hu in concerto all’Alcatraz di Milano foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Ma veniamo al piatto forte della serata, i The HU.

Reduce dai primi quattordici concerti (in quindici giorni e di cui due nello stesso giorno) del Black Thunder Tour dedicato all’uscita dell’album Rumble of Thunder, il gruppo si presenta sul palco accolto da un’ovazione da parte del pubblico.
Shihi Hutu è il primo pezzo della serata, tratta dal nuovo album Rumble of Thunder, e prende subito con il suo piglio pesante, ritmato ma introspettivo.
I due Morin Khuur (strumenti ad arco mongoli diffusi tra i pastori del deserto del gobi e il cui suono è considerato patrimonio immateriale dall’unesco) di Gala e Enkush graffiano il manto cupo della voce gutturale, mentre tovshuur (una sorta di liuto), chitarra, basso, batteria e percussioni creano un’atmosfera calda e meravigliosamente pesante.
Tutto sembra andare per il verso giusto ma, ahimè, la sfortuna è dietro l’angolo.
Il Jack della chitarra si stacca, spezzando così l’incantesimo appena creatosi e costringendo ad un imbarazzante blocco del concerto.
Ho usato “imbarazzante” non a caso, poiché nel minuto scarso di lavoro dei tecnici nessuno dei componenti della band ha rivolto la parola al pubblico, nonostante l’applauso d’incoraggiamento partito spontaneamente dalla sala.
Scarsa padronanza dell’inglese? Attimo di panico? Non saprei dirlo, però avrebbe fatto piacere sentire qualche frase per smorzare la tensione.
Guasto risolto, canzone terminata.

Il secondo pezzo, Shoog Shoog, è una sorta di preghiera e, dato l’inconveniente della canzone precedente, non poteva capitare in un momento migliore.
Tutta la band è partita a suonare in maniera piuttosto tesa, in particolare il batterista che in un paio di cambi ha ceduto alla sindrome del portiere del calciobalilla (avete presente quando a calciobalilla arriva dalla porta avversaria un tiro lentissimo che spezza il ritmo della partita e il portiere non riesce a pararlo perchè accelera i movimenti in preda all’ agitazione? ecco, stessa cosa ma con le bacchette).
Fortunatamente simili “ferite” guariscono alla svelta, soprattutto quando il pubblico comprende e supporta, e in apertura di The Gereg, canzone che dà il titolo al primo album del gruppo, ogni ansia era sparita.
La canzone, sempre nello stile cadenzato e pesante tipico de The HU, parla di un messaggero che viaggia per la mongolia portando un ordine del Khan. I suoi spostamenti sono permessi grazie al Gereg, ovvero una tavoletta dorata in suo possesso che funge da lasciapassare. Queste tavolette sono citate anche da Marco Polo ne Il Milione (so che questa è la recensione di un concerto, ma trovare un collegamento tra culture così distanti come quella italiana e quella mongola è una cosa stupenda e volevo condividere il momento).

The Hu in concerto all’Alcatraz di Milano foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Il quarto pezzo, Huhchu Zairan è la “chicca” del concerto. Questo pezzo infatti è stato inserito nelle scalette del tour pur non essendo ancora stato rilasciato, per cui è praticamente un assaggio di un ipotetico terzo album della formazione.
Le sonorità sono particolarmente cupe e quasi tantriche, con un canto difonico potente e prolungato che fa viaggiare, oltre a fungere da introduzione perfetta per la potentissima e annichilente The Great Chinggis Khann, brano dedicato al più grande conquistatore della storia. Curiosità: Chiggins Khann è la traslitterazione migliore dal mongolo per pronunciare il nome di quello che noi occidentali chiamiamo Gengis Khan.

Si chiude la prima parte del concerto. Uno dei musicisti cerca di ringraziare in un inglese poco convinto e si entra nella fase melodica.
Uchirtai Gurav, conosciuta anche con il nome di Triangle (no, non è una cover di Renato Zero) cambia del tutto il clima dell’Alcatraz con note allegre, ritmicità ballabili, uno scacciapensieri che accompagna il cantante e, in generale, una sensazione di gioia che contrasta con i toni cupi dei precedenti brani, al punto che sembra incredibile pensare che gli strumenti usati siano ancora gli stessi.
Anche gli argomenti e gli intenti delle canzoni diventano più introspettivi e caldi, con una shireg shireg in cui viene cantato l’amore eterno dei genitori per i propri figli (con vaghi riferimenti a quei genitori che non ci sono più) e Bii Biyelgee che descrive i balli tradizionali delle tribù nomadi riprendendo anche sonorità tipiche del focolare come flauti e cadenze rassicuranti.

Credo che questa sia stata la parte più bella del concerto, con il pubblico che ballava e, in qualche modo, cercava di canticchiare (anche se dubito che qualcuno tra i presenti parlasse il mongolo). Lo stesso cantante ha provato un paio di volte a presentare qualcosa parlando in mongolo. La folla esultava ad ogni sua frase ma gli sguardi erano un po’ perplessi (confido nella buona fede del cantante nel voler davvero presentare dei pezzi e non dire qualche cavolata perché davvero io non ci ho capito un acca). Unica piccola pecca: lo tsuur, il flauto tradizionale mongolo, si sentiva davvero poco ed è stato veramente un peccato il non aver potuto apprezzarne a pieno le sonorità, poiché davvero particolari.
Nuovi timidi tentativi di ringraziamento e si passa all’ultima parte del concerto, quella dei “pezzoni”.

The Hu in concerto all’Alcatraz di Milano foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Si torna ai suoni gravi e severi degli inni guerrieri con Tatar War, dedicata al popolo dei Tatari (etnia presente in tutta la steppa asiatica e in alcune zone dell’est europa) e ai loro fieri guerrieri.
Tutte e quattro le voci gutturali si fanno finalmente sentire, regalandoci la piena potenza dei canti della mongolia e concedendoci anche dei riff di chitarra parecchio interessanti.
A fine canzone, solo un momento di silenzio per dare spazio a qualche nota di tovshuur ed infiammare il pubblico prima di partire con Yuve Yuve Yu, brano orecchiabilissimo, quasi una marcetta, il cui video su youtube ha contribuito all’affermazione dei The HU nella scena internazionale e il cui ritmo ha scatenato il pogo nell’Alcatraz.
Curioso il fatto che, di tutte le canzoni potenti con significati legati ai grandi e forti guerrieri mongoli, quella più famosa sia semplicemente una riflessione velata di sarcasmo e messa in musica su come le tradizioni del popolo mongolo stiano pian piano svanendo.
Altro pezzo, altro successo: Wolf Totem. Esattamente come Yuve Yuve Yu, Wolf Totem nasce come singolo, viene inserito all’interno dell’album The Gereg e deve il suo successo ad un fortunatissimo video su Youtube.
Pezzo con vocalità violentissime e secche tendenti al mononota. fa intuire il tema dello scontro che si ritrova anche nei testi sotto forma di metafore legate al mondo animale.
Finalmente giunge il momento della traccia che dà il nome all’intero tour, Black Thunder: motivo dal respiro particolarmente tribale e forse il più evoluto dal punto di vista della scrittura. La particolarità di questo pezzo è che è stato concepito espressamente allo scopo di fare da colonna sonora del videogioco Jedi: Fallen Order, titolo legato all’universo di Star Wars, per cui è possibile trovarne anche una versione dal titolo Sugaan Essena cantata sempre dai The HU ma in una lingua aliena. (Piccola curiosità, un brano dei The HU è presente anche nel videogioco The Sims 4).
Infine, dopo un intero concerto caratterizzato dal costante tentativo di presentare la cultura Mongola al mondo, quale pezzo migliore per concludere se non This is Mongol?
Una scarica di energia e particolarmente vicina alle sonorità heavy metal perfetta per dire ai presenti che ciò che hanno visto non è semplice finzione scenica ma la Mongolia in tutto il suo enorme, mistico e a tratti spaventoso splendore.

The Hu in concerto all’Alcatraz di Milano foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Sarebbe potuta finire qui, tra gli scroscianti applausi del pubblico e le luci del palco che si spengono una dopo l’altra ma per regalare un’ultima perla finale, seppur anticipata dal coro “Se non metti l’ultima noi non ce ne andiamo” del pubblico in sala, i The HU tornano sul palco.
Entriamo dunque nel magico “momento cover” con la riproposizione di Sad But True dei Metallica in Mongolo. Una sequenza meravigliosa che ha donato, oltre che un piccolo bonus al concerto, anche un sorriso.

In conclusione, la serata è stata molto buona.
Partendo dal Djset di TiTania parecchio sopra le mie aspettative, fino ad un gruppo più unico che raro. Infatti, sebbene in mongolia le realtà Folk Metal esistano da più di vent’anni e alcune di esse siano diventate piuttosto famose grazie ad alcune colonne sonore cinematografiche, i The HU sono il primo gruppo di questo genere ad entrare nel cuore del popolo occidentale, probabilmente grazie alla giusta amalgama di tradizione e innovazione.
Pagano purtroppo l’inesperienza di essere effettivamente sui palchi internazionali dal 2019, poiché togliendo due anni di pandemia questo è solo il loro secondo anno di attività in Live.
Avrei voluto sinceramente vederli parlare di più, rivolgere qualche parola al pubblico introducendo i presenti ai significati delle canzoni, almeno delle più importanti, anche a costo di sacrificare qualche pezzo.
Questo converrebbe anche alla stessa band, perchè l’intero live è durato più di un’ora e mezza senza nemmeno l’ombra di una pausa e, se da un lato non posso che meravigliarmi per la straordinaria tenuta di questi ragazzi, alla lunga un simile sforzo non può che diventare deleterio.
Apprezzabilissima, in ogni caso, la scelta dei pezzi in scaletta, equamente distribuiti tra primo e secondo album oltre che ordinati in modo da creare un unico filo conduttore di ritmica e sonorità.
C’è una cosa però in cui, almeno per quanto riguarda me, i The HU hanno veramente “vinto”: per prepararmi a questo concerto mi sono ascoltato le varie tracce dei due album leggendo i testi e cercandone i riferimenti. Grazie a questo, ho scoperto un popolo meraviglioso con una storia millenaria e moltissime etnie con canti, balli, strumenti musicali e abitudini diverse. Ho scoperto l’ubicazione di monti, deserti, steppe e città, oltre che trovare tantissimi collegamenti con cose che avevo solo sentito nominare in film o documentari. Insomma, i The HU hanno vinto perché se il loro compito era quello di presentare il proprio popolo ce l’hanno fatta e, onestamente, ne sono felice.

Clicca qui per vedere le foto del concerto dei The Hu all’Alcatraz di Milano (o sfoglia la gallery qui sotto)

The Hu

THE HU – la scaletta del concerto all’Alcatraz di Milano

Shihi Hutu
Shoog Shoog
Gereg
Hohochu Zairan
The Great Chinggis Khaan
Uchirtai Gurav
Shireg Shireg
Bii Biyelgee
Tatar Warrior
Yuve Yuve Yu
Wolf Totem
Black Thunder
This Is Mongol

Encore:
Sad Bad True

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