Quando è arrivato in redazione l’invito per poter rivivere in video lo show dei Pearl Jam del world tour 2018 non mi sembrava vero: in un periodo difficile, di lontananza forzata da folle in visibilio e palchi vibranti di musica, da quello che non è solo un lavoro ma una passione per lo spettacolo travolgente di voci, corpi e strumenti da immortalare nella loro fugace eternità, ho colto al volo l’opportunità di godermi (per la seconda volta) uno dei concerti più emozionanti ai quali abbia mai assistito. Roma era la mia terza data di fila in pochi giorni, arrivava dopo gli spettacoli di Milano e Padova per completare una sorta di mini tour italiano a testimonianza di quanto la band di Seattle sia oggi apprezzata dalle nostre parti, a livello “pop(olare)” anche più del periodo d’oro 1991/2000.
Quello del 2018 è stato un tour a dir poco impegnativo per la band. Partiti da Amsterdam con l’ormai canonica doppietta allo Ziggo Dome, il gruppo subisce un brusco arresto in concomitanza con le successive date londinesi. Il 18 Giugno la band si esibisce per il primo dei due show previsti alla “O2” arena ma chi è presente quella sera capisce che qualcosa non va. Eddie Vedder è visivamente in difficoltà, la sua energia sembra svanita, la sua voce inconsistente. Solo il giorno successiva si capirà il perché. La stangata arriva con l’annuncio della cancellazione della seconda data londinese e i fans ora temono l’annullamento dell’intero Tour. Il responso medico non si fa attendere: laringite. E’ la prima volta nella storia quasi trentennale della band che questa si vede costretta a dare forfait per motivi di salute del suo frontman. A soli quattro giorni da quella tragica serata, dopo uno stop forzato nella speranza di riavere il loro leader di nuovo in forma, I Pearl Jam ci riprovano con Milano. Sembra una data destinata a saltare ma, in extremis, Eddie recupera un filo di voce e il concerto riesce ad avere luogo. Tuttavia Milano è l’abisso. Nonostante la buona volontà, Eddie non ce la fa e il concerto viene preso sulle spalle da Jeff, Stone Mike e Matt che coraggiosamente lo portano a termine anche grazie a un pubblico encomiabile che canta con Vedder sostenendolo. La macchina ricomincia a correre. Padova: concerto di rinascita, speranze, lacrime di gioia, i Pearl Jam si riguadagnano la fiducia dei fans e questo fa sì che le aspettative su Roma siano altissime.
La band di Seattle manca nella capitale dal mitico concerto del 1996 a supporto dell’uscita di “No Code”.
L’Olimpico è gremito. Di quel giorno ricordo ancora il caldo, la magnificenza della città e la folla che fin dalle prime ore dell’alba (e anche prima) si accalca in coda nella speranza di guadagnarsi un posto sotto al palco. NugsTV trasmette le immagini e rivivo, frame dopo frame, quell’incredibile giornata. Questa volta, con me, non c’è l’amico con il quale ho condiviso le ginocchia tremanti dal tanto saltare e le corde vocali consumate per il “sing along”. Maledetto distanziamento sociale, ma è come se fosse qui con me. Questa volta mi limiterò a vederli da uno schermo, aspettando tempi migliori, ahimè lontano da quella meravigliosa sensazione di vitalità ed energia infinita che solo la musica dal vivo e quello che la circonda può restituire. Pelle d’oca sin dal primo istante. C’è qualcosa di indescrivibile nell’attesa che precede l’esibizione, nell’incontro di tante persone unite dalla musica e dalla condivisione di una passione viscerale per le emozioni che quei testi e quegli accordi ti fanno esplodere dentro. L’Olimpico sembra impregnato di misticismo, tante anime unite in un rituale collettivo. Il prato e gli spalti traboccano di gente, così tanta che oggi, coi tempi che corrono, ce la sogniamo.

Così tanta che sembra un oceano, fluido, pulsante.
Il senso aggregante di una cultura grunge ormai sfumata ritrova in questi riti collettivi l’atmosfera di un incontro tra vecchi amici.
Chiudo gli occhi e mi sento là. Posso ancora sentire il caldo del terreno, il sudore del mio vicino, il brusio, le luci del tramonto sulle nostre nuche, l’impazienza dell’attesa. Quanto mi mancano i concerti.
Eddie è lì, in piedi davanti al microfono, con la sua immancabile camicia a quadri, la sua voce suadente, i suoi appunti in italiano, che fanno sentire noi patriottici del tricolore orgogliosi e pieni di riconoscenza. E’ lì. A distanza di 22 anni emozionato davanti al suo pubblico. La sua è una dichiarazione d’amore a tutti gli effetti.
La batteria detta il tiro per tutto il concerto, a tratti percossa con indicibile ardore, ma sempre impeccabile, le chitarre sganciano assoli poderosi, infiniti, e ritmiche travolgenti. I fraseggi delle tastiere di Boom incantano il pubblico, così come il basso di Jeff, inarrestabile. Lo stadio è in delirio. L’atmosfera è in fiamme e anche la gola di Eddie che si prende delle pause rinfrancato dall’immancabile bottiglia di vino. Non si può certo affermare che si sia risparmiato anche se spesso affida i salti di tono alle ugole impazienti dei suoi fans. I musicisti si prendono lo spazio che meritano, vanno avanti dritti, senza pause, dominano il palco suonando come dannati, pieni di energia, dimostrando che I Pearl Jam sono una voce corale, non solo quella del loro frontman.
Eddie visibilmente emozionato, con quel sorriso dolce, impagabile, ti fa sentire a casa e ti abbraccia con la sua voce profonda pacata e fraterna. E quando le sue dita accarezzano le corde dell’ukulele il tempo si ferma.
Il trend della serata è altalenante: non delude e non annoia. Dopo un inizio in crescendo, il sound ci riporta indietro nel tempo, ai Pearl Jam più ruggenti, più sfrontati, per poi tornare alle atmosfere delicate e morbide delle loro ballad. E’ dura trattenere le lacrime sui pezzi che hanno segnato intere generazioni e ci hanno fatti vibrare nel profondo ad ogni ascolto.
La scaletta non è particolarmente innovativa, ma nasconde alcune piccole perle, dediche e citazioni che arricchiscono uno spettacolo, già piuttosto movimentato, di delicatezza e impegno sociale. Si inizia con “Release”, immancabile e malinconica come sempre, scalda il cuore e mette i brividi con un flow che ci trasporta direttamente sulle note di “Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town”; nemmeno il tempo di entrare nel ritmo che Eddie introduce il primo intermezzo in italiano ricordando, visibilmente commosso con le sue note scritte a mano, che sono passati 22 anni dall’ultima volta in cui si sono esibiti nella città eterna. Piccola deviazione nel rock psichedelico dei Pink Floyd e via di nuovo, senza sosta, con pezzi intramontabili e qualche innesto raro e gradito ( tra cui “Pilate” scritta da Jeff Ament ed “M.F.C.“). Sembra, a questo punto, che la band voglia recuperare il tempo perduto e proceda di gran carriera sfornando, uno dopo l’altro, alcuni tra i pezzi più acclamati della sua discografia, inframmezzati da un tributo alle loro amicizie oltre oceano, inserendo un pezzo di Brandi Carlile intitolato “Again Today” dedicata alla prima donna laureata al mondo nella città di Padova 340 anni fa, e una dedica particolare diretta al vulcano Etna: “Eruption” dei Van Halen calza a pennello e direi che Mike se l’é preparata per bene. Tempo di tornare con i piedi per terra dopo quest’ultimo tapping frenetico, che ci viene sparata dritta in faccia tutta la violenza espressiva dell’allora nuovo singolo del gruppo, e parlo di “Can’t Deny Me”, polemica neanche troppo velata indirizzato alla situazione politica trumpiana dell’epoca, e forte spinta verso un impegno sociale che coinvolge la band fino al midollo. A questo punto, è arrivato il momento di dare spazio anche a Gossard, l’altra metà chitarristica del gruppo, con “Mankind”. Ma non è finita qui, non ancora. Prima della chiusura della prima parte del concerto, il gruppo scalda ancora l’atmosfera con “Animal”, “Lukin” e “Porch”.

Durante la breve pausa, il mio cervello si ferma, il cuore continua a rimbalzare, come se avessi saltato sotto il palco per tutto il tempo. Di nuovo. E’ incredibile come riescano a trasportarti anche attraverso uno schermo, come il potere della musica ti strappi dal divano per scaraventarti in quella fossa di emozioni anche a distanza di tempo. E’ mentre la mentre vaga tra queste sensazioni chiedendone ancora e ancora, inizia la seconda parte. Sul palco il clima è più rilassato e la band di Seattle si presenta con Eddie che imbraccia un suo fedele ukulele elettrico e la folla lo accoglie calorosamente in questo moderno anfiteatro romano. Si riparte con con “Sleeping by myself” e “Just Breathe”. Fermi tutti però. E’ ora. E’ arrivato il momento di quella canzone che l’anno precedente è stata firmata dal passaggio di un corpo celeste nel cielo, quasi come un gesto di approvazione da parte del suo autore originale.
Dopo aver ricordato quel surreale episodio avvenuto a Firenze (dove per altro ho avuto la fortuna di essere presente ), parte l’intramontabile tributo, parte “Imagine”. A seguire l’opera di John abbiamo “Daughter” e poi una delle canzone che mi ha portato a vedere un film che probabilmente, di buono, ha solo la colonna sonora e questa traccia ne faceva parte, parlo di “State of Love and Trust”. Una rapida pausa e Vedder annuncia con tono emozionato di passare lo scettro della voce al suo compagno e fedele batterista Matt Cameron che esegue “Black Diamond” dei KISS sempre impeccabilmente. Dopo questo passaggio di proprietà, un ritorno agli inizi: finalmente, “Jeremy”, dopo la sua esclusione dalla scaletta di Padova. Eddie comincia ad accusare la fatica ma prima di lasciare il palco per una seconda volta, viene piacevolmente eseguita “Better Man”.
Nella seconda ed ultima tranche si prepara un’elettrizzante ed emotivo finale in crescendo con un’altra cover dei Pink Floyd – “Comfortably Numb” (dedicata a Roger Waters), l’immancabile “Black”, la fragorosa “Rearviewmirror”, l’iconica “Alive” e la tradizionale canzone di chiusura che aiuta a non dimenticare il nostro diritto alla libertà, “Rockin’ in the Free World” di Neil Young.
Sono i giorni in cui Salvini decide di chiudere i porti italiani alle imbarcazioni di migranti provenienti dal nord africa e Il forte e sincero impegno sociale e politico della band si manifesta. Perfino le cover diventano un mezzo per veicolare un messaggio. In questo caso, il loro scopo è quello di riportare l’umanità ad una coscienza collettiva, invitano alla riflessione, alla pace, in uno Stadio denso, costellato di luci e attraversato da cori persistenti. Armato di tutto il suo carisma, Eddie è voluto scendere in prima linea sul tema dei diritti umani . Attraverso un intimo abbraccio diretto al suo pubblico, Eddie ha voluto ricorrere ad un inno universale per cercare ancora una volta di smuovere le emozioni e le coscienze della gente, invitando tutti a non arrendersi mai, nonostante le avversità. Difficile non notare, inoltre, come nella seconda parte del concerto abbia voluto ribadire anche la sua posizione nei confronti del governo americano, sfoggiando una bandiera raccolta dal pubblico con una scritta emblematica: “Fuck Trump. Love Life”.
Inutile dire che, quando le luci dello stadio si accendono per segnalare che il tempo a disposizione è terminato , ci rendiamo conto che tre ore sono volate. Eddie sembra non volersene più andare, e noi con lui. Corre da una parte all’altra del palco preso dalla frenesia dello scambio di energia coi suoi fans, e rimane lì, fino all’ultimo, con la promessa di ritrovarsi presto in quello stesso oceano di anime che cantano all’unisono sulle note delle sue canzoni.
Oggi come quasi 2 anni e mezzo fa è e rimarrà un concerto incredibile. Ci sono moltissimi ricordi di quella giornata e di quei 6 giorni passati a rincorrere il gruppo per mezzo paese che si mescolano con quello che ho vissuto oggi. I viaggi, gli amici, le persone che ho conosciuto, le esperienze ed i momenti che ho condiviso, il mio amico che ammise di avergli fatto conoscere un gruppo immenso, la persona accanto a me oggi che non vede l’ora di poterli godere dal vivo. Oggi ci dobbiamo accontentare e, per chi lo desidera, adattare alle soluzioni tecnologiche attuali, ma la musica, lo sappiamo bene, può essere goduta pienamente solo dal vivo. Tornare ad assistere ai concerti è ad oggi il desiderio più grande che stiamo aspettando di esaudire, che sia da un parte o dall’altra della transenna, ci torneremo.












![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)















