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Reportage Live

ROCKSTADT 2025 – Day 4: un caleidoscopio di emozioni, tra l’epica metal dei Powerwolf e la synthwave oscura di Carpenter Brut

Rockstadt 2025 Day 4: dai Fleshgod Apocalypse ai Powerwolf, la Transilvania vibra tra epica, furia e darksynth.

Powerwolf in concerto allo Rockstadt Exxtreme Fest 2025 a Râșnov (Romania)
Powerwolf in concerto allo Rockstadt Exxtreme Fest 2025 a Râșnov (Romania) foto di Luca Simonazzi per www.rockon.it

Articolo di Lorenzo Vezzosi | Foto di Luca Simonazzi

Se il Day3 è cominciato alla grande sulle ali del boost adrenalinico, il Day4 per me ha rischiato di non cominciare affatto.
La stanchezza accumulata infatti mi ha fatto svegliare piuttosto tardi e con piccoli acciacchini vari un po’ ovunque. Luke invece è indistruttibile e fresco come una rosa: abbiamo la stessa età, ma è come se ci fosse una differenza di dieci anni in suo favore.
Appena svegli, leggo il post sulla pagina del festival che annuncia l’assenza dei Blind Guardian, che è uno dei pochi gruppi che conosco della line-up di oggi: non so veramente cosa aspettarmi da questa giornata… Con la mente aperta, decido di lasciarmi stupire dal Rockstadt e, spoiler, non me ne pentirò affatto.
Raccolte tutte le energie necessarie, ci dirigiamo al festival.

WOLFBRIGADE

Nonostante anche il quarto giorno sia dichiarato soldout, non è difficile muoversi all’interno dell’area e raggiungiamo subito il Calmuc stage senza problemi.
Il Day 4 del Rockstadt per noi si apre con il crust punk della storica band svedese Wolfbrigade, quarto gruppo nella line-up di giornata che mi dà subito una bella sveglia, merito del loro sound diretto sui denti (grazie Luke per avermi convinto a vederli). Riusciamo a gustarci quasi tutta la scaletta che presenta almeno un paio di cover dei Wolfpack e, considerando che gli headliner di oggi saranno i Powerwolf, inizio a confondermi tra tutti questi lupi…

CHARLOTTE WESSELS

Dopo la scarica di energia pura ci dirigiamo al Brasov stage dove possiamo bearci dell’eleganza e della raffinatezza della cantante olandese Charlotte Wessels, che ha abbracciato la carriera solista dal 2020. I suoi brani presentano sonorità tra il symphonic metal e il gothic, e con la sua voce magnetica riempie l’aria scaldando e svegliando definitivamente il pubblico dal torpore, accompagnata e sostenuta da una band di assoluto livello, con cui mostra di avere grande alchimia. Brani come “Dopamine” e “Soft Revolution” presentano melodie accattivanti, che mi restano subito marchiate a fuoco e so che non riuscirò a smettere di cantarle per un bel po’.

SELF DECEPTION

Subito dopo mi sposto verso il palco di fianco, dove stanno per cominciare i Self Deception. Qui capisco che l’assenza dei Blind Guardian ha convito gli organizzatori del festival a modificare un po’ la line-up della giornata.
La band svedese è una fra le sorprese più belle della giornata. Con il loro metalcore intriso di elettronica riescono ad attirare una bella fetta di pubblico che coinvolgono con facilità disarmante, nonostante il sole alto che picchia direttamente sul loro palco. Hanno infatti una presenza scenica clamorosa, merito del frontman Andreas Clark che tiene le rendini dell’esibizione interagendo continuamente con il pubblico, ma anche dell’eccentrico e fluorescente bassista Patrik Hallgren (che non disdegna una discesa nel circle pit), e della bravura del batterista Erik Eklund che mi lascia abbastanza di stucco. Catturano con l’ironia di brani come “Matthew McConaughey”, ma il non-sense è solo apparenza, perché dietro ad alcuni testi come “Hell and Back” e “Hysteria” si cela una fine e tagliente critica sociale, con un’attenzione emotivamente toccante nei confronti di tematiche come la depressione e la solitudine. Questo si riflette musicalmente nella loro capacità di alternare momenti molto melodici a breakdown inesorabili… L’energia è palpabile e la chiusura dello show con “Fight Fire with Gasoline”, condita da giochi pirotecnici a tempo con la doppia cassa, fa esaltare il pubblico. Applausi convinti e richieste di encore, per quella che è stata oggettivamente una grande performance.

RIVERS OF NIHIL

Con gli americani Rivers of Nihil sul Brasov stage l’atmosfera cambia radicalmente. Il loro progressive death metal è intricato, ricco di variazioni ritmiche e melodiche ed è capace di trasportare gli ascoltatori in paesaggi sonori diametralmente opposti. Brani come “The Sub-Orbital Blues”, e “Despair Church” riescono a toccare corde apparentemente inconciliabili di brutalità e contemplazione, tecnica e sentimento. Riesco a godermi la prima metà della loro esibizione e per l’ennesima volta mi segno un nome per me nuovo, da approfondire in seguito.

A questo punto mi concedo una rapida pausa per mangiare e bere qualcosa e, dopo aver fatto un salto al Calmuc Stage per gli Aura Noir (band black/thrash metal norvegese), dopo neanche un brano mi accorgo che al main stage stanno per cominciare i Fleshgod Apocalypse e non voglio perdermeli.

FLESHGOD APOCALYPSE

Torno quindi di corsa nell’area principale, trangugiando un caffè gentilmente offerto dallo staff del festival (grazie Luke). Sull’Adrian Rugină stanno per cominciare i Fleshgod Apocalypse. Pur non essendo del symphonic/technical death metal li rispetto molto. Li ammiro e li seguo da quando si sono esibiti al Luppolo in Rock a Cremona, rimpiazzando all’ultimo il vuoto lasciato da un altro gruppo pur essendosi esibiti la notte prima in Svezia (se non erro) e senza aver dormito. Se questa non è dedizione, non so cosa lo sia.
Il loro show al Rockstadt comincia con una grande bandiera italiana e un’intro epica per il brano “Ode to Art (de’ Sepolcri)”, costumi barocchi e un impatto scenico devastante creano fin da subito un’atmosfera unica, con la tecnica sopraffina del gruppo a farla da padrone. Restiamo tutti a bocca aperta, trascinati in un vortice di potenza e teatralità che il pubblico numeroso dimostra di apprezzare con mosh pit e crowdsurfing senza tregua (facendo rispuntare fuori la barca gonfiabile).
Tra i brani proposti spiccano “The Fool” e la più recente “Pendulum” oltre al gran finale con la cover di “Blue (Da Ba Dee)”, che diverte e fa cantare tutto il pubblico. Il loro show al tramonto, con la fortezza di Rasnov sullo sfondo a dominare dall’alto la scena di questo spazio fra i boschi della Transilvania è davvero un’esperienza quasi mistica: un’opera teatrale di altissimo livello che merita tutti gli applausi degli spettatori.

KRISIUN

In fretta e furia, riesco a fare un salto all’Andrei Calmuc per dare un’occhiata ai “Krisiun do Brasil”, che mi fanno esplodere con un paio di brani nei quali ogni colpo è dritto e diretto, senza pause né compromessi. La velocità e la precisione del trio sono impressionanti: il pubblico davanti a loro è scatenato, fra moshpit e headbanging furiosi. Il loro è un death metal puro, senza fronzoli, con un impatto che scuote le viscere e lascia esausti.

ENSIFERUM

Con i finlandesi Ensiferum al Brasov stage, l’atmosfera si ritrasforma in un’epopea folk-metal. Brani come “Fatherland”, “Rum, Women, Victory” fino al finale con “In My Sword I Trust” scatenano cori da stadio, circle pit e crowdsurfin senza sosta… Nel frattempo, su quella cazzo di nave gonfiabile cominciano ad esserci troppe persone e quasi mi stacca il collo passandomi sulla testa. Poco male, perché sono letteralmente rapito dalla presenza scenica del mio nuovo bassista preferito: Sami Hinkka, che incita, corre, salta e si muove continuamente su e giù per il palco, ma soprattutto suona divinamente. Comunque, lo show degli Ensiferum è una festa e un momento di condivisione che trasforma il festival in un party vichingo, mentre io ho una nuova live band da annoverare tra le mie preferite.

LORD OF THE LOST

Poco dopo, dal main stage parte il set dei Lord of the Lost che stravolge ancora una volta il mood creatosi in precedenza. Il Day4 in questo senso è un continuo cambio quasi schizofrenico di generi.
Il gruppo tedesco avvolge in un’atmosfera gotica e teatrale con il loro set dai suoni ricchi e melodie ben studiate, che mescola brani oscuri e intensi come “Loreley”, “Drag Me To Hell” e il gran finale di “Blood & Glitter” (che li ha fatti partecipare all’Eurovision nel 2023, dove si sono piazzati ultimi… But who cares?).
Con la cover di “Smalltown Boy” tutto il Rockstadt canta insieme alla voce di Chris “The Lord” Harms, che ammalia e si erge come un incantesimo che ci cattura tutti, con il pubblico ormai gremito di fronte al palco. Le scenografie e i costumi amplificano l’impatto visivo, sottolineato dai giochi di luce in chiaro-scuro e creando uno show che è tanto musicale quanto teatrale. È una performance che mescola romanticismo oscuro e potenza rock, perfetta per il calare della notte sul Rasnov. Un’altra band appuntata nel mio taccuino mentale con i loro album in uscita quest’anno “OPVS NOIR” vol.1 e vol.2 che sono già nella mia lista di ascolti. Meritano davvero e mi hanno piacevolmente coinvolto e stupito.

KATAKLYSM

Volo in fretta all’Andrei Calmuc, dove veniamo letteralmente travolti dalla ferocia dei Kataklysm, che riportano l’attenzione su sonorità melodic death metal con gli ultimi due brani in scaletta “Crippled & Broken” e “Black Sheep”. Il pubblico risponde con mosh-pit corposi e massicci. La band canadese non lascia spazio a esitazioni: il loro sound è un misto di aggressività e precisione, e il fatto che non sia riuscito a vedere qualcosa in più del loro show un po’ mi scoccia.

APOCALYPTICA

A serata inoltrata, dal Brasov stage partono gli Apocalyptica che incantano con la loro proposta unica di metal suonato con i violoncelli. Decidono di presentare una scaletta interamente composta da cover di brani dei Metallica, cosa che non mi entusiasma troppo per due motivi strettamente collegati: ho sentito diverse volte i Metallica dal vivo e, soprattutto, DETESTO il karaoke. 
Comunque, il pubblico apprezza e canta ogni hit, ed è così che la bravura indiscussa dei musicisti finlandesi riesce a dar vita ad un concerto che rappresenta alla perfezione l’anima del Rockstadt: unire mondi apparentemente opposti per creare qualcosa di unico, in una scenografia naturale epica. Tuttavia, dopo i primi quattro brani – fra cui spicca un’interessante versione di “For Whom The Bell Tolls” -, passo oltre. 

BANE

Ce ne andiamo dritti filati per vedere lo show dei Bane, storico gruppo hardcore punk dal Massachussetts. Aaron Dalbec (ex Converge), e soci scatenano il loro hardcore aggressivo e furibondo che non dà respiro. La scaletta include pietre militari del loro repertorio come “Swan Song” e “Calling Hourse”, durante le quali il pubblico si scatena, mentre noi ne approfittiamo per avvicinarci ulteriormente al palco e goderci la prestazione del cantante Jacob Bannon che non si risparmia minimamente. I Bane riescono a trasmettere bella scarica elettrica e danno dimostrazione di forza ed esperienza invidiabili. A fine esibizione riusciamo anche ad intercettare Bannon, abbastanza sfinito, che gentilmente ci concede due chiacchiere e una foto insieme, così ci complimentiamo per il grande show.

POWERWOLF

Dopodiché tocca finalmente agli headliner: i Powerwolf, maestri tedeschi del power metal con tinte molto epiche, che negli ultimi anni stanno riscuotendo un bel successo. 
Io però sono sfinito: la stanchezza dei giorni precedenti si fa sentire all’improvviso tutta insieme e purtroppo non riesco a godermi il loro show da vicino. Seduto ai tavoli mentre mangio qualcosa per ripigliarmi un attimo, m’impressiona la capacità di Attila Dorn (voce principale della band), di far cantare a tutti ogni nota di ogni strofa di ogni singola canzone, a volte costringendo tutti a ripetere con lui alcune frasi. Con brani come “Bless ’em With the Blade”, “Fire and Forgive” e “We Drink Your Blood” i Powerwolf incendiano la serata fra esplosioni di fuoco, giochi di luce, costumi e cori solenni e riff spaccaossa. Ogni canzone è una celebrazione collettiva, con il festival che ad un certo sembra quasi un’unica grande corale composta da migliaia di elementi. Devo ammettere che mi hanno colpito molto nonostante fossi molto lontano dal palco, anche perché la location del Rockstadt rende il tutto ancora più epico.

CARPENTER BRUT

Mi riprendo in tempo per dirigermi a pochi metri dal palco perché dopo la mezzanotte scocca l’ora di Carpenter Brut, artista francese con la sua musica darksynth a tinte spiccatamente metal, che trasforma il Rockstadt in una discoteca oscura fra le foreste della Transilvania. La sua setlist comincia con “Straight Outta Hell” ed è accompagnata da luci stroboscopiche e visuals ipnotici sul led-wall alle sue spalle. Armato di occhiali da sole per perdermi sensorialmente nelle atmosfere sonore che Carpenter Brut dipinge magistralmente, vengo travolto da infiniti layer di frequenze, così che la mente comincia a viaggiare da sola mentre il corpo si muove automaticamente a ritmo, aiutato e sostenuto dal micidiale batterista Florent Marcadet: un orologio atomico che picchia come un fabbro. Tutti balliamo, saltiamo e condividiamo questo viaggio elettronico che rompe gli schemi tradizionali del festival. Un set ipnotico e sorprendente, scandito da brani come “Leather Terror” e “Turbo Killer” e che si chiude con la cover mixata di “Maniac”, con il testo proiettato a maxischermo per far cantare tutto il Rockstadt, che non si tira certo indietro.
Ringrazio ancora una volta Luke che mi ha spronato a non perdermi questa performance. Consiglierei a chiunque di godersi uno show di Carpenter Brut dal vivo: non è solo musica, è un’esperienza sensoriale che stimola contemporaneamente il corpo, la mente, la vista e l’udito.

NILE

Chiudono la giornata i Nile e il loro sound technical death metal con testi ispirati all’antico Egitto, come dimostrano i brani “Sacrifice Unto Sebek”, “Kafir!” e “Sarcophagus”. I loro riff pesanti calano come macigni sulla platea gremita davanti al palco. La folta presenza di pubblico evidentemente ancora pieno di energie mi stupisce abbastanza. Comunque, la tecnica della band statunitense capitanata da Karl Sanders è impressionante: ogni nota è un colpo chirurgico, scandita dal talento disumano del Maestro George Kollias (mentore di Luke), un bulldozer seduto dietro alla batteria. È una chiusura monumentale e brutale ad una giornata veramente provante (almeno per me, che ho ormai quasi del tutto esaurito le energie). Alla fine dello show dei Nile veniamo ospitati nel backstage da Kollias, con il quale scambiamo amichevolmente quattro chiacchiere mentre beviamo un calice di buon vino rosso in compagnia. Ci racconta, fra le altre cose, come il Rockstadt sia un bellissimo festival anche per gli artisti, apprezzandone l’organizzazione e le dimensioni non troppo grandi, che aiutano a mantenere un’atmosfera raccolta.

Il Day 4 del Rockstadt Extreme Fest ha mostrato ancora una volta l’enorme varietà e la ricchezza del metal in tutte le sfumature e sfaccettature: dalla delicatezza eterea dei Charlotte Wessels alla brutalità ancestrale dei Nile. Sapevo che sarei stato messo a dura prova fisicamente, ma alla fine ho resistito abbastanza. Mi ha fregato solamente la “sindrome del giovedì”: quando sai che manca solo un giorno e la stanchezza ti assale inevitabilmente proprio quando cominci a pensare di avercela quasi fatta. Alla fine, la quarta giornata del festival è stata esattamente come mi aspettavo: mi ha regalato molte sorprese, ha ulteriormente consolidato qualche impressione e soprattutto mi ha divertito e sconvolto contemporaneamente.
Comincio a pensare che non vorrei che finisse domani, per cui mi prendo qualche minuto per osservarmi intorno e godermi il panorama, con l’area del festival ormai svuotata di gente, ed è proprio bello: si respira un’aria fresca di pace e serenità, con la fortezza a vegliare da lontano.
Ce ne torniamo in albergo a Brasov contenti e felici, per riposare e farci trovare prontissimi a vivere l’ultimo giorno del R.E.F. 2025.

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