Articolo di Lorenzo Vezzosi | Foto di Luca Simonazzi
Ci siamo lasciati dopo una prima giornata estenuante, ma allo stesso tempo esaltante. L’esperienza del Day1 ci ha già fatto capire alcune cose importanti: è inutile tentare di raggiungere il festival con mezzi pubblici dal nostro alloggio in centro a Brasov (sarebbe ottimistico oltre la follia, a meno di non voler passare più di un’ora in una scatola di sardine per fare venti chilometri), ed è da temerari pensare di svegliarsi in orari decenti dopo aver passato 13 ore di live sotto una pioggia intermittente… Per andare al sodo: siamo arrivati con discreta calma al Rockstadt, sfruttando per lo più un paio di app di servizi automobilistici (no ads). Il meteo potrebbe essere migliore, ma niente di trascendentale e comunque in miglioramento rispetto alla giornata precedente.
Il day2 si preannuncia subito molto più scorrevole per quanto riguarda le file, che d’ora in poi saranno solo agli stand della birra (e a ragione, visto che il prezzo di una media si aggira a meno di due euro, for fuck’s sake!).
Cominciamo a capire un po’ meglio dove andare e come muoverci, e facciamo le prime conoscenze casuali, come si conviene ai metallari riuniti sotto l’egida delle corna al cielo.
Carichi e riposati, al nostro arrivo dentro all’area festival sentiamo in lontananza gli ultimi ringraziamenti dei 1914, band ucraina blackened death metal, che volevamo vedere anche solo per la loro presenza scenica con costumi che rievocano l’epoca bellica del primo conflitto mondiale, ma siamo arrivati tardi… F in chat.
WOLFHEART

Poco male, dal Brasov stage cominciano subito i Wolfheart e difficilmente troverete un modo migliore per risvegliare gli ultimi torpori che vi attanagliano. I riff taglienti e atmosferici della band finlandese del polistrumentista Tuomas Saukkonen risveglierebbero anche gli orsi in letargo. Il gruppo è da anni una certezza della scena melodic death; porta con sé il gelo del nord, trasformando i boschi di Rașnov in un paesaggio di ghiaccio e tempeste. Il pubblico è già piuttosto numeroso e reagisce con entusiasmo, abbandonandosi al ritmo di brani come “Aeon of Cold” e “Ghosts of Karelia”. È un set compatto, potente, senza fronzoli: i Wolfheart non hanno bisogno di effetti speciali per trasmettere intensità, ci pensa la loro musica a spazzare via gli indugi. Mi vien da pensare che, se questo è l’inizio, potrei non sopravvivere integro alla seconda giornata.
HOSTVGE

La sensazione di pericolo per la mia incolumità mi viene confermata quando all’Andrei Calmuc si esibiscono i locals Hostvge (che da perfetto ignorante ero convinto fossero i tedeschi Hostage), giovane band di Brasov, formatasi nel 2023. Il loro sound hardcore/modern metal sorprende e arriva bello dritto. Giocavano in casa e il pubblico ha dimostrato di apprezzare molto la loro prova.
OMNIUM GATHERUM

Torniamo all’Adrian Rugină stage. Con i finlandesi Omnium Gatherum le sonorità si spostano su un death metal melodico e ben raffinato. “Frontiers” e “New Dynamic” vengono cantate in coro da gran parte del pubblico, già bello corposo di fronte ai due palchi principali, regalando uno dei primi momenti di epicità condivisa della giornata. Lo show è piacevole e coinvolgente, ennesima scoperta positiva di questo Rockstadt 2025
HIGH PARASITE

Ci spostiamo al Brasov stage lì di fianco e riusciamo a sentire i primi pezzi in scaletta degli High Parasite, band gothic metal inglese fondata nel 2021 capeggiata da Aaron Stainthorpe, già voce principale dei My Dying Bride. Non può ovviamente mancare la dedica al connazionale Ozzy con il brano “Widowmaker”, punto di riferimento e idolo di Stainthorpe. La musica è molto intrigante e, nonostante non sia il mio genere di riferimento, ho modo di apprezzare soprattutto la prestazione vocale, veramente grandiosa e senza risparmiarsi minimamente.
WARBRINGER

Forse l’ho già detto: le mie conoscenze in materia di musica estrema sono abbastanza lacunose. Fortunatamente c’è Luke che invece è un’enciclopedia vivente del metal che mi consiglia di andare al Calmuc stage. Eseguo, anche se non so cosa aspettarmi.
Arrivano i Warbringer e la parola d’ordine è: thrash! Di quelli tosti, aggiungerei. Se il giorno prima sono stato stupito da Robb Flynn e dalla sua presenza scenica, beh qui siamo a livelli ancora superiori a mio modesto parere. John Kevill, voce della band californiana, ha un talento assurdo nel sapere esattamente cosa deve fare per incantare il pubblico.
Brani come “Firepower Kills” e “Remain Violent” travolgono la folla. È un massacro sonoro, rapido e letale, che lascia il pubblico senza fiato. Non l’ho ancora specificato, ma l’Andrei Calmuc è il palco dedicato ad un ragazzo scomparso che era parte dello staff del festival (se non ho preso un granchio colossale), che ospita le band di generi a lui più graditi. È allestito in un parcheggio e quindi con l’asfalto sotto i piedi… E potreste pensare – a ragione – che pogare e fare crowdsurfing potrebbe essere sconsigliabile. Beh, durante la performance dei Warbringer la cosa non ha destato grossi problemi agli spettatori. E nemmeno a Kevill che si è lanciato sul pubblico durante “The Sword and The Cross”. Abbiamo anche avuto la fortuna di incontrarlo, complimentarci e fare una foto insieme a lui, gran bella persona. Gran bella band.
A mani basse, lo show più “preso bene” e divertente del Day2.
ORANGE GOBLIN

Torniamo esaltati all’Adrian Rugină stage per gustarci lo stoner/heavy massiccio degli Orange Goblin. Ben Ward domina con la sua voce cavernosa e la band crea un’atmosfera tosta e potente. È un set che ad orario aperitivo è perfetto per mangiarsi qualcosa e bersi una birra fresca, anche per scrollarsi di dosso la polvere mossa sottopalco. Un bel frangente di groove ipnotico da parte di una band che celebra “tre decadi di heavy metal londinese”. Da fan di Tolkien apprezzo particolarmente “Saruman’s Wish”, ma il vero highlight dello show è quando Ward esprime la sua dedica a Lemmy dei Motorhead, dicendo che “i festival rock non sono più la stessa cosa da quando non c’è più Lemmy. Ma il fatto che siano diversi, non significa che non ci si possa più divertire come un tempo”. Per poi attaccare con “Renegade” e mandare gli spettatori in orbita su Plutone. Momento da incorniciare.
È a questo punto che mi rendo conto di un bel problema: nell’area festival la rete internet del telefono smette completamente di funzionare verso le 18. Era successo anche il giorno prima, ma pensavo fosse dovuto alla pioggia e invece… Sarà così per tutti i giorni, fino a mezzanotte passata. Peccato che dovrei e vorrei pubblicare stories online e qui non c’è l’ombra di un Wi-Fi… Mi toccherà farlo al ritorno in B&B.
MADBALL
Se vi serve un boost di adrenalina purissima, sapete chi cercare e dove andare. I Madball sono l’epitome del gruppo hardcore, che ogni tanto sconfina in parti thrash metal. La band newyorkese nata dalla costola degli Agnostic Front, offre come al solito uno show totalizzante, con il cantante Freddy Cricien che scende dal palco, canta in mezzo al pubblico, salta ovunque senza mai fermarsi… pura locura latina. Davanti a loro pogano tutti, cantano tutti. Quando, prima del gran finale, partono le prime note di “For My Enemies”, l’energia travolge anche gli spettatori più timidi. Il loro show si chiude alla grande con il singolo “Doc Marten Stomp”, la colonna sonora ideale per qualsiasi two-stepper al mondo.
SOEN
Dopo la tempesta, la potenza raffinata e tranquilla dei Soen. Seguo questa band alternative/progressive metal svedese con interesse da qualche anno (dall’uscita di “Imperial”), e finalmente ho l’opportunità di godermeli dal vivo in un contesto magico. Joel Ekelöf è mostruoso: canta con una delicatezza che contrasta con la brutalità del resto della giornata e dal vivo non sbaglia mezza nota, lasciandomi abbastanza sconvolto. Mi lascio trasportare da brani come “Unbreakable” e “Lotus”, che non rapiscono solo me, ma tutto il pubblico che canta dalla prima strofa all’ultima. Musicalmente spaziano da parti più eteree con melodie intricate e tempi dispari arrivando a riff e assoli quasi hard-rock. È un set spirituale ed energico, un momento di pura magia. L’interazione con il pubblico è minimale, tutto lo spazio comunicativo è lasciato alla loro musica.
ORANSSI PAZUZU
E a proposito di musica, comunicazione e spazio… Facciamo un salto all’Andrei Calmuc stage per apprezzare gli Oranssi Pazuzu, band che fonde sapientemente progressive black metal con musica psichedelica e tematiche sci-fi, dando forma ad un trip sonoro per palati ricercatissimi. Già dal brano che apre lo show “Bioalkemisti”, sembra di essere trascinati in un rituale alieno. Luci minimali, suoni che dilatano il tempo: in un certo senso sembra davvero di fluttuare nello spazio. La voce scream, tuttavia, stona tanto alle mie orecchie rispetto al paesaggio sonoro in cui si colloca, tanto che non riesco a godermi a fondo lo show e passo oltre, cosa che Luke non mancherà di rimproverarmi. Peggio per me.
WHILE SHE SLEEPS
Dopo un espresso rigenerante, mi sposto direttamente verso il main stage perché tocca finalmente agli While She Sleeps, band inglese metallic hardcore dalle evidenti influenze punk, che mi ero segnato già prima del festival come “imperdibile” ed è inutile sottolineare come non mi sia sbagliato di un millimetro. Avendo la stessa formazione dal 2009 con Sean Long e Mat Welsh alle chitarre, Aaran McKenzie al basso e Adam Savage alla batteria oltre ovviamente Lawrence “Loz” Taylor alla voce, mostrano un’intesa che pochi altri gruppi riusciranno a pareggiare, sfornando uno show di un’ora serratissimo, con un ritmo gestito alla perfezione, caratterizzata da giochi pirotecnici e luci abbaglianti e musicalmente impeccabile. Già con l’opener “Systmatic” è evidente come abbiano immediatamente conquistato il pubblico: migliaia di voci che cantano insieme mentre si forma uno dei circle pit più grandi che io abbia in tutto il festival. La setlist prende soprattutto dagli ultimi quattro album della band e trasmette energia pura, condivisione e rabbia collettiva. Se in questi due giorni mi sono concentrato e mi ha impressionato soprattutto la stage-presence di alcune band, sono convinto che gli WSS siano stati i migliori senza discussioni da questo punto di vista: scherzano spesso fra di loro, continuano a muoversi per il palco e soprattutto Loz tiene ininterrottamente le redini dello spettacolo, portando il pubblico dove vuole e trascinandolo con sé, coinvolgendo tutti. “My friends in the middle” è il mantra con cui si rivolge a noi, per aprire un pubblico sempre un po’ restio a creare immensi circle pit. Arriva persino a scendere dal palco e aprire lui personalmente un varco enorme, dando vita al siparietto più divertente del festival dicendo scherzosamente a Sean “I love this festival, cuz the security wanks”. Non traduco per ragioni piuttosto palesi.
La loro esibizione è sicuramente fra quelle che mi porterò nella memoria di questo Rockstadt 2025, e si chiude con le hit “To The Flowers” e “Sleep Society” e la promessa di tornare al più presto in Transilvania, con il pubblico che arriva per la prima volta a chiedere un encore (che per ovvi motivi, legati alle tempistiche del festival, non sarà possibile).
WITHIN TEMPTATION
Dopo qualche minuto dal palco a fianco (ormai impossibile da raggiungere per la quantità di gente presente), comincia una musica epica che è l’intro agli Within Temptation, band symphonic metal olandese che ha il durissimo compito di esibirsi dopo l’incredibile show degli WSS e prima degli headliner Gojira. Non facile e non scontato, ma anche loro hanno una bella schiera nutrita di fan a supportarli e non si fanno certo scalfire. Sharon den Adel appare come una visione, la sua voce regala emozioni sin dalle prime note. Cominciando con “We Go To War” e “Bleed Out” – titoli piuttosto evocativi per ciò che ci attende – sfornano un preludio sinfonico memorabile a quello che sarà effettivamente il gran finale. “Stand My Ground”, “Paradise (What About Us?)” e “Mother Earth” riescono a catturare l’attenzione di tutti, anche grazie a giochi di luci spettacolari e a un sound curatissimi. Sembra di assistere a un’opera teatrale, merito non solo di Sharon, ma pure della scenografia che rievoca le rovine di un tempio antico. Fanno cantare, fanno saltare e si meritano un grandissimo e lungo applauso da parte del Rockstadt ormai gremito.
GOJIRA
Davanti all’Adrian Rugină stage l’attesa è palpabile e si taglia col coltello. Qualcuno comincia a fare video a quella che pensa sia l’intro dei Gojira, ma è in realtà l’ultimo brano dei WT. Nell’ultima ora non sono riuscito a muovermi di un millimetro, ma fortunatamente sono in una buona posizione che avevo conquistato durante l’esibizione degli WSS. Non ho la più pallida idea di dove si trovi Luke e di fianco a me ho un gruppetto di francesi che mi chiedono quanto manca e a cui tento di ribattere, con le poche reminiscenze che ho, “deux minutes”.
Non faccio in tempo a rispondere che parte un’intro di batteria. Mario Duplantier sale sul palco… Pronti? VIA! “Only Pain” come opener e siamo già tutti spazzati via. Per me potrebbe anche già concludersi qui… Quell’intro con la cassa saturatissima mi fa volare altissimo ogni volta. Ma è ben lungi dall’essere finita qua: infatti qualche giorno prima è stato annunciato sui canali del festival che eseguiranno una scaletta allungata di mezz’ora apposta per celebrare il sold-out dell’evento. Un’ora e mezza di Gojira? Goduria.
Dopo il primo brano Joe Duplantier, chitarrista/cantante della band, ringrazia tutti in rumeno, ma non c’è tempo per troppi convenevoli e si riparte subito con “The Axe” e “Backbone” per togliere definitivamente il fiato al pubblico. Piccola nota a margine: avendo visto i Gojira già quattro o cinque volte, mi aspetto che al grido di “Back. Fucking. BOOOOONE” venga giù il finimondo e Joe sembra notare la stessa cosa, ma il Rockstadt è talmente imballato che è impossibile muoversi e chi ha conquistato faticosamente i suoi posti non è disposto a perderli facilmente. Poco male, ci pensano i giochi pirotecnici magistrali, la doppia cassa di Mario, la presenza scenica di Jean-Michel Labadie e la voce di Joe ormai perfettamente scaldata e a piena potenza a dare quello che serve. E il pubblico recepisce saltando e cantando a squarciagola durante l’emozionante “Stranded”. È il turno dell’ipnotica e rabbiosa “Flying Wales” durante la quale spuntano gonfiabili a forma di cetacei da ogni dove, che continueranno a rimbalzare sulle nostre teste fino alla fine dello show.
Dopo “The Cell”, arriva il momento che tutti aspettano: i cartelloni in lingua locale di Mario. Non afferro troppo il rumeno, ma vado abbastanza sul sicuro dicendo che il senso è sostanzialmente questo:
“Vi piace il doppio pedale?”. Grida unanimi affermative.
“Anche 5 minuti ininterrotti?”. Grida unanimi affermative con annesso stupore.
“A 240 bpm?”. Lo stupore crea un po’ di confusione…
“Fate casino!”. Bordello generale unanime.
Bel modo di introdurre un pezzo devastante come “From the Sky”, che in questo modo viene apprezzato da tutti pur non essendo una delle hit più famose. Prima di passare al brano successivo “Another World”, Joe si ferma per dirci come il nostro pianeta a volte possa sembrarci totalmente fottuto, tanto che “l’idea di cercarne un altro può essere la prima a venirci in mente” (che è proprio il concetto che sta dietro alla canzone). In realtà, aggiunge, basterebbe essere persone migliori fra di noi per salvare il nostro mondo definitivamente, senza necessità di sognarne altri.
A questo punto uno dei tizi francesi che ho di fianco mi chiede se fumo… Gli rispondo “sì, grazie, ma ho le mie sigarette”. Mi guarda strano e ride, dopodiché si accende una sigaretta che emette uno strano aroma. Sorrido, pensando alla mia ingenuità, e mi sposto di qualche metro.
È poi la volta di “Silvera”, la canzone di cui sono follemente innamorato per il significato del testo, per la musica e per le emozioni che mi suscita… A questo punto perdo quasi definitivamente l’uso delle corde vocali, se non fosse che subito dopo tocca a “Mea Culpa (Ah, ça ira!)”, il brano che ha consacrato i Gojira nella scena top mondiale, eseguito in diretta internazionale durante la cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Parigi. Un breve discorso su quanto alcuni leader mondiali mostrino come, purtroppo, la violenza sia a volte necessaria per contrastare un despotismo insensato, e parte la mitragliata epica. È chiaro che hanno ormai conquistato definitivamente ogni singolo spettatore presente e tutto il Rockstadt ha gli occhi puntati su di loro, anche sul sempre schivo e mai troppo apprezzato chitarrista Christian Andreu.
Prima dell’encore, c’è il tempo per far cantare ancora tutti con “The Chant”, in omaggio al popolo tibetano, e “Amazonia” che denuncia il pericoloso sfruttamento del polmone del mondo.
Il loro show, già memorabile così, si chiude infine con la brutale e inesorabile “L’Enfant Sauvage” e con il pezzo che anni fa mi ha fatto letteralmente innamorare di questa magnifica band francese: la magica e malinconica “The Gift of Guilt”, che riconosco immediatamente già fin dalle prime note dell’assolo di Joe, prima dell’intro ipnotica. Non potevo sperare in un epilogo migliore. Ho perso completamente la voce, ma sono sopravvissuto e sono al settimo cielo.
BETWEEN THE BURIED AND ME
Mi ritrovo finalmente con Luke che avevo ormai dato per disperso e ci dirigiamo verso l’Andrei Calmuc stage per curiosare il set in chiusura di giornata del gruppo progressive metalcore statunitense Between The Buried and Me, attivi dal 2000. Siamo stanchi ed affamati, ma il sound e la tecnica della band attirerebbero anche uno zombie, figuriamoci due che suonano. Dopo esseri rifocillati, ci fiondiamo sotto al palco per gli ultimi pezzi in scaletta. “Disease, Injury, Madness” è un brano magico con continui cambi di tempo e di registro in cui il cantante Tommy Giles Rogers dà il meglio di sé spaziando da uno scream cattivissimo al pulito più calibrato. Peccato che suonino tardissimo e dopo una giornata estenuante, ma mi riprometto di esplorare la loro discografia.
Tirando le somme, il Day 2 del Rockstadt Extreme Fest è stato un vero e proprio viaggio tra le varie e molteplici sonorità del metal: death, thrash, stoner, prog, symphonic e gothic. Una giornata fredda che però ci ha scaldato facendoci correre da un palco all’altro, perdere la voce, pogare, emozionarci e divertire. Ho scoperto nuovi gruppi che porterò nel cuore ed altri che approfondirò, come i Warbringer e gli stessi Between The Buried And Me. Altri ancora come i Soen e gli While She Sleeps, per motivi completamente diversi, sono le mie personali conferme definitive che hanno reso indelebile il ricordo di questa giornata. La cosa che però mi sorprende di più è come un gruppo francese che suona metal estremo sia riuscito chissà come a portare con prepotenza il loro sound death metal con atmosfere psichedeliche sulla scena mainstream internazionale.
Sarò un fanboy, ma più ci penso e più non ha senso. Ed è molto divertente.
Stanchi, senza voce, ci dirigiamo all’uscita pronti per il tris di domani.

































