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Slam Dunk Italy 2025: ma un festival così, ce lo meritiamo?

A Day To Remember
A Day To Remember @ Slam Dunk Festival Italy, Milano. Foto di Davide Merli

Articolo di Umberto Scaramozzino | Foto di Davide Merli

Due anni fa abbiamo gioito per l’insperato arrivo in patria dello Slam Dunk, il festival britannico che è diventato ormai un amato brand per il mondo della musica alternativa. Lo scorso anno ci siamo invece lamentati, confusi per la mancata conferma dell’edizione italiana nonostante il grandissimo successo della prima edizione. Quest’anno abbiamo esultato ancora, per il ritorno che scongiura l’idea che fosse un caso isolato, un esperimento fine a se stesso.

La lineup è di nuovo ricca, varia, pregiata. I palchi sono di nuovo due, ma questa volta si cambiano città e ragione: la seconda edizione dello Slam Dunk Italy è al Kozel Carroponte di Sesto San Giovanni, in provincia di Milano. Nonostante si sia persa la cornice balneare romagnola di Bellaria-Igea Marina che nel 2023 aveva fatto urlare “buona la prima” a migliaia di persone, la venue di Sesto San Giovanni si rivela una delle più congeniali per una evento di questa dimensione e tutto sembra funzionare a meraviglia.

L’inaugurazione di entrambi i palchi è affidata a band italiane, rispettivamente gli Hopsydian sullo stage 1 e gli Stain The Canvas sullo stage 2. Ottima figura per due belle formazioni con ampi margini di miglioramento, ma con l’attitudine giusta per non sfigurare in mezzo a tanti artisti internazionali.

Neck Deep

Neck Deep & LANDMVRKS – Umiltà e baguettate sui denti

Non capita tutti i giorni di vedere una band così divertente, talentuosa e consapevole affrontare il palco con così tanta umiltà. Non è una facciata: i Neck Deep si guadagnano col sorriso e con grande professionalità ogni singolo istante di quei quaranta minuti trascorsi sul primo palco dello Slam Dunk, nonostante si meritassero una posizione un po’ più alta nel cartellone della giornata. Sono praticamente la prima band internazionale a esibirsi e hanno quasi il sapore del proverbiale “dulcis in fundo”, ma la scelta degli organizzatori è tutto sommato anche strategica. Perché? Perché in questo modo tutti i possessori di biglietto si presentano ai cancelli nel primo pomeriggio e il Carroponte, invece di riempirsi a ondate, è già dignitosamente vivo fin dalle prime battute. E il concerto dei Neck Deep è praticamente perfetto.

Landmvrks

Non vincono il premio di miglior band della giornata, solo perché in lineup ci sono i Landmvrks. Con tutte le dovute scuse del caso per il titolo del capitolo, va detto e ribadito che negli ultimi anni la Francia si è rivelata una prolifica fucina di band eccezionali, dal tiro clamoroso. Tra queste i Landmvrks riescono persino a distinguersi, ben consci di essere all’inizio di un percorso che appare sempre più ineluttabile. Autentiche furie.

The Ataris & The Used – Nostalgia canaglia

Si chiude il capitolo fresco della giornata e si inaugura quello malinconico. C’è qualcosa negli Ataris di insolitamente inafferrabile. Una sorta di ingegnerizzazione della nostalgia musicale, che per uno strano ossimoro sembra anche totalmente involontaria. Più facile a sentirlo, che a descriverlo. Ma quando la band pop punk americana è sul palco è come se le lancette iniziassero la loro vorticosa danza antioraria, annullando un paio di decenni. In parte questa inversione cronologica è dovuta al totale congelamento discografico, che fa risalire l’ultimo album di inediti degli Ataris (“Welcome the Night”) al lontanissimo 2007. In parte sono i temi, i suoni e le immagini che accompagnano questo dolce-amaro pop punk che non stanca mai. Poi arriva la cover perfetta di “The Boys of Summer” di Don Henley che è anche il singolo di maggior successo degli Ataris e il tempo smette di essere persino relativo: semplicemente smette di essere. 

The Used

La nostalgia resta ancora un po’ la Carroponte: quanto basta per regalare al pubblico dello Slam Dunk l’attesissima performance dei The Used. Che non si sa perché, ma pur essendo rimasti pienamente attivi lungo tutta la carriera, fanno dire a molti Millennial che questa è una cosa “per noi vecchi”, ignorando per un momento che c’è ancora chi segue in tour gli AC/DC. Certo, festeggiano un quarto di secolo di carriera e lo fanno ancora nel nome di un’etichetta che – a differenza di tanti colleghi – si tengono stretta, con orgoglio. “Siamo una band emo da venticinque anni”, dice Bert McCracken che sembra chiamare a raccolta una generazione di cuori spezzati e spiriti disorientati. E il pubblico risponde, confezionando forse il segmento più emozionante della giornata.

Zebrahead & New Found Glory – Intrattenimento punk

Nessuno, davvero, nessuno, intrattiene come gli Zebrahead dal vivo. Sono la band perfetta per godersi un concerto estivo fatto di pogo, crowd surfing e sing-along senza grossi freni inibitori.

Sul palco sfoggiano il bancone di un bar attrezzatissimo per non lasciare a secco i musicisti, mentre un paio di gommoni si materializzano sul palco per rendere letterale la navigazione sulla platea e siglare vari nuovi contratti con quelli che saranno i nuovi avventori delle prossime date headliner degli Zebrahead.

New Found Glory

Non hanno bisogno di nuovi fan invece i New Found Glory, che pur restando lontani dai nostri palchi per oltre undici anni, quando tornano trovano uno zoccolo duro di fan che non vedeva l’ora di riabbracciarli. Anche loro sono maestri dell’intrattenimento punk, forse solo leggermente più composto e ripetitivo rispetto a quello dei ben più matti colleghi che li precedono, ma non per questo meno memorabile.

Caskets & A Day to Remember – Gli headliner che non deludono

Pur essendo una band con ancora tanto da dimostrare, i Caskets si prendono lo slot da headliner dello stage 2 con grande personalità. Patiscono forse più di tutti i limiti sonori del secondo palco, in alcuni frangenti totalmente inadeguato – soprattutto se si lascia riaffiorare il ricordo del Beky Bay di Bellaria-Igea Marina che aveva ospitato la scorsa edizione e che ogni anno accoglie il Bay Fest. Poco male: i Caskets fanno il loro, con un tiro che ha pochissimi rivali nella giornata e una presenza scenica tutt’altro che scontata per un band attiva da una manciata di anni.

A Day To Remember

Tocca poi al nome che da solo giustificherebbe l’intero festival e che fondamentalmente si prende carico della maggior parte dell’affluenza: gli A Day to Remember. I fan italiani si meritano questo show da headliner che per troppo tempo gli è stato negato, per i motivi più disparati. E la band guidata da Jeremy McKinnon non delude. Sembra sempre che siano in venti sul palco, nonostante poi il suono della band sia compatto come se a suonare fosse un unico grande strumento multiforme. Ad accompagnare ci sono come al solito fumo, fiamme, coriandoli e rotoli di carta igienica che volano da una parte all’altra del Carroponte. C’è tutto il repertorio tipico della festa da ricordare del combo statunitense, che sfoggia gli ottimi innesti dei nuovi brani e si gioca tutto con le hit del passato che li hanno resi una delle band di maggior successo della storia del metalcore.

Cerchiamo infine di rispondere alla domanda iniziale: ma un festival così, ce lo meritiamo? Probabilmente no, visto che basta togliere un paio di headliner di grosso calibro per far sgonfiare sensibilmente i numeri e ridimensionare il clamore che invece avrebbe giustamente dovuto circondare questa preziosa seconda occasione di ospitare un brand come Slam Dunk. Forse continuiamo a dare per scontato la musica alternativa di qualità e a pensare stupidamente che i festival debbano essere solo rassegne diluite o dozzinali bazar con la musica un tanto al chilo. Intanto incrociamo le dita e speriamo di poter vedere quantomeno una terza edizione. Torna presto, Slam Dunk! Già ci manchi.

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