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Reportage Live

ROCKSTADT 2025 – Day 5: si chiude alla grande una memorabile decima edizione: addio, Rasnov… Ci vediamo a Ghimbav!

Rockstadt 2025 Day 5: Sepultura, Static-X e Wardruna chiudono un’edizione storica tra furia metal e rituali nordici.

Static-X in concerto allo Rockstadt Exxtreme Fest 2025 a Râșnov (Romania)
Static-X in concerto allo Rockstadt Exxtreme Fest 2025 a Râșnov (Romania) foto di Luca Simonazzi per www.rockon.it

Articolo di Lorenzo Vezzosi | Foto di Luca Simonazzi

Considerando che la quarta giornata del Rockstadt mi ha stupito alla grande, nonostante non avessi particolari aspettative, sono abbastanza convinto che il Day5 del festival non mi deluderà, anzi… comincio già ad avvertire un po’ la malinconia dell’ultimo giorno. Fortunatamente ho ricaricato le pile a dovere e mi sento lanciatissimo, così dopo la nostra consueta colazione all’ora di pranzo (che non è un brunch!), fischiamo come Will Smith per chiamare il taxi giallo (frase che purtroppo palesa i miei anni) e ci spostiamo in direzione Rasnov, per vivere il Day5 al meglio!

AFLMSMP

La giornata conclusiva del Rockstadt (con una line-up un po’ stravolta rispetto al previsto), si apre per noi dal Brasov stage, con il post-metal degli AFLMSMP (Am Fost La Munte Și Mi-a Plăcut, che in italiano dovrebbe essere “sono stato in montagna e mi è piaciuto”), gruppo underground rumeno che ha saputo catturare l’attenzione mettendo in mostra ottime doti tecniche e un bel songwriting strumentale, con melodie e parti ritmiche intricate e con una carica che sorprende chi – come il sottoscritto – si era avvicinato al palco un po’ a scatola chiusa. La musica è piacevole e loro suonano davvero bene: brani come “Fighting the Windmills” e “Breaking Ourselves into Figures” meritano molta attenzione e sono una perfetta colonna sonora da ascoltare durante una passeggiata in montagna.
Questo show è l’ennesima dimostrazione che sin dagli slot iniziali e meno “mainstream” il festival ha sempre portato sul palco artisti che lasciano il segno e scaldano subito gli animi della giornata.

TOLMINATOR BAND

Dopo questo viaggio musicale fra i Carpazi, veniamo proiettati metaforicamente in Slovenia, perché sul palco Andrei Calmuc ci sono Tolminator Band, collettivo legato all’omonimo festival di Tolmin. Non sappiamo chi siano ed è praticamente impossibile reperire informazioni su di loro: da quel che ho capito parlando con qualche membro dello staff del Rockstadt, si tratta di una band formata da ragazzi dello staff sloveno (infatti dietro di loro c’è un enorme banner con il logo del Tolminator e si esibiscono con grandi maschere che raffigurano la mascotte simbolo del festival). Ancora una volta, come per tutti i gruppi grind che si sono esibiti fino ad ora, sono più affascinato e trascinato dal pubblico che non dalla band in sé: gonfiabili di ogni tipo appaiono dal nulla, tizi con costumi da squalo e da banana che fanno crowdsurfing mentre in mezzo al mosh-pit c’è una ragazza vestita da Spongebob. Senza senso, ma bellissimo.

DOPE

Torniamo nell’area principale del festival, dove sul main stage si esibiscono i Dope, gruppo statunitense guidato dal sempre tostissimo Edsel Dope: il loro sound alternative metal con forti sconfinamenti nell’industrial attira subito un bel numero di spettatori con il primo brano “Blood Money”. Dopodiché tocca alla celebre “Die MF Die!” durante la quale il pubblico restituisce immediatamente l’energia trasmessa dalla band, saltando tutti insieme a ritmo con la canzone e urlando a squarciagola durante il ritornello.
Ma, a questo punto, qualcosa va storto perché durante “Die, Boom, Bang, Burn” qualcosa smette di funzionare (probabilmente un generatore), e l’elettronica sul palco si spegne, togliendo così ogni punto di riferimento alla band. Provano a ripartire da “Die MF Die!” (spiegando che la base è strettamente collegata al pezzo successivo), ma niente da fare. Dopo qualche minuto di attesa tutto viene ripristinato a dovere e così il gruppo riparte dalla cover dei Dead or Alive “You Spin Me Round” che esalta il pubblico, ma ormai il mood è un po’ rovinato… I tempi sono serrati, Edsel è infastidito e decide di lasciare il palco con qualche minuto d’anticipo (ma lo rivedremo più tardi in serata, sotto altre spoglie), per cui lo show dei Dope termina un po’ prima del previsto, all’improvviso. Peccato perché li adoro ed erano partiti veramente forte. 

PARTY CANNON

Quindi ci spostiamo davanti al Brasov stage dove sta per cominciare il set degli scozzesi Party Cannon, con il loro deathgrind intriso di ironia (definito “Party-Slam). Il loro stile è immediatamente riconoscibile, grazie ai loghi colorati e all’attitudine irriverente che si riflette anche nello show: brani estremi e velocissimi si alternano a gag e siparietti, con la band che si esibisce con grandi maschere fucsia da teschio, varia oggettistica gonfiabile e cartelloni con le scritte più disparate, grossi cartonati raffiguranti membri maschili di considerevoli dimensioni e mostrando in continuazione al pubblico il cartello che invita tutti ad “abbassare il Q.I.” (vero e proprio mantra dei Party Cannon). Messaggio che viene evidentemente recepito e accolto con gioia, perché la gente comincia a fare flessioni nel circle pit, lanciare gonfiabili ovunque, fare crowdsurf con le chiappe di fuori e molte altre espressioni di amena idiozia. Ad un certo punto il caso vuole che, dopo tre giorni ininterrotti di sole. il terreno di fronte ai due palchi principali si sia asciugato tanto da richiedere l’intervento dei pompieri per bagnarlo e impedire alla polvere di sollevarsi troppo… inutile dire che la band non aspettava altro: Daryl Boyce scende in mezzo al pubblico a cantare e approfitta dei getti d’acqua per combattere il caldo, mentre gente con costumi da babbo natale, da t-rex e da grande puffo continua a fare ininterrottamente a fare crowdsurfing… Se fino ad ora avevo apprezzato gli show dei gruppi grind da lontano, stavolta non riesco a non farmi coinvolgere nella spirale di delirio che dal palco viene trasmessa direttamente alla gente.

NASTY

Dopo questa ventata di follia, ci dirigiamo di nuovo verso il Calmuc stage dove troviamo i Nasty, direttamente dal Belgio, con il loro sound “terror beatdown” (una fusione tra metalcore e beatdown hardcore). La band è sinonimo di energia pura, e ce lo dimostra con uno show che fonde breakdown devastanti ad una voce growl rabbiosa. Mosh-pit e circle pit si susseguono senza sosta, in uno dei set più violenti del pomeriggio, ne sono la riprova brani come “My Brain Went Terribly Wrong”. Un vero assalto frontale che lascia senza fiato.

PALEFACE SWISS 

Fino ad ora, a parte il post-rock molto orecchiabile degli AFLMSMP, le band che si sono susseguite sui vari palchi non hanno dato un attimo di tregua, togliendoci il fiato. E quando ci troviamo di fronte al main stage capiamo al volo che non saranno certamente i Paleface Swiss a distendere l’atmosfera con ritmi più lenti: il gruppo di Zurigo, attivo dal 2007, si destreggia infatti fra sonorità deathcore con riff velocissimi alternati a breakdown micidiali e conditi dalle vocalità growl estreme del cantante Marc “Zelli” Zellwege. Bravi e molto validi tecnicamente, mi riprometto di riascoltarmeli con la dovuta calma. Tuttavia, al momento ho bisogno di respirare un attimo ascoltando qualcosa di più rilassante.

ASIWYFA

L’occasione perfetta mi si palesa immediatamente con il gruppo “And So I Watch You From Afar” (ASIWYFA), che si esibisce sul palco Andrei Calmuc. Quando ho letto il loro acronimo prima del festival, mi ero incuriosito ed ho ascoltato qualche brano, apprezzandone le sonorità post-rock: non potevo certo perdermeli dal vivo.
Il loro show aggiunge qualcosa di completamente diverso al Day5 del Rockstadt. Gli ASIWYFA sono una band strumentale nordirlandese che sviluppa paesaggi sonori, pieni di dinamiche e crescendo emozionanti, portandomi a fare un vero e proprio viaggio all’interno della loro musica, che alterna brani con suoni puliti e tranquilli ad altri con chitarre distorte, tempi dispari e suoni sporchi. La loro scaletta, che comprende brani come “Mother Belfast” e “A Slow Unfolding of Wings”, è un bel momento catartico, costruito da quattro musicisti fenomenali, tra i quali ai miei occhi – e orecchie – spiccano il batterista Chris Wee e il chitarrista (nonché polistrumentista, produttore e compositore) Rory Friers, col quale riuscirò poi a complimentarmi e a fare una foto insieme. Grazie a loro ho raggiunto il nirvana e la pace dei sensi e posso tornare a scapocciare.

AGNOSTIC FRONT

Raggiungo quindi Luke al Brasov stage, dove gli storici Agnostic Front sono già sul palco con la loro furia hardcore newyorkese ad esaltare il pubblico. La scaletta attinge ai loro classici come “Gotta Go” e “For My Family”, trasformando il pit in un vortice di energia al quale tutti partecipano pogando e cantando ogni strofa. Poco dopo mi ritrovo volontariamente – ma poco saggiamente – in mezzo al circle pit, dove parte un flash-mob in cui tutti cominciano a fare flessioni, mentre la gente intorno si cimenta nel two-step e una quantità incalcolabile di oggetti gonfiabili passa sopra le nostre teste. Gli Agnostic Front fanno questo effetto.
Il loro set si chiude con la cover di “Blitzkrieg Bop” dei Ramones durante il quale do sfogo a tutta la mia voce. Grande show in pieno stile NYC hardcore. 

SWALLOW THE SUN

Ci spostiamo all’Andrei Calmuc dove si esibiscono gli Swallow the Sun, band melodic deaht/doom dalla Finlandia. Il loro set è qualcosa di onirico e spettacolare: il palco, infatti, dà le spalle alla fortezza e i boschi intorno sono illuminati dalle luci dorate del tramonto mentre loro si esibiscono: nomen-omen, letteralmente, perché alla fine del loro set il sole tramonta definitivamente.
Con questa scenografia magica, ne approfitto per rifocillarmi mentre ascolto le sonorità cupe e struggenti con la voce che alterna growl profondi a parti pulite e drammatiche, creando un equilibrio perfetto tra le luci naturali e le melodie strumentali e vocali. Sono letteralmente rapito dall’atmosfera che si è venuta a creare.

BLOODBATH

Mi riporto vicino al main stage dove riesco a sentire gli ultimi brani in scaletta dei Bloodbath (“Cry My Name” e “Eaten”),con una formazione che include ex-membri di Katatonia e Opeth alla chitarra e alla batteria, e con il cantante dei Paradise Lost alla voce. Propongono un blackened-death metal più tradizionale e brutale rispetto alle sonorità degli Swallow the Sun che ho appena apprezzato. Gli spettatori li adorano. Io non molto.

DIRTY SHIRT

Poco dopo, sul Brasov stage si esibisce la big band rumena dei “Dirty Shirt”. Alla batteria siede il Maestro Sergio Ponti, che ho conosciuto durante il pomeriggio, scambiando un rapido saluto. Lo show dei Dirty Shirt è una festa colorata e coinvolgente, fatta di melodie balcaniche, riff metal e grande interazione con il pubblico. Il loro sound è un mix unico ed incredibile fra metal e sonorità che spaziano dal folk al funk e dal punk al prog (il che può aiutare a comprendere la mostruosa bravura di Sergio, che riesce a spaziare fra mille cambi di registro con una facilità disarmante che lascia basiti). La band è composta da una dozzina abbondante di elementi fra voci, violini, chitarre, basso, batteria e altri strumenti. Un supergruppo che viene accolto come vero e proprio orgoglio nazionale e ogni brano diventa un’occasione per il pubblico per ballare e cantare insieme a loro, mentre si muovono su e giù per il palco. Indubbiamente una delle esibizioni più sentite, cantate e partecipate, non solo della giornata, ma di tutto il festival. Con una scaletta composta da brani come “Put it on”, “Hot For Summer” e Palinca” è impossibile non farsi irretire dal loro incantesimo.

Dopo il loro set, come annunciato in mattinata da un post sul profilo Instagram ufficiale del R.E.F., parte alle 21.55 in punto uno spettacolo pirotecnico con fuochi d’artificio, mentre un messaggio di ringraziamento in inglese scorre sui maxischermi ai lati dei palchi, con “See You On The Other Side” di Ozzy a fare da colonna sonora: “Siamo cresciuti insieme protetti dalla tua fortezza e all’ombra delle tue foreste. È stato un onore durato per dieci anni. Il Rockstadt ti ricorderà sempre. La nostra prima casa, il nostro spazio segreto nel cuore della Transilvania. Ci mancherai, per sempre… Grazie, Rasnov!”. È un momento molto emozionante, che fa capire la magia che si respira in questo posto. L’anno prossimo il festival si sposterà infatti a Ghimbav, sempre nel distretto di Brasov, situata a una manciata di chilometri dal capoluogo. Il Rockstadt potrà permettersi il triplo del pubblico, ma come mi dice Bogdan (il fotografo con cui ho stretto amicizia grazie ad una comune passione per il Liverpool), “non sarà la stessa cosa”. Ciò non significa che non sarà altrettanto magico, anzi… La costante voglia di migliorarsi è solitamente il primo ingrediente per il successo. Significa semplicemente che un luogo come Rasnov non è replicabile.

STATIC-X 

A questo punto ci dirigiamo tutti di fronte al main stage per farci stregare dallo show degli Static X che portano sul palco il loro industrial metal iconico. Il concerto comincia con una voce che annuncia urlando “He’s alive, he’s alive… HE IS ALIVE!” mentre il frontman della band Xero (che oggi abbiamo già visto da qualche parte) sale sul palco insieme agli altri e attacca immediatamente “Bled For Days”. Se qualcuno non conoscesse la storia degli Static-X (di quel genio di Wayne Static e di come sia tornato in vita come Xero), è fortemente invitato a recuperare.
Il sound della band è tosto e graffiante, e le basi elettroniche aiutano a rimarcare il ritmo inesorabile imposto da Ken Jay (batteria), Tony Campos (basso), e Koichi Fukuda (chitarra, tastiere e sequencer). “Terminator Oscillator” e “Trance is the Motion” sono le punte di diamante della parte centrale del set, durante le quali il pubblico viene travolto dalla potenza e dall’energia della band, aizzato dal frontman Xero.
La scenografia futuristica e le luci strobo compongono il quadro di uno show spettacolare, costellato da enormi mecha che camminano sul palco, circuiti cibernetici che illuminano di un rosso spettrale gli occhi digitali di Xero (nel buio della notte sembrano fendinebbia puntati sul pubblico). Una “cyber-pumpkin-head” che fa crowdsurf stando in un gommone… Queste sono solo alcune delle immagini memorabili che ci regala il concerto degli Static-X.
Un’ora di pura adrenalina, che si chiude con due pezzi leggendari del repertorio storico del gruppo: “I’m With Stupid” e la celeberrima “Push it”, durante le quali il pubblico si scatena saltando e cantando a squarciagola. La loro performance è grandiosa e personalmente sono contentissimo di averli finalmente visti dal vivo, dato che li conosco da vent’anni, ma un’ora di ebisizione è volata troppo in fretta… Maledizione, ne voglio ancora!

DRACONIAN

Non possiamo esimerci dal tornare all’Andrei Calmuc stage tra un set e l’altro, per inoltrarci nel mondo musicale dei Draconian, band svedese gothic-doom metal che mischia voce maschile in growl ad una voce femminile pulita. Il loro sound mi intriga ed è un vero peccato che riesca a vedere giusto cinque minuti del loro show. Rammaricato, segno immediatamente il loro nome nella lista degli ascolti personali e nel taccuino delle belle scoperte.

SEPULTURA

I Draconian mi perdoneranno, ma non posso perdermi lo show dei Sepultura al Rockstadt, che è una tappa del loro farewell tour, dopo una carriera di 40 anni. La band brasiliana mette su una performance di tutto rispetto puntando su una setlist con pezzi leggendari del loro repertorio vastissimo: un’enciclopedia metal che spazia dal groove al latin e dal death al thrash. Il cantante Derrick Green, il chitarrista Andreas Kisser e il bassista Paulo Jr. sono accompagnati alla batteria dal giovane virtuoso Greyson Nekrutman, che sostituisce egregiamente la drum-superstar Eloy Casagrande, passato nel frattempo agli Slipknot.
La scaletta scelta per questa tappa è impeccabile. Si parte con “Refuse/Resist” seguita subito da “Inner Self”, e il pubblico è ormai già conquistato, mentre con “Attitude” Derrick ammalia tutti con il suo smagliante stato di forma vocale. Uno dei momenti salienti dello show arriva circa a metà: Andreas Kisser prende il microfono per tributare Ozzy “uno dei padri fondatori di questo bellissimo genere heavy metal, capace di riunire migliaia di persone come noi qui ora”, mentre sui maxischermi compare la celebre foto dell’arresto a Los Alamos, quando Ozzy era in tour proprio con i Sepultura, se non sbaglio. Il pubblico scandisce il nome del Principe delle Tenebre a tempo, mentre Andreas ringrazia lui e i Black Sabbath per quanto hanno fatto. A questo punto parte la bellissima intro di chitarra “Kaiowas” che poi vedrà ospitare sul palco una discreta quantità di percussionisti più o meno professionisti (da Sergio Ponti a Tony Campos, e addirittura qualche giovane membro dello staff del festival).
Estasiati da questo frangente, lo show continua e si dipana verso un finale che definire “ad alto rischio esplosivo” è poco: avevo già visto i Sepultura dal vivo con Eloy alla batteria ed ero stato folgorato, ma la scaletta non era farcita di bombe al tritolo come in questa occasione.
Comunque, gli ultimi quattro brani in scaletta sono un climax inesorabile: “Territory”, “Arisa”, Ratamahatta” con assolo di batteria annesso e – dulcis in fundo – “Roots”, che rischia seriamente di fare esplodere il Rockstadt ed è il degno epilogo metal di un’edizione clamorosa del festival che è già storica di per sé, ma viene resa ancora più memorabile da performance di questo tipo.

WARDRUNA

Ho detto epilogo metal perché in realtà manca ancora un ultimo atto prima della fine di questa edizione del Rockstadt Extreme Festival 2025. A chiudere il festival nel cuore della notte, infatti, ci sono i Wardruna, progetto folk norvegese del polistrumentista Einar “Kvitrafn” Selvik. Il loro show è un viaggio sonoro ispirato alle tradizioni nordiche: tamburi, cori e strumenti tradizionali delineano atmosfere rituali che trasformano il paesaggio in un luogo fuori dal tempo, in sintonia con il passato medievale Sassone di queste zone della Transilvania. Ascoltiamo tutti in silenzio, quasi in trance, lasciandoci trasportare da un’esperienza che va oltre la musica, diventando sostanzialmente meditazione collettiva. Verso la fine dell’esibizione Einer spiega che l’intento del suo progetto è quello di “prendere qualcosa dal passato per creare qualcosa di nuovo”, che alcune cose appartengono al passato e lì devono restare, ma che altre le stiamo perdendo… Ed una di esse è il canto: cantare in famiglia, cantare da soli o in compagnia sono cose che molti non fanno più.
Perciò, prima di iniziare il brano finale “Helgeven”, l’invito rivolto a tutti è quello di cantare di più. Lo spettacolo si conclude con le voci che si spengono insieme alle luci, la catarsi è compiuta. La chiusura perfetta per un festival che quest’oggi ha celebrato i suoi primi dieci anni di musica. 

Si chiude così anche per noi questa edizione del Rockstadt 2025: è stata un’avventura completamente nuova che ci ha regalato una quantità di emozioni inimmaginabili, trasmettendoci una dose incredibile di good vibes e facendoci vivere momenti indimenticabili.
E si conclude così anche questo live report.
Non posso fare altro che ringraziare chiunque abbia avuto la pazienza di leggere tutto il resoconto fino a questo punto e, chissà… magari ci si vede l’anno prossimo a Ghimbav, per l’undicesima edizione del Rockstadt Extreme Fest!
Ma, ehi, un momento! Aspettate… Fermi tutti! Pensavate me ne fossi dimenticato, ma non abbiamo ancora finito… Manca il recap!
Ed è proprio lì che ci sono le sensazioni e i suggerimenti più sugosi.

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