Articolo di Alessandro Canalicchio | Foto di Giada Stanziano
Siamo in quel momento dell’anno in cui Milano tocca temperature assurde, di quelle che ti fanno rimpiangere di non aver seguito i consigli anti-caldo del telegiornale. Arrivando al Parco della Musica in macchina, finestrino abbassato, quello che entra non è solo una ventata bollente: è anche la voglia dei fan di sentire finalmente dal vivo i propri pezzi preferiti, riconoscibile a distanza ancora prima delle facce, dai vestiti.
C’è chi ha tirato fuori dall’armadio la camicia a fiori più improbabile, chi ha optato per il baffo finto anni Settanta, chi si è presentato in ciabatte come se stesse andando al mare e non a un concerto. Basta guardarli per capire chi c’è stasera: Mac DeMarco.
E in effetti si aspettava da un bel po’, per la precisione da sette anni: tanto è passato dall’ultima volta che il cantautore e polistrumentista canadese si è esibito in Italia, a Milano, nel 2019. Il ritorno arriva grazie a un mini tour di tre date organizzato da DNA Concerti, che dopo Bologna e Roma chiude la trilogia italiana proprio al Parco della Musica di Segrate, sul palco Garden. DeMarco porta dal vivo Guitar, il suo ultimo album scritto e registrato interamente da solo nella sua casa di Los Angeles nel novembre 2024 e uscito nell’estate del 2025: un disco che rinuncia a sintetizzatori e sovrastrutture in favore di chitarre elettriche e acustiche essenziali, con una voce che la critica ha descritto come mai così affaticata e insieme speranzosa. Un disco più intimo del solito, insomma, che stasera troverà la sua sponda naturale in un pubblico altrettanto rilassato, disposto a lasciarsi scivolare addosso la serata senza fretta.

Otto Benson apre le danze
A scaldare l’atmosfera ci pensa Otto Benson, giovane artista di Brooklyn che si presenta sul palco con la disinvoltura di chi è abituato a fare da apripista ai grandi senza farsi intimidire. Il suo set ha certe vibes da sigla di SpongeBob, allegre e un po’ naif, fatto di canzoni morbide e chitarre che sembrano già preparare il terreno per quello che arriverà dopo. Non stravolge nessuno, ma conquista chi si è presentato presto e ha ancora voglia di ascoltare qualcosa prima del piatto principale.
Zanzare, sudore e For the First Time
Appena sale sul palco, Mac saluta Milano e presenta uno per uno i musicisti che lo accompagnano in questo giro di mondo, colleghi della sua stessa etichetta, la Mac’s Record Label: Mock Media, Tex Crick, Daryl Johns e Vicky Farewell, la formazione con cui gira l’intero tour di Guitar. Poi annuncia che stasera proverà a suonare quante più canzoni possibile. Parte con For the First Time, e mentre lui apre le danze il pubblico viene aggredito da uno stuolo di zanzare che sembra essersi organizzato apposta per l’occasione, come fossimo un buffet a cielo aperto. Ci si pente in coro di non aver comprato l’antizanzare offerto dal provvidenziale bagarino all’ingresso, che a conti fatti si rivela un profeta inascoltato.
Salti, preghiere e un grazie infinito
Con On the Level Mac è disinvolto come solo lui sa essere, e ringrazia il pubblico in italiano con un “grazie mille” che sembra uscito direttamente da un videogioco di Super Mario. Quando parte I Like Her prende una rincorsa e salta, vestito con jeans e camicia da contadino che raccontano bene chi è e come suona, anche se qualcuno tra il pubblico si chiede, sommessamente, se con quel clima non stia morendo di caldo. Durante Rock and Roll si stende addirittura sul palco e si mette in posizione di preghiera: personaggio estroso quanto basta per non stupire più nessuno a questo punto della serata.

Continua poi a ringraziare il pubblico con un “grazie grazie” ripetuto a raffica, quasi in loop, che diventa il tormentone non ufficiale della serata. A intervalli irregolari si ripete anche un piccolo rito: Mac si ferma, guarda il pubblico e urla soltanto “Down!”. Centinaia di persone si accovacciano all’istante, per poi rialzarsi di scatto e saltare tutte insieme quando la musica riparte. Non serve altro per mettere in sintonia palco e platea.
Durante Here Comes the Cowboy il clima si fa via via più subtropicale, e accanto a noi qualcuno sviene per il caldo: la serata prosegue comunque, tra canzoni che non tutti conoscono a memoria (anche perché nel frattempo Mac ha pubblicato un album monstre da 199 canzoni, One Wayne G, praticamente impossibile da conoscere per intero) ma che ci si gode comunque nel momento presente.
Un padrino, due italiani e mezza pizza cantata
Con Passing Out Pieces arriva quello che sembra il momento più alto della serata: Mac fa volteggiare il microfono come fosse un lazo e lo riprende al volo con una precisione circense, mentre dietro di lui scorrono grafiche colorate ed esplosive da trip visivo. Subito dopo il tastierista intona qualche nota del Padrino, e Mac richiama sul palco Paolo, un fan italiano che durante una data del tour a Parigi si era già fatto rasare i capelli davanti a tutti: stasera la scena si ripete, con Paolo che si accomoda di nuovo mentre la band continua a suonare. Nel frattempo il nostro ospite presenta quello che chiama semplicemente “a king“: Ryan Paris, storico volto dell’italo disco anni Ottanta, con cui esegue per la prima volta dal vivo Sei tutto quel che ho, versione italiana di Still What I’m Looking For.
Il registro cambia di colpo con Heart to Heart, scritta per Mac Miller, l’amico e collega scomparso nel 2018 con cui aveva costruito un legame vero, fuori dai riflettori. Intanto sopra le nostre teste, passano un paio di aerei diretti verso Linate, che con quelle luci intermittenti nel cielo scuro sembrano lì apposta, quasi fossero coreografia. Il pubblico è sparpagliato senza pressioni né litigi, si scioglie del tutto quando su Turn My TV On Mac inizia a elencare, sopra la base musicale, una lista di cibo italiano: pizza, pasta, lasagna. Un tocco di “mammamia” in più, quello giusto per far ridere anche chi in prima fila non parla una parola d’italiano.

Freaking Out the Neighborhood non vuole finire
Poi arriva Freaking Out the Neighborhood, hit indiscutibile, che sembra chiudersi e invece no: Mac fa delle pause, chiede al pubblico di abbassarsi, e riparte. Lo fa più volte, quasi a testare quanto la canzone possa allungarsi senza spezzarsi, mentre intanto intrattiene la platea con una voce volutamente sensuale, dicendo quanto gli piace e quanto ama chi ha davanti, con un tono che fa sentire chiunque quasi vittima di un catcalling molto rock and roll. Quando finalmente il pezzo si chiude, torna sui suoi passi e riparte con l’assolo del brano precedente, come se non riuscisse a lasciarlo andare. Più avanti arriva Moonlight on the River, cantata con la luna piena di fine giugno, che purtroppo si trova dalla parte opposta del palco rispetto a noi ma che comunque costruisce un’atmosfera quasi ipnotica.
Su Chamber of Reflection, tra sintetizzatori sorprendentemente ancora godibili, sul ritornello arriva un flash accecante che illumina il pubblico, che a sua volta chiede a gran voce un altro pezzo, perché ancora non è arrivata My Kind of Woman: canzone che chiuderebbe la scaletta in bellezza e che infatti arriva, perché Mac non potrebbe mai lasciare il palco senza cantarla e ritrovarsi una folla furiosa alle calcagna. Ma non è finita lì: torna anche Ryan Paris, e insieme tirano fuori gli urli più gracchianti della serata, incitando il pubblico a ripetere ogni parola, per poi ringraziare con un “grazie fucking mille” che chiude perfettamente il cerchio. Il concerto si conclude con una cover di Human Nature di Michael Jackson, ancora una volta insieme a Ryan Paris.
Fuori dal parco, tra chi si passa ancora l’antizanzare come fosse un souvenir e chi controlla le punture accumulate durante la serata, si respira quella specie di stanchezza buona che lascia solo un concerto andato bene. C’è qualcosa di curioso in un concerto che mette insieme lo slacker rock più disincantato del Nord America e l’italo disco più patinato degli anni Ottanta, e che riesce comunque a farli sembrare fatti apposta per stare insieme. Forse è proprio questo il segreto di Mac DeMarco: prendere epoche e mondi diversi e farli sedere allo stesso tavolo, senza che nessuno si senta fuori posto. Sette anni di attesa, alla fine, sono passati in un paio d’ore.
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MAC DEMARCO – la scaletta del concerto di Milano
For the First Time
Sweeter
On the Level
Phantom
Salad Days
I Like Her
Rock and Roll
Terror
Finally Alone
Still Beating
All of Our Yesterdays
Passing Out Pieces
Home
No Other Heart
Sei tutto quel che ho (con Ryan Paris)
Rock and Roll Night Club
Heart to Heart
This Old Dog
Ode to Viceroy
Turn My TV On
One More Love Song
Another One
Rooster
Simply Paradise (con Ryan Paris)
Freaking Out the Neighborhood
Holy
Moonlight on the River
Chamber of Reflection
My Kind of Woman
Dolce vita (cover di Ryan Paris)
Human Nature (cover di Michael Jackson, con Ryan Paris)























